Icona Clima https://www.iconaclima.it Il primo sito italiano dedicato allo studio e alle notizie di clima e ambiente, redatto interamente dagli esperti del settore Fri, 29 May 2020 14:24:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.3 https://www.iconaclima.it/contents/uploads/2019/03/FaviconDef-120x120.png Icona Clima https://www.iconaclima.it 32 32 Crisi climatica: i Paesi del G20 continuano a finanziare i combustibili fossili https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/crisi-climatica-i-paesi-del-g20-continuano-a-finanziare-i-combustibili-fossili/ Fri, 29 May 2020 14:22:27 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52685 G20 combustibili fossiliI Paesi del G20 continuano a finanziare i combustibili fossili e, con la crisi globale generata dal Covid-19, le cose potrebbero peggiorare. Senza usare mezzi termini significa che miliardi di dollari continuano a essere spesi ogni anno per aggravare la crisi climatica, proprio da parte di quei Paesi che hanno preso impegni per evitare un …

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I Paesi del G20 continuano a finanziare i combustibili fossili e, con la crisi globale generata dal Covid-19, le cose potrebbero peggiorare. Senza usare mezzi termini significa che miliardi di dollari continuano a essere spesi ogni anno per aggravare la crisi climatica, proprio da parte di quei Paesi che hanno preso impegni per evitare un innalzamento della temperatura globale e limitarlo a 1,5 ° C entro il 2100.

Un nuovo studio in merito, denominato Still Digging, è stato pubblicato pochi giorni fa dall’associazione ambientalista Oil Change International e Friends of the Earth (FOE). La ricerca mette in guardia anche da un possibile aumento delle sovvenzioni alle industrie dei combustibili fossili a causa della crisi del Covid-19, in barba agli impegni dell’accordo di Parigi. Dalla stipula nel 2015, i Paesi del G20 hanno finanziato con almeno 77 miliardi di dollari all’anno petrolio, gas e carbone attraverso le loro istituzioni di finanze pubbliche.

Il rapporto rivela che il finanziamento verso i combustibili fossili non è diminuito da quando è stato siglato l’accordo di Parigi, con un supporto medio annuale per il carbone, da parte dei Paesi del G20, in aumento di 1,3 miliardi di dollari all’anno. I finanziamenti per petrolio e gas rimangono stabili a 64 miliardi all’anno. Cina, Giappone, Canada e Corea del Sud sono risultati i maggiori finanziatori per ciò che riguarda petrolio, gas e carbone tra il 2016 e il 2018.

Facendo eco alle recenti richieste di attivisti per il clima, gruppi di sostegno, politici progressisti e professionisti sanitari, il rapporto sollecita i governi del G20 e le banche multilaterali di sviluppo a sostenere una ripresa globale e giusta dopo la crisi della pandemia in corso. Il denaro dei governi dovrebbe sostenere una giusta transizione dai combustibili fossili che protegga i lavoratori, le comunità e il clima invece di finanziare un’altra grave crisi globale.

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Stati Uniti, il sud-ovest preda di una mega siccità lunga 20 anni: i dettagli https://www.iconaclima.it/estero/stati-uniti-il-sud-ovest-preda-di-una-mega-siccita-lunga-20-anni-i-dettagli/ Fri, 29 May 2020 11:24:28 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52681 Il sud-ovest degli Stati Uniti è in preda ad una mega siccità che spiega anche i terribili incendi degli ultimi anni. A rivelarlo è un recente studio pubblicato su Scienze, ripreso anche dal Guardian. Ken Pimlott, ex capo del dipartimento forestale e antincendio della California, prova a rendere l’idea: «Abbiamo avuto incendi periodici negli anni …

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Il sud-ovest degli Stati Uniti è in preda ad una mega siccità che spiega anche i terribili incendi degli ultimi anni. A rivelarlo è un recente studio pubblicato su Scienze, ripreso anche dal Guardian.

Ken Pimlott, ex capo del dipartimento forestale e antincendio della California, prova a rendere l’idea: «Abbiamo avuto incendi periodici negli anni ’80 – afferma ai microfoni del Guardian -, ma ci sono state delle interruzioni. Questo non succede più. Non puoi nemmeno battere ciglio tra un fuoco e l’altro. Stiamo vedendo incendi che non abbiamo mai visto prima».

Mega siccità negli Stati Uniti sud-occidentali: 20 anni di aridità con conseguenze disastrose

Lo studio in questione analizza un periodo di aridità lungo 20 anni, che sta alimentando gli incendi, esaurendo i bacini idrici e mettendo a dura prova le riserve d’acqua degli stati americani del sud-ovest.

I ricercatori hanno messo a confronto la siccità del periodo 2000-2019 con altri eventi verificatisi negli ultimi 1200 anni. L’attuale periodo è risultato tra i peggiori mai registrati. Inoltre, a differenza delle mega siccità del passato – causate dalle fluttuazioni naturali del clima terreste -, questa risulta pesantemente influenzata dai cambiamenti climatici causati dall’uomo.

«Stimiamo che il 30-50% sia attribuito ai cambiamenti climatici», afferma Benjamin Cook del Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University, co-autore dello studio. I cambiamenti climatici, se non controllati, influenzeranno particolarmente il sud-ovest americano.

Approvvigionamento idrico e crescita della popolazione: due fenomeni in contrasto

In condizioni normali la crescita della popolazione è sempre una buona notizia, ma nel caso degli stati sud-occidentali crea qualche preoccupazione. Tra gli Stati che crescono in maniera più rapida, infatti, ci sono proprio quelli del sud-ovest.

Negli ultimi due decenni la siccità dei fiumi e l’esplosiva crescita della popolazione, hanno prodotto forti cali in due dei più grandi bacini idrici della nazione: il Lago Mead e il Lago Powell, da cui dipendono decine di milioni di persone. In questo 2020, per la prima volta, anche l’acqua del fiume Colorado verrà razionata.

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ClimateLaw, la deputata svedese chiede di alzare il target al 65% di riduzione emissioni https://www.iconaclima.it/estero/europa/climatelaw-la-deputata-svedese-chiede-di-alzare-il-target-al-65-di-riduzione-emissioni/ Fri, 29 May 2020 09:20:15 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52678 Si torna a discutere di Climate Law europeo che traduce in legge l’obiettivo fissato nel Green Deal ovvero che l’economia e la società europee diventino neutrali dal punto di vista climatico entro il 2050. Si è discussa nella giornata di giovedì 28 maggio, la proposta dell’eurodeputata svedese Jytte Guteland, che vorrebbe fissare un nuovo obiettivo di riduzione …

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Si torna a discutere di Climate Law europeo che traduce in legge l’obiettivo fissato nel Green Deal ovvero che l’economia e la società europee diventino neutrali dal punto di vista climatico entro il 2050. Si è discussa nella giornata di giovedì 28 maggio, la proposta dell’eurodeputata svedese Jytte Guteland, che vorrebbe fissare un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni entro il 2030. L’eurodeputata svedese propone di alzare il target di riduzione al 65%.  

