ApprofondimentiClima e mercati finanziariEconomia e FinanzaEnergiaEstero

British Petroleum annuncia 17.5 miliardi $ di svalutazioni e non è la sola: un’analisi del fenomeno

Le compagnie petrolifere stanno cominciando a mettersi al riparo dalle conseguenze della crisi economica e della transizione energetica

British Petroleum (BP), una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo, ha annunciato svalutazioni per 17.5 miliardi di dollari. Tali svalutazioni sono dovute a una revisione delle proprie previsioni, revisione fatta alla luce delle conseguenze della pandemia sulla domanda di combustibili fossili.

Un crollo storico

Per il 2020, infatti, l’International Energy Agency prevede una riduzione della domanda di petrolio del 9% rispetto al 2019, riportandola al livello del 2012, e del 5% per il gas, il maggiore calo da un anno con l’altro dalla metà del ventesimo secolo, cioè da quando l’utilizzo di gas naturale cominciò a diffondersi in modo consistente. Come conseguenza del calo storico della domanda, il prezzo del petrolio è ad oggi in ribasso di quasi il 40% dall’inizio dell’anno, nonostante il Brent – riferimento mondiale per il mercato del greggio – sia più che raddoppiato (raggiungendo circa i 40 dollari al barile) rispetto ai minimi di aprile. Il WTI – lo standard statunitense – ha toccato per la prima volta nella storia, sempre in aprile, prezzi negativi. Anche il prezzo del gas ha recentemente raggiunto i minimi storici in tutto il mondo.

L’annuncio delle svalutazioni BP

Secondo BP la domanda di petrolio risentirà della pandemia per i prossimi 30 anni. Per questo ha ridotto le proprie previsioni del prezzo di gas e petrolio per il periodo 2021-2050 rispettivamente del 31 e 27%: la quotazione prevista del greggio Brent è ora di 55$ al barile, contro i 70$ previsti prima della crisi. Questa revisione ha polverizzato due terzi del valore delle esplorazioni in fase iniziale, che prima si attestava a 14.2 miliardi di dollari, e una somma compresa fra gli 8 e gli 11 miliardi di dollari in valore degli asset di produzione. La compagnia inglese ha dichiarato che dovrà rivedere alcuni dei suoi piani di esplorazione: una parte del petrolio che prevedeva di produrre prima della crisi resterà sottoterra.

Si tratta per BP della svalutazione più ampia da quella avvenuta nel 2010 dopo il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, quando la compagnia perse ben 32 miliardi di dollari .

Le motivazioni delle svalutazioni BP

Il cambiamento climatico e la transizione energetica

A febbraio BP ha annunciato di voler azzerare le sue emissioni nette di CO2 entro il 2050. Il nuovo CEO Bernard Looney, insediatosi proprio a febbraio, ha detto di voler iniziare una svolta verde della compagnia. Già a settembre BP presenterà il piano dettagliato per il raggiungimento di questo obiettivo.

A maggio – dati i cambiamenti indotti dalla crisi – Looney ha affermato in un’intervista al Guardian di “non essere mai stato così convinto” della decisione presa all’inizio dell’anno. Pochi giorni fa la BP ha dichiarato che avrebbe rivisto i propri piani di sviluppo proprio alla luce di “crescenti aspettative” che la pandemia avrebbe “accelerato il ritmo di transizione verso un’economia e un sistema energetico verdi”. Looney ha sottolineato che probabilmente vi saranno nel mondo “maggiori sforzi per ‘ricostruire meglio’ verso un mondo allineato agli Accordi di Parigi”.

Sono confidente che queste decisioni difficili ci permetteranno di competere con migliori risultati attraverso la transizione energetica

– Bernard Looney

Il picco della domanda del fossile è stato nel 2019

Insomma, secondo BP la pandemia determinerà un’accelerazione della transizione energetica; non solo, potrebbe addirittura segnare la fine della crescita della domanda di combustibili fossili, attestandone il picco nel 2019. Il mese scorso Looney ha dichiarato al Financial Times che “[la pandemia] non aumenterà la domanda di petrolio. È diventato più probabile che la domanda [di petrolio] sarà minore”.

Il fatto che una compagnia petrolifera prenda questa posizione, nonostante i suoi evidenti interessi, è un’importante conferma delle analisi di Carbon Tracker, un autorevole think-tank della transizione energetica. Come descritto in un precedente articolo, Carbon Tracker ha analizzato l’inesorabile declino – innescato dalla regressione della domanda – che aspetta il settore fossile, presto irrimediabilmente soppiantato dalle tecnologie verdi.

Il picco della domanda globale del fossile è davvero stato nel 2019? Storia di un inesorabile declino

La stessa BP ha anche rivisto le previsioni del prezzo dei diritti di emissione di CO2 in Europa: 100 dollari per tonnellata entro il 2030, invece dei 40 dollari attesi in precedenza. Come molti investitori, anche le compagnie petrolifere si stanno rendendo finalmente conto del fatto che molti dei loro investimenti saranno presto economicamente insostenibili, molte risorse e infrastrutture – i cosiddetti stranded assets, attivi non recuperabili – diventeranno inutili e prive di valore.

La perdita attuale permette a BP di mettersi al riparo da perdite ben maggiori in futuro.

La crisi

Non è solo la prevista accelerazione della transizione energetica a motivare la decisione di Bp. Il crollo dei prezzi dei combustibili ha già provocato una perdita di valore delle riserve e le possibilità di un ulteriore forte recupero sono scarse. “BP ora vede la prospettiva di un impatto duraturo della pandemia sull’economia globale, con la possibilità di una domanda di energia più debole per un periodo prolungato”, recita il comunicato della compagnia.