Attualmente il target si attesterebbe intorno al 50-55% ma secondo l’eurodeputata svedese bisogna muoversi più rapidamente. In sede di discussione, Jytte Guteland ha fatto riferimento al rapporto sul divario delle emissioni delle Nazioni Unite per il 2019 pubblicato a novembre, che ha evidenziato la necessità di ridurre le emissioni globali del 7,6% ogni anno al fine di raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi dell’accordo di Parigi.

 “presento la mia relazione sulla nuova legge dell’UE sul clima in seno alla Commissione per l’ambiente del Parlamento europeo. Questa sarà la prima volta che il Parlamento europeo discuterà il disegno di legge e il suo obiettivo di convertire l’UE in un clima neutro entro il 2050. La fase iniziale del mio lavoro come principale negoziatore per la legge sul clima è stata contrassegnata dalla pandemia che ha cambiato le nostre condizioni sia sul piano pratico che economico. Alcuni rappresentanti e gruppi politici hanno voluto rallentare il ritmo delle ambizioni. Al contrario, io intendo dire che ora è più importante che mai accelerare la transizione verde. Altrimenti, rischiamo una serie di nuove crisi globali in futuro. Inoltre, la politica climatica è uno strumento importante per rimuoverci dalla crisi da Coronavirus in cui ci troviamo. Ora abbiamo un grande bisogno dell’ottimismo futuro e della nuova tecnologia che la transizione verde comporta.

Jytte Guteland sul quotidiano svedese Göteborgs-Posten

Concorde con lei, la deputata finlandese Silvia Modig, del gruppo GUE/ NGL, che ha evidenziato l’irremovibilità del suo gruppo politico rispetto al raggiungimento degli obiettivi climatici previsti dall’Accordo di Parigi e la propensione verso piani ancora più ambiziosi.

Di parere opposto invece, i rappresentanti di destra e i conservatori. Sylvia Limmer, eurodeputata tedesca del partito AfD, ha messo in evidenza i costi economici legati all’aumento delle ambizioni climatiche dell’UE. Il ragionamento della Limmer, si basa sulla valutazione economica già elaborata dalla Commissione, secondo la quale raggiungere l’attuale obiettivo del 40% richiede investimenti annuali di 260 miliardi di euro, una cifra che raggiunge i 620 miliardi di euro con un obiettivo del 55%. Aumentare il target comporterebbe un aumento degli investimenti.

Per una decisione in merito dovremo aspettare settembre, attualmente è in corso una consultazione pubblica sull’argomento che si protrarrà fino al 23 Giugno. La proposta di ClimateLaw sull’obiettivo 2030 sarà presentata non prima di settembre 2020, questo perché la Commissione si servirà di una analisi costi-benefci approfondita voluta da Frans Timmermans.

 

 

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Coronavirus, la Cop26 slitta di nuovo: gli aggiornamenti https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/coronavirus-cop26-rimandata/ Fri, 29 May 2020 06:48:56 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52637 Cop26 rimandata per coronavirusNuovo rinvio per la Cop26, che avrebbe dovuto svolgersi dal 9 al 18 novembre 2020 a Glasgow, nel Regno Unito, e all’inizio di aprile era già stata rimandata a causa del Coronavirus. Inizialmente si era pensato che la conferenza sul clima avrebbe potuto svolgersi indicativamente nei primi mesi del 2021, ma il Governo britannico ha chiesto …

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Nuovo rinvio per la Cop26, che avrebbe dovuto svolgersi dal 9 al 18 novembre 2020 a Glasgow, nel Regno Unito, e all’inizio di aprile era già stata rimandata a causa del Coronavirus. Inizialmente si era pensato che la conferenza sul clima avrebbe potuto svolgersi indicativamente nei primi mesi del 2021, ma il Governo britannico ha chiesto di posticiparla ancora.

La Cop26 si terrà dunque nella prima metà di novembre 2021 quando, ci si auspica, il Coronavirus non rappresenterà più un’emergenza.

La decisione di rinviare i colloqui sul clima è stata ufficializzata ieri, quando la richiesta dei padroni di casa britannici è stata accolta dai rappresentanti dell’Ufficio COP dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), con i partner britannici e italiani. Sarà infatti l’Italia, e in particolare la città di Milano, a ospitare gli eventi che aprono la strada ai negoziati di Glasgow: la pre-Cop, con i lavori preparatori per la Cop26, e la Youth Cop, conferenza dei giovani impegnati per il clima e l’ambiente.

Questo significa che i negoziati sulla crisi climatica resteranno fermi per un anno, anche se per ridare loro slancio non si esclude che possano essere organizzate riunioni intermedie prima della Conferenza di Glasgow. La speranza è, per lo meno, che i Governi arrivino ai tavoli della Cop26 con dei programmi dettagliati volti a ridurre le proprie emissioni di gas serra, in linea con quanto previsto dagli Accordi di Parigi, che finora nella maggior parte dei casi non sono stati rispettati.

Agire in modo più deciso sulle emissioni è fondamentale: secondo le stime, gli impegni attuali che riguardano le emissioni porterebbero il Pianeta a ben 3 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali, superando di gran lunga il limite massimo dei 2 gradi di riscaldamento che era stato fissato nel 2015.

Il premier britannico Boris Johnson ha detto che, una volta superata la fase di emergenza, sarà un dovere nei confronti delle generazioni future «ricostruire meglio, e basare la nostra ripresa su solide basi, tra cui un’economia globale più equa, più green e più resistente».

 

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Amazzonia, la deforestazione accelera con Bolsonaro al governo https://www.iconaclima.it/estero/territorio-estero/deforestazione-amazzonia-bolsonaro/ Thu, 28 May 2020 13:35:17 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52666 Amazzonia deforestazioneLa deforestazione in Amazzonia, nell’ultimo anno, sotto la guida di Jair Bolsonaro, è stata più veloce rispetto ai due anni precedenti. L’allarme arriva da due studi pubblicati in questi giorni. Secondo il primo studio, realizzato da MapBiomas, il Brasile l’anno scorso ha perso ben 12.000 chilometri quadrati di foresta. In pratica è andata persa un’area grande …

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La deforestazione in Amazzonia, nell’ultimo anno, sotto la guida di Jair Bolsonaro, è stata più veloce rispetto ai due anni precedenti. L’allarme arriva da due studi pubblicati in questi giorni.

Secondo il primo studio, realizzato da MapBiomas, il Brasile l’anno scorso ha perso ben 12.000 chilometri quadrati di foresta. In pratica è andata persa un’area grande 8 volte la città di San Paolo. Oltre il 60% dell’area disboscata si trova in Amazzonia, con 770 mila ettari rasi al suolo.

Più di tre quarti degli interventi di deforestazione analizzati dallo studio si sono verificati in terreni rivendicati tramite autocertificazione dagli agricoltori brasiliani. Di questi interventi, il 99% si sarebbe svolto in modo del tutto illegale.

Il secondo studio, realizzato dall’ong SOS Mata Atlântica, invece, ha scoperto che nell’ultimo anno la deforestazione è aumentata del 27% nell’est del Brasile, dopo due anni di trend in calo. Secondo questo studio sono stati ben 145 i chilometri quadrati di foreste abbattuti nella regione. Lo stato brasiliano di Minas Gerais è quello che ha perso più area forestale, quasi 5.000 ettari, segue Bahia con 3.532 ettari e Paraná con 2.767 ettari. In tutto, della Foresta Atlantica originaria rimane solo il 12.4%.

Sfruttano la pandemia per indebolire le norme per la tutela ambientale

Gli studi, ripresi dal Guardian, arrivano a pochi giorni dalle parole pronunciate da Ricardo Salles, ministro dell’ambiente brasiliano, in un video durante una riunione con i funzionari. Salles ha infatti dichiarato di voler sfruttare la pandemia in corso, a cui sta andando tutta l’attenzione mediatica, per indebolire ulteriormente le leggi a tutela dell’ambiente.

Lo conferma anche Mariana Mota di Greenpeace Brasile: «Il governo vuole indebolire le norme e questo favorisce la deforestazione. I numeri non mentono». L’amministrazione di Bolsonaro, infatti, sta cercando di far approvare una legge per permettere agli agricoltori che occupano terreno in aree protette illegalmente, di ottenere un titolo legale entro una certa data. Una mossa che gli ambientalisti condannano perché facilita la vita a chi vuole appropriarsi di terreni in maniera indebita.

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«Non c’è vaccino per il cambiamento climatico», per Conte la ripresa passa dall’economia sostenibile https://www.iconaclima.it/ripartenza-ecologica/vaccino-crisi-climatica-conte-ripresa-economia-sostenibile/ Thu, 28 May 2020 11:38:32 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52659 ripresa cambiamento climaticoIl cambiamento climatico è nei piani strategici per la ripartenza dell’Italia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha inviato una lettera al Corriere della Sera, delineando quali sono i punti per la ripresa dopo la crisi sanitaria legata al Coronavirus. Nei sette punti elencati nel piano strategico, Conte non dimentica la crisi climatica. Insieme alla …

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Il cambiamento climatico è nei piani strategici per la ripartenza dell’Italia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha inviato una lettera al Corriere della Sera, delineando quali sono i punti per la ripresa dopo la crisi sanitaria legata al Coronavirus. Nei sette punti elencati nel piano strategico, Conte non dimentica la crisi climatica.

Insieme alla modernizzazione del Paese, al favorire le innovazioni, al rilancio di investimenti pubblici e privati, al diritto allo studio, al’intervento per ridurre i tempi della giustizia penale e della giustizia civile e alla riforma fiscale, Conte punta su una «decisa transizione verso un’economia sostenibile».

«Occorre una graduale ma decisa transizione verso un’economia sostenibile, legata al green deal europeo, che nel caso del nostro paese si deve associare a nuove forme di tutela e promozione del territorio e del patrimonio paesaggistico e culturale. La transizione energetica rimane una priorità italiana ed europea: forse troveremo un vaccino per il virus ma sicuramente non ce n’è uno per il cambiamento climatico».

«Sono giorni importanti – scrive Conte-. Il piano di intervento europeo sta assumendo la sua fisionomia definitiva. Oggi la Commissione europea annuncerà la sua proposta di «Recovery Plan». L’Italia deve farsi trovare pronta all’appuntamento. Deve programmare la propria ripresa e utilizzare i fondi europei che verranno messi a disposizione varando un «piano strategico» che ponga le basi di un nuovo patto tra le forze produttive e le forze sociali del nostro Paese. Questo è il momento per alzare la testa e volgere il nostro sguardo al futuro. Abbracciando questa prospettiva, con coraggio e visione, trasformeremo questa crisi in opportunità. Ci sono alcune azioni fondamentali per recuperare il divario di crescita economica e produttività, nei confronti degli altri Paesi europei, che ci ha caratterizzato soprattutto negli ultimi vent’anni».

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Le biodiversità del Mediterraneo studiate a impatto zero https://www.iconaclima.it/italia/le-biodiversita-del-mediterraneo-studiate-a-impatto-zero/ Wed, 27 May 2020 15:01:35 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52645 Le biodiversità del Mediterraneo studiate a impatto zeroLe biodiversità del Mediterraneo studiate a impatto zero. Sarà possibile, grazie al nuovo progetto dell’Università di Milano-Bicocca. In particolare, il lavoro si intitola “Tutti pazzi per il Mediterraneo! – MeD for Med”. Si tratta di un progetto inserito nell’Università del Crowdfunding, il programma di finanza alternativa promosso dall’Università di Milano-Bicocca. Studenti ed ex studenti, docenti, …

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Le biodiversità del Mediterraneo studiate a impatto zero. Sarà possibile, grazie al nuovo progetto dell’Università di Milano-Bicocca. In particolare, il lavoro si intitola “Tutti pazzi per il Mediterraneo! – MeD for Med”. Si tratta di un progetto inserito nell’Università del Crowdfunding, il programma di finanza alternativa promosso dall’Università di Milano-Bicocca. Studenti ed ex studenti, docenti, ricercatori e dipendenti dell’Ateneo: tutti insieme per mettere in piedi progetti di grande utilità dal punto di vista tecnico, scientifico ed ambientale. I fondi per realizzare tutto questo arrivano da Produzioni dal Basso, prima piattaforma italiana di crowdfunding e social innovation. “Tutti pazzi per il Mediterraneo! – MeD for Med” si propone così di realizzare un sistema di monitoraggio della biodiversità marina del nostro mare senza conseguenze negative per l’ambiente: niente inquinamento, niente invasività. In che modo avverrà tutto questo? Utilizzando, per esempio, i traghetti marini che, nei loro tragitti, recupereranno campioni di acqua del mare per poi analizzarli.