Già a Marzo, prima dello storico prezzo negativo del WTI, secondo gli analisti i ricavi attesi dai progetti dell’oil&gas erano scesi dal 20% al 6%, allineandosi a quelli relativi ai progetti delle rinnovabili. Secondo Rystad Energy, con il declino della domanda le missioni di esplorazione in aree remote offshore diverranno economicamente insostenibili. 282 miliardi di barili di petrolio recuperabile saranno a rischio di essere stranded, bloccati nel sottosuolo perché l’estrazione non sarà più conveniente: le risorse globali recuperabili saranno cioè ridotte del 13% nel 2020.

Questo significa guai finanziari per le compagnie petrolifere: man mano che la riduzione della domanda – dovuta ai postumi della crisi o alla transizione energetica – bloccherà le risorse nel terreno, sarà sempre più difficile per le compagnie petrolifere trovare finanziamenti per i loro progetti. “Ci sarà scetticismo riguardo a quale sia realmente il valore terminale (valore del progetto oltre il periodo in cui è possibile stimare i flussi di cassa) di molti di quegli asset” ha dichiarato Jennifer Rowland, analista a Edward D. Jones & Co.

Lo shale

Uno dei settori più colpiti dalla crisi economica sarà quello dello shale oil – petrolio estratto dalle rocce scistose negli USA anche tramite tecniche di fracking –, caratterizzato da elevati costi di produzione e pesanti danni ambientali. Secondo le stime di Deloitte, riprese anche da IlSole24Ore, le svalutazioni nel settore rischiano di superare i 300 miliardi di dollari, cioè circa la metà del valore netto dei beni e delle proprietà totali dei frackers. Come conseguenza ovvia, già 19 diverse società sono fallite negli USA quest’anno, fra cui la pioniera dello shale Chesapeake Energy, che ha presentato richiesta di bancarotta proprio domenica. Si tratta della più grande compagnia dell’oil&gas fallita a causa della pandemia, fino a poco tempo fa la seconda produttrice di gas naturale statunitense.

Le società dello shale sono colpite non solo dal crollo della domanda e dei prezzi, ma anche dalla sempre più drastica riduzione nell’erogazione dei crediti dalle banche. Esse infatti utilizzano il petrolio e il gas ancora da estrarre come collaterale a garanzia di prestiti dalle banche, prestiti ormai necessari dato l’abbandono del settore – quanto di più lontano ci possa essere dal sostenibile – da parte dei mercati finanziari. Secondo Moody’s e JpMorgan Chase l’erogazione dei crediti bancari si è ridotta del 30% dopo l’ultima tornata di revisione in primavera: anche molti istituti bancari vogliono ormai eliminare completamente la propria esposizione al settore.

Le altre compagnie

La tendenza dei mercati finanziari non è sconosciuta alle compagnie petrolifere: BP non è la prima ad annunciare svalutazioni. Già prima della crisi, a dicembre, per fronteggiare il rischio di trovare molti dei suoi asset stranded con la transizione energetica, anche Chevron aveva annunciato svalutazioni per 11 miliardi $. Shell ne aveva annunciate, poi, per 2 miliardi, BP stessa già per 3 miliardi $. Recentemente anche la spagnola Repsol e la norvegese Equinor avevano tagliato i valori dei loro asset. Repsol di 5.7 miliardi di euro, nonostante assumesse che il pezzo del petrolio avrebbe raggiunto gli 87$ nel 2035.

Le previsioni del prezzo del petrolio – e quindi della domanda futura –, fra l’altro, variano da compagnia a compagnia: l’outlook finanziario Shell è basato su un prezzo di 65$ al 2025, Equinor assume un prezzo di 80$ al barile al 2030, Eni di 70$ nel lungo termine. Mentre il CEO di Eni ha dichiarato che la compagnia non avrebbe stranded assets anche con un prezzo a 50$, Equinor sostiene che lo stesso scenario ridurrebbe il suo valore attuale netto del 17%. Le grandi compagnie statunitensi, Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips, addirittura non dichiarano le proprie assunzioni di prezzo.

Come sottolineato dagli analisti, le previsioni troppo ottimistiche delle compagnie petrolifere le hanno portate a sovrastimare il proprio capitale, il profitto e la capacità di pagare i dividendi. È la stessa previsione al ribasso di BP a suggerire ancora più chiaramente che più alta è la previsione di prezzo più alto è il rischio di pesanti svalutazioni future.

“The clock must be ticking – il tempo stringe – per le assunzioni usate da Eni e in particolare da Equinor”, ha affermato Andrew Grant di Carbon Tracker. Presto vedremo altre svalutazioni.

 

Leggi anche:
Tags

Elisa Terenghi

Nata a Monza nel 1994, mi sono laureata in Fisica del Sistema Terra presso l’Università di Bologna nel marzo 2019, conseguendo anche l’Attestato di formazione di base di Meteorologo del WMO. Durante la tesi magistrale e un successivo periodo come ricercatrice, mi sono dedicata all’analisi dei meccanismi di fusione dei ghiacciai groenlandesi che interagiscono con l’oceano alla testa dei fiordi. Sono poi approdata a Meteo Expert, dove ho l’occasione di approfondire il rapporto fra il cambiamento climatico e la società, occupandomi di rischio climatico per le aziende.

Articoli correlati