La sostenibilità ambientale alla base del progetto “Tutti pazzi per il Mediterraneo! – MeD for Med”

Questi campioni verranno infatti filtrati in laboratorio per prelevarne il DNA ambientale, nel quale vi sono tracce di DNA lasciate dagli organismi viventi. Non verrà, quindi, prelevato il DNA degli organismi viventi, ma le sue tracce che questi organismi lasciano nell’ambiente. Questa è la grande novità. La sostenitibilità ambientale, d’altra parte, sta diventando uno dei pilastri della ripartenza prevista dopo l’emergenza covid. Tra gli altri vantaggi, vi è la riduzione dei costi di campionamento e la replicabilità dello stesso campionamento. A capo della squadra vi è Elena Valsecchi, ecologa molecolare del dipartimento di Scienze ambientali e della terra all’Università di Milano-Bicocca. Nel team, numerosi docenti, studenti e ricercatori. Ma anche tanti neolaureati del corso di Marine Sciences della Bicocca, di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e della Università inglese di Leeds.

Le biodiversità del Mediterraneo studiate a impatto zero. Già in precedenza era stato avviato uno studio sulla rotta-pilota Livorno-Golfo Aranci: adesso si sono aggiunte quattro nuove rotte

Grazie a questo progetto verrà creato un protocollo replicabile per studiare e monitorare nel tempo la biodiversità marina nel Mediterraneo. Il tutto, senza invasività e senza emissioni aggiuntive. «Le tracce di DNA lasciate dagli organismi marini nell’acqua – afferma Elena Valsecchi – saranno recuperate filtrando campioni di acqua marina nei punti in cui si intende rilevare la composizione e l’abbondanza della biodiversità e i punti di campionamento chiave, in grado di dare una visione complessiva e nel contempo capillare dell’intero bacino Mediterraneo, saranno raggiunti usando traghetti di linea come piattaforma “opportunistica” di campionamento». Nel Mediterraneo è presente quasi un quinto di tutte le specie marine conosciute. Già in precedenza gli scienziati hanno avviato uno studio sulla rotta-pilota Livorno-Golfo Aranci. Adesso si sono aggiunte quattro nuove rotte (Savona-Bastia, Bastia-Nizza, Nizza-Isola Rossa, Tolosa-Ajaccio).

Le nuove rotte inserite nel progetto rappresentano un percorso di grande interesse biologico

«Queste rotte coprono un’area marina più ampia – prosegue la coordinatrice del progetto – e di estremo interesse biologico, che comprende anche gran parte del Santuario Internazionale dei Mammiferi Marini, dove in alcuni periodi dell’anno è facile incontrare tante specie di cetacei come la balenottera comune, le stenelle striate, i tursiopi, conosciuti anche come delfini dal naso a collo di bottiglia, i grampi, i capodogli, i globicefali». I campionamenti inizieranno alla fine dell’emergenza Coronavirus. «Questo del DNA ambientale è un approccio di studio nuovo – afferma la ricercatrice di Milano-Bicocca – destinato a diventare la tecnica del futuro per l’indagine sulla biodiversità. Per promuoverlo abbiamo scelto di puntare sul crowdfunding, una formula di acquisizione fondi che vede il pubblico sempre più protagonista nell’ambito scientifico perché direttamente coinvolto nella raccolta o dei dati o dei finanziamenti».

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Coronavirus e caldo, il monito degli scienziati: dobbiamo arrivare all’estate preparati [VIDEO] https://www.iconaclima.it/scienza/coronavirus-e-caldo-estate-video/ Wed, 27 May 2020 13:22:52 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52610 coronavirus caldoMentre il Coronavirus continua a tenere sotto scacco molti Paesi, a suscitare la preoccupazione degli esperti si aggiunge anche il caldo, in aumento per l’avvicinarsi dell’estate. Andiamo infatti incontro ai mesi più torridi dell’anno per l’emisfero settentrionale, una situazione che può «amplificare i rischi per la salute»: l’avvertimento arriva da una rete globale di esperti …

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Mentre il Coronavirus continua a tenere sotto scacco molti Paesi, a suscitare la preoccupazione degli esperti si aggiunge anche il caldo, in aumento per l’avvicinarsi dell’estate.

Andiamo infatti incontro ai mesi più torridi dell’anno per l’emisfero settentrionale, una situazione che può «amplificare i rischi per la salute»: l’avvertimento arriva da una rete globale di esperti del clima e della sanità sostenuta dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale.

coronavirus caldo
Unsplash/Kate Trifo

La pandemia del Coronavirus «amplifica i rischi per la salute legati al caldo per molte persone», avvertono gli esperti: «i Paesi e le comunità devono quindi prepararsi ora per un’estate calda». Gli scienziati hanno sottolineato la necessità di «comunicazioni adeguate e strategie di sensibilizzazione», evidenziando come alcune pratiche messe in atto dalle persone per difendersi dal caldo possono risultare impossibili, o essere in contraddizione con le raccomandazioni e i protocolli volti a ridurre i rischi di contagio del Coronavirus.

In sostegno dei Governi e degli operatori sanitari che devono prepararsi alle nuove minacce a cui va incontro la salute pubblica, gli esperti hanno stilato una serie di informazioni utili a chi avrà la responsabilità di pianificare la gestione dei rischi legati al caldo durante la pandemia. Il documento presenta una sintesi tecnica e alcune risposte alle principali domande: è stato lanciato martedì durante un webinar sulla prevenzione degli effetti che il caldo può avere sulla salute nel contesto della pandemia, ospitato dall’Ufficio regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa.

Coronavirus e caldo: come interagiscono?

Sembra che le condizioni ambientali svolgano probabilmente un ruolo limitato nella diffusione del Coronavirus, ma l’impatto del caldo può essere più rilevante. Quando fa caldo, scrivono gli scienziati, «potrebbe aumentare la velocità di trasmissione quando le persone si riuniscono all’aperto e negli spazi pubblici». Inoltre il sistema sanitario, già in ginocchio per il Covid-19, va con ogni probabilità incontro a un aumento del carico dovuto a pazienti sottoposti a stress termico.

Per le persone che sono più vulnerabili sia al Coronavirus che al caldo, i rischi aumentano in modo significativo. Anche la perdita di posti di lavoro e le raccomandazioni di restare a casa possono esporre le persone a maggiori rischi per la salute legati al caldo, soprattutto quando si tratta di soggetti che versano nelle condizioni socio-economiche più precarie. Anche chi ha problemi di salute non legati al virus corre rischi maggiori, perché è estremamente probabile che ritardi il più possibile la ricerca di assistenza sanitaria anche quando è strettamente necessaria.

Con i cambiamenti climatici aumentano i rischi

Gli esperti hanno messo in guardia dall’impatto che le ondate di calore più intense possono avere sulla salute, ricordando come queste possano anche provocare un numero elevato di vittime. E con i cambiamenti climatici – evidenziano gli scienziati – le ondate di caldo stanno diventando sempre più frequenti e più intense.

«Le concentrazioni di gas a effetto serra portano a un aumento delle temperature globali – spiegano gli esperti – e il conto è sempre più salato per la salute umana e i sistemi sanitari». Durante la scorsa estate l’Europa è stata colpita da due ondate di calore particolarmente pesanti. La prima, nel mese di giugno, ha coinvolto i settori sud-occidentali del continente: il 28 giugno la Francia ha registrato un nuovo record di caldo con il termometro che è schizzato a 46 gradi. La seconda ha attanagliato gran parte dell’Europa centrale e occidentale alla fine di luglio: «nei Paesi Bassi questo evento è stato associato a 2.964 morti – riportano gli scienziati -, quasi 400 in più rispetto alle vittime che si contano in una settimana estiva media.

coronavirus caldo
Unsplash/Victor He

Coronavirus e caldo: le azioni da intraprendere

Per prevenire le malattie e le morti legate al caldo nel contesto del Coronavirus sono fondamentali coordinamento e preparazione. A livello governativo, sottolineano gli esperti, serve un maggiore coordinamento e preparazione al caldo in arrivo, che preveda anche, prima dell’inizio del calore più intenso, la revisione e la modifica delle strategie da mettere in atto.

Deve prepararsi anche il settore sanitario, dove i professionisti dovrebbero essere formati perché possano prestare attenzione ai potenziali casi di stress da calore e perché siano più consapevoli di quali pericoli ulteriori possono correre lavorando con dispositivi di protezione individuali in condizioni di caldo intenso.

Joy Shumake-Guillemot, Responsabile congiunto OMS/WMO per il clima e la salute e coordinatore GHHIN., ha detto che per ridurre al minimo i ricoveri in un momento in cui gli ospedali sono già sovraccarichi, «ridurre il numero di persone che sviluppano problemi legati al calore dovrebbe essere una priorità».

Il video che segue è stato pubblicato dal Global Heat Health Information Network, una partnership volontaria di scienziati ed esperti di politica che è stata convocata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’ufficio per clima e salute dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e dalla NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti. Gli esperti che si sono riuniti hanno stilato una serie di informazioni:

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Invasione di locuste, sciami anche in India: arrivate a Jaipur, scatta l’allerta a Delhi https://www.iconaclima.it/estero/territorio-estero/invasione-di-locuste-india-jaipur-delhi/ Wed, 27 May 2020 11:25:11 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52627 locuste indiaLa situazione è particolarmente complessa in India, non solo per la crisi sanitaria o per il grande caldo che sta attanagliando diversi settori del Paese, ma anche per l’invasione di locuste. L’emergenza è scattata a gennaio: le locuste hanno invaso il Corno d’Africa anche a causa di condizioni meteorologiche eccezionali che hanno favorito la  loro …

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La situazione è particolarmente complessa in India, non solo per la crisi sanitaria o per il grande caldo che sta attanagliando diversi settori del Paese, ma anche per l’invasione di locuste. L’emergenza è scattata a gennaio: le locuste hanno invaso il Corno d’Africa anche a causa di condizioni meteorologiche eccezionali che hanno favorito la  loro riproduzione in massa.

Ora, però, l’emergenza ha raggiunto anche l’India. Le locuste sono arrivate nello stato di Maharashtra, uno stato dell’India centro-occidentale, e hanno raggiunto la città di Jaipur. Le autorità ora temono che le locuste proseguano verso est e, per questo, hanno diramato un’allerta anche nell’area di Mathura e Delhi. 

Le locuste mettono in serio pericolo l’agricoltura che ora si trova costretta ad utilizzare prodotti chimici per tenere lontano gli sciami. A Mathura, nello stato federato dell’Uttar Pradesh, le autorità hanno creato una task force per gestire l’emergenza.

Le locuste hanno raggiunto l’India dal Pakistan e hanno fatto ingresso nello stato indiano di Rajasthan l’11 aprile. Nella giornata di lunedì 25 le locuste hanno raggiunto anche la città di Jaipur.

Il ministero dell’ambiente ha avvisato con un recente comunicato che gli sciami sono entrati nel Rajasthan, Punjab, Haryana e Madhya Pradesh, e che ora l’allerta è stata diramata anche nella capitale Delhi.

Invasione di locuste: nuovi sciami da metà giugno

Ma l’emergenza locuste riguarda ancora più da vicino altri stati tra Africa e Penisola araba. Secondo l’ultimo bollettino della FAO, la situazione rimane allarmante soprattutto nell’Africa orientale, specie tra Kenya, Etiopia e Somalia. Qui entro metà giugno si formeranno nuovi sciami, proprio in concomitanza con il periodo del raccolto. Nelle settimane a seguire probabilmente questi nuovi sciami si sposteranno verso Pakistan e India, ma anche verso il Sudan e forse verso l’Africa occidentale.

Le piogge previste in Sudan potrebbero creare le condizioni ambientali per la riproduzione delle locuste proprio all’arrivo di sciami di locuste da Kenya e Etiopia nella seconda metà di giugno.

Anche sulla Penisola Araba le condizioni potrebbero favorire un nuovo aumento del numero di locuste a giugno, che potrebbero raggiungere anche il corno d’Africa.

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Tra Iran e Pakistan il numero di locuste è in costante aumento. Nuovi sciami di formeranno nelle prossime settimane e si sposteranno per riprodursi verso il confine tra India e Pakistan. Nella prima metà di giugno, le piogge previste in quest’area favorirà le condizioni ottimali per deporre le uova. E ogni locusta può deporre anche 500 uova. Una situazione che potrebbe portare ad un ulteriore spostamento verso est di nuovi sciami.

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Caldo estremo in India: raggiunti i 50 gradi, valori ad un passo dai record assoluti https://www.iconaclima.it/meteo/caldo-india-50-gradi-record/ Wed, 27 May 2020 09:07:25 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52613 caldo indiaSono giornate di grande caldo in India: ieri il termometro ha raggiunto addirittura 50 gradi. Il dipartimento di meteorologia indiano ha diramato un’allerta rossa per l’ondata di caldo su diversi settori di Rajasthan, Madhya Predesh, Uttar Pradesh, Haryana e di Vidarbha. Per la città di Nuova Delhi è stata diramata un’allerta arancione. Caldo estremo anche in …

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Sono giornate di grande caldo in India: ieri il termometro ha raggiunto addirittura 50 gradi. Il dipartimento di meteorologia indiano ha diramato un’allerta rossa per l’ondata di caldo su diversi settori di Rajasthan, Madhya Predesh, Uttar Pradesh, Haryana e di Vidarbha. Per la città di Nuova Delhi è stata diramata un’allerta arancione.

A Jaipur la temperatura ieri è salita fino a 45 gradi, ad Ajmer fino a 44 gradi, a Pilani fino a 47 gradi. Caldo intenso anche a Delhi-Palam, dove ieri si è registrata una temperatura massima di 47.6 gradi: si tratta di un valore solo 0.8°C più basso del record assoluto di 48.4 gradi registrato il 26 maggio 1998. Lo stesso è successo a Churu (Rajasthan) dove i 50 gradi raggiunti ieri hanno sfiorato il record assoluto di 50.8 gradi del 1 giugno 2019.
C’è mancato pochissimo per raggiungere il record nazionale, i 51 gradi raggiunti a Phalodi il 19 maggio 2016. E l’ondata di caldo continuerà fino al prossimo weekend.

Secondo i meteorologi indiani questa poderosa ondata di caldo è stata innescata dall’arrivo del ciclone Amphan, uno dei più intensi mai formatosi sul Golfo del Bengala. Il ciclone ha colpito l’India più orientale e il Bangladesh, risucchiando tutta l’umidità da altri settori del paese.

La situazione è particolarmente difficile considerando l’emergenza sanitaria e l’invasione di locuste che sta interessando vaste aree dell’India.

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Coronavirus e ambiente, l’appello di medici e infermieri: «ascoltate la scienza» [VIDEO] https://www.iconaclima.it/ripartenza-ecologica/coronavirus-e-ambiente-medici-e-infermieri/ Tue, 26 May 2020 14:12:37 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52589 coronavirus e ambienteNella ripartenza dopo il Coronavirus sarà fondamentale puntare anche sulla tutela dell’ambiente. A lanciare l’appello sono proprio le persone che il Covid-19 lo combattono ogni giorno in prima linea, tra le corsie degli ospedali di tutto il mondo: gli operatori sanitari hanno infatti rivolto un messaggio ai capi di stato e di governo dei Paesi …

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Nella ripartenza dopo il Coronavirus sarà fondamentale puntare anche sulla tutela dell’ambiente. A lanciare l’appello sono proprio le persone che il Covid-19 lo combattono ogni giorno in prima linea, tra le corsie degli ospedali di tutto il mondo: gli operatori sanitari hanno infatti rivolto un messaggio ai capi di stato e di governo dei Paesi del G20, compreso quindi il primo ministro italiano Giuseppe Conte.

La lettera – promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, da Global Climate and Health Alliance e dalla campagna Every Breath Matters – è stata firmata da circa 200 organizzazioni di 90 Paesi, rappresentative di oltre 40 milioni di medici, infermieri e altri operatori sanitari. Per l’Italia, l’appello è stato firmato dalla Federazione dei Medici Chiurghi e degli Odontoiatri ( FNOMCeO), Coordinamento italiano delle società scientifiche aderenti a WONCA, FederSpecializzandi, Fondazione Allineare Sanità e Salute, ISDE Modena, ISDE Associazione Medici per l’Ambiente, Italian Society of Environmental Medicine (SIMA), Mediterranean Society of Lifestyle Medicine, Segretariato Italiano Studenti in Medicina -APS.

Il messaggio è chiaro: per una ripresa sana, #HealthyRecovery è l’hashtag lanciato in occasione dell’iniziativa, non si può ignorare come la salute pubblica passi anche dalla tutela dell’ambiente e dalla giustizia sociale.

I firmatari della lettera hanno sottolineato come gli effetti drammatici del Coronavirus avrebbero potuto essere «parzialmente mitigati, o forse anche prevenuti», da investimenti adeguati nella preparazione alla pandemia, nella sanità pubblica e nella gestione dell’ambiente. Ora «dobbiamo imparare da questi errori – scrivono medici e infermieri – e tornare a essere più forti, più sani e più resistenti».

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La lettera che medici e infermieri hanno rivolto ai leader del G20 si basa su un’osservazione chiara: inquinamento, deforestazione e cambiamenti climatici minacciano la nostra salute, oltre che quella del Pianeta.

Prima della pandemia i nostri corpi venivano già indeboliti dall’inquinamento, provocato da traffico,  uso  inefficiente  dell’energia  residenziale,  centrali  elettriche  a  carbone, inceneritori e agricoltura intensiva. Inquinamento che «causa ogni anno sette milioni di morti premature  – sottolineano gli operatori sanitari – aumentando sia i rischi di polmonite sia la loro gravità;  bronco­‐pneumopatie croniche ostruttive, carcinomi polmonari, malattie cardiache e ictus; determina inoltre esiti avversi in gravidanza come scarso peso alla nascita e asma, mettendo ulteriormente a dura prova i nostri sistemi sanitari». Per guarire davvero è necessario «non consentire più che l’inquinamento continui a contaminare l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, e non permettere che deforestazione e cambiamento climatico avanzino senza sosta, scatenando potenzialmente sempre nuove minacce per la salute su una popolazione vulnerabile».

«In un’economia sana e in una società civile – proseguono i firmatari della lettera – ci si prende cura dei più vulnerabili; i lavoratori hanno accesso a lavori ben retribuiti che non aggravano inquinamento e devastazione ambientale; le città danno priorità a pedoni, ciclisti e trasporti pubblici; fiumi e cieli sono protetti e puliti. La natura è fiorente, i nostri corpi sono più resistenti alle malattie infettive e nessuno si riduce in povertà a causa dei costi sanitari. Per raggiungere questa economia sana dobbiamo usare incentivi e disincentivi più intelligenti al servizio di una società più sana e più resiliente».

Per ottenere questo, serve dirottare verso la sostenibilità i sussidi che oggi vengono ancora destinati ai combustibili fossili: «Se i governi apportassero importanti riforme agli attuali sussidi per i combustibili fossili, spostandone la maggior parte verso la produzione di energia rinnovabile e pulita, la nostra aria sarebbe più sana e le emissioni climatiche si ridurrebbero drasticamente, alimentando una ripresa economica che, da qui al 2050, darebbe uno stimolo ai guadagni globali del PIL per quasi 100 trilioni di dollari».

Gli  enormi  investimenti  che  i  vostri  governi  faranno  nei  prossimi  mesi,  in  settori  chiave  come  assistenza sanitaria, trasporti, energia e agricoltura, devono porre al centro la protezione e la promozione della salute; perché ciò che il mondo ha bisogno ora è un #HealthyRecovery.

L’importanza di ascoltare la scienza

I firmatari della lettera chiedono anche di dare ascolto alla scienza: «chiediamo  che  i  vostri  responsabili e consiglieri medici e scientifici siano direttamente coinvolti nella concezione di tutti i pacchetti per la ripresa economica; che riferiscano sulle ripercussioni sulla salute pubblica a breve e a  lungo  termine  che  le  azioni  indicate  possono  avere,  e  che  alla  luce  di  queste  diano  il  proprio  timbro di approvazione».

Ce ne parlano Samantha Pegoraro e Benedetta Rossi, due medici che collaborano con Italian Climate Network:

A questo link è possibile leggere il testo integrale della lettera, in italiano.

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Negli abissi degli oceani gli effetti del cambiamento climatico saranno 7 volte più veloci https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/acqua-water-observatory/abissi-oceani-cambiamento-climatico-7-volte-piu-veloce/ Tue, 26 May 2020 13:21:19 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52588 cambiamento climatico oceaniNegli abissi degli oceani gli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere 7 volte più rapidi nella seconda metà di questo secolo. E la cosa più inquietante è che un netto taglio delle emissioni non farebbe la differenza. Lo ha dimostrato un nuovo studio pubblicato di Nature Climate Change. Gli scienziati hanno analizzato la “velocità di …

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Negli abissi degli oceani gli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere 7 volte più rapidi nella seconda metà di questo secolo. E la cosa più inquietante è che un netto taglio delle emissioni non farebbe la differenza. Lo ha dimostrato un nuovo studio pubblicato di Nature Climate Change.

Gli scienziati hanno analizzato la “velocità di spostamento del clima” (in inglese climate velocity), ossia la rapidità con cui le specie devono spostarsi geograficamente per restare nell’habitat climatico ideale per la loro sopravvivenza, nelle diverse profondità degli oceani.

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I risultati sono stati poi confrontati con tre scenari climatici futuri: uno con emissioni in declino ad iniziare da oggi, uno con emissioni in calo da metà del secolo e uno con emissioni in costante aumento da qui fino al 2100.

Dalla superficie agli abissi, la velocità di spostamento del clima non è mai costante

Ad oggi il riscaldamento globale sta provocando uno spostamento delle specie marine verso gli abissi in tutti i livelli, dalla superficie fino a 4 chilometri di profondità, ma a velocità diverse. Anche nello scenario climatico più ottimistico, però, nonostante emissioni nettamente inferiori rispetto a quelle attuali, la zona mesopelagica (tra i 200 e i 1000 metri di profondità) potrebbe subire un netto cambio di velocità di spostamento del clima: dai 6 chilometri per decennio fino ai 50 chilometri nella seconda metà del secolo.

Nello stesso periodo, invece, la velocità climatica potrebbe essere dimezzata in superficie, mentre, tra i 1000 metri e i 4000 metri al di sotto della superficie marina la velocità di spostamento del clima potrebbe diventare tre volte più grande di quella attuale, anche con un calo netto delle emissioni.

«Quello che ci preoccupa di più è il fatto che la velocità di spostamento del clima cambia mentre si scende in profondità e con un ritmo sempre diverso», commenta il professor Anthony Richardson dell’Università del Queensland e parte del CSIRO, co-autore dello studio. Questo, infatti, potrebbe creare una disconnessione tra le specie marine di diverse zone oceaniche, disarticolando la catena alimentare marina. Questo avverrà perché «il calore che è già stato assorbito dalla superficie degli oceani – aggiunge – verrà distribuito nel corso degli anni a tutte le profondità marine».

Il professor Jorge García Molinos dell’Università di Hokkaido, co-autore dello studio, ha dichiarato che «i risultati suggeriscono che sarà proprio la biodiversità negli abissi ad essere più a rischio, proprio perché qui gli organismi sono abituati ad un ambiente molto stabile dal punto di vista termico».

Quel che sconvolge è il fatto che anche se l’uomo dovesse ridurre le emissioni a partire da domani, la vita negli abissi cambierà e sarà esposta a rischi sempre più grandi a causa del riscaldamento degli oceani. Il professor Richardson ha detto è stato «preoccupante» vedere nel risultato dello studio non solo le grandi differenze di velocità di spostamento del clima nelle diverse profondità marine, ma anche l’incompatibilità della direzione che dovranno prendere le specie marine per sopravvivere.

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WorldNoTobaccoDay, DeA Scuola e Istituto Nazionale dei Tumori insieme per un webinar formativo di qualità https://www.iconaclima.it/sostenibilita/prevenzione/world-no-tobacco-day-2020-dea-scuola-e-istituto-nazionale-dei-tumori-insieme-per-un-webinar-formativo-di-qualita/ Mon, 25 May 2020 07:00:44 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52473 La Giornata Mondiale senza tabacco è una ricorrenza istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1988 e cade ogni anno il 31 maggio. Lo scopo di questa giornata è quello di sensibilizzare le persone sugli effetti negativi del fumo, sia sulla salute umana che sull’ambiente che ci circonda. Per l’edizione 2020 della Giornata Mondiale senza tabacco l’OMS …

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La Giornata Mondiale senza tabacco è una ricorrenza istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1988 e cade ogni anno il 31 maggio. Lo scopo di questa giornata è quello di sensibilizzare le persone sugli effetti negativi del fumo, sia sulla salute umana che sull’ambiente che ci circonda. Per l’edizione 2020 della Giornata Mondiale senza tabacco l’OMS ha scelto come interlocutori privilegiati i giovani, #TobaccoExposed è lo slogan dell’edizione che invita tutti i giovani a diventare una generazione senza tabacco. 

Perché proprio i giovani? Per decenni l’industria del tabacco ha deliberatamente impiegato tattiche di pubblicità aggressive per attirare i giovani verso l’uso e il consumo di prodotti del tabacco e della nicotina. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in risposta alla tattica sistematica e aggressiva delle industrie legate al tabacco per attirare una nuova generazione di fumatori, la Giornata mondiale senza tabacco 2020 può essere una opportunità di contro-marketing che spieghi ai giovani gli effetti e le conseguenze dell’uso di tali sostanze e li metta nella condizione di poter scegliere una vita senza tabacco. 

Per fare ciò è centrale il ruolo dell’educazione e della formazione.

De Agostini Scuola e l’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite celebreranno la Giornata Mondiale senza Tabacco con un momento formativo di qualità.

Venerdì 29 maggio si terrà un webinar gratuito in cui esperti e divulgatori interverranno per comprendere quali siano gli effetti del tabacco, perché è importante dire no, e come bisogna comportarsi anche in riferimento alla pandemia che stiamo vivendo. Un momento formativo di qualità per i docenti, che potranno iscriversi con le loro classi (QUI il format di iscrizione), e per chiunque abbia voglia di approfondire una tematica tanto attuale quanto bisognosa di interventi urgenti (QUI il canale YouTube sul quale verrà trasmesso l’evento).

Le nuove generazioni hanno già dimostrato sensibilità e ricettività rispetto a tematiche quali la preservazione dell’ambiente e dei diritti umani, questo è indiscutibilmente un segnale di incoraggiamento verso una maggiore tutela anche verso la salute umana. La salute non è solo assenza di malattia, è uno stato di benessere fisico, psichico e sociale che permette lo sviluppo della capacità di adattamento e di auto gestione da parte dell’individuo di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive. La salute è un diritto ben sancito dalla nostra Costituzione che li definisce come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” e per questo bisogna essere consapevoli di cosa può comprometterla. La ricorrenza 2020 sarà molto particolare rispetto alle altre, oltre che per lo svolgimento online delle manifestazioni ad essa dedicate, l’edizione di quest’anno verrà affrontata con nuove consapevolezze messe in primo piano dalla pandemia da Covid-19 che tutti noi ci siamo ritrovati a dover gestire e che stiamo ancora affrontando.

IconaClima promuove una ripartenza ecologica e una diffusione della conoscenza in ambito climatico e ambientale, ha scelto di partecipare all’iniziativa come media partner dedicando una sezione del sito all’analisi degli impatti ambientali dell’industria del tabacco, perché è il momento di favorire un presente consapevole che ci aiuti a costruire un futuro realmente sostenibile. 

 

Visita la sezione Giornata Mondiale senza Tabacco 2020 per leggere tutti gli articoli redatti dalla redazione di IconaClima. 

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2020 in corsa per diventare uno degli anni più caldi mai registrati https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/temperature/2020-in-corsa-per-diventare-uno-degli-anni-piu-caldi-mai-registrati/ Mon, 25 May 2020 05:45:16 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=51909 2020 caldoIl 2020 ha tutte le carte in regola per diventare uno degli anni più caldi mai registrati. Il riscaldamento globale accelera e l’ultima analisi realizzata dalla NOAA conferma che l’anno in corso, quasi sicuramente, entrerà nella Top 5 degli anni più caldi della serie storica. Leggi anche: Clima, Marzo 2020 è stato il secondo più …

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Il 2020 ha tutte le carte in regola per diventare uno degli anni più caldi mai registrati. Il riscaldamento globale accelera e l’ultima analisi realizzata dalla NOAA conferma che l’anno in corso, quasi sicuramente, entrerà nella Top 5 degli anni più caldi della serie storica.

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La NOAA (National Oceanic and  Atmospheric Administration) ha basato questa previsione non sui modelli meteorologici o climatici, bensì sull’analisi dei trend mensili del passato. Le simulazioni degli possibili scenari sono state infatti realizzate sulla base di quanto la temperatura globale è cambiata di mese in mese e di anno in anno nelle analisi realizzate dal 1975 ad oggi. Questa base di dati copre un periodo di oltre 40 anni, un periodo sufficiente secondo la NOAA per analizzare le fluttuazioni mensili delle temperature globali passate, che probabilmente sono rappresentative delle fluttuazioni attuali.

2020 caldo
La probabilità che il 2020 entri al 1, 2, 3+ posto della classifica degli anni più caldi. Ogni tacca rappresenta una probabilità del 5%. Fonte NOAA

Il risultato si questa analisi ha permesso alla NOAA di quantificare le probabilità dell’andamento delle temperature globali del 2020. «Basandoci sull’analisi delle anomalie attuali e storiche – spiega la NOAA – risulta virtualmente certo che il 2020 entri nella Top 10 degli anni più caldi di sempre». Si tratta di una evoluzione in linea con la tendenza riscontrata dal 1988: da allora infatti ogni anno è entrato, almeno inizialmente, nella Top 10. E quest’anno è praticamente una certezza: la probabilità che l’anno in corso entri nei 10 anni più caldi della storia è, infatti, del 99,99%.

Ma il 2020 potrebbe facilmente scalare la classifica ed entrare nella Top 5: la probabilità di questa ipotesi è del 99,94%. La possibilità di vedere il 2020 tra il primo e il quarto gradino del podio resta alta (95%) e, nonostante la probabilità tenda a calare, il 2020 potrebbe anche diventare il più caldo della serie. Secondo le analisi della NOAA il 2020 potrebbe diventare l’anno più caldo della serie storica con una probabilità di quasi il 75% (74,67%).

 

Questo articolo è stato pubblicato su IconaClima in data 29 Apr, 2020 @ 09:32

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La “strategia del tabacco”: la prova generale del negazionismo climatico https://www.iconaclima.it/sostenibilita/prevenzione/la-strategia-del-tabacco-la-prova-generale-del-negazionismo-climatico/ Mon, 25 May 2020 05:05:08 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52459 strategia del tabacco climaIl negazionismo climatico ha origini lontane. La prova generale di quello che sarebbe successo e le strategie da adottare per screditare gli studi scientifici sulle conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale sono avvenute in un momento preciso della storia e hanno toccato uno degli oggetti di consumo più diffusi e letali: la sigaretta. I parallelismi tra …

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Il negazionismo climatico ha origini lontane. La prova generale di quello che sarebbe successo e le strategie da adottare per screditare gli studi scientifici sulle conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale sono avvenute in un momento preciso della storia e hanno toccato uno degli oggetti di consumo più diffusi e letali: la sigaretta.
I parallelismi tra i metodi utilizzati dai negazionisti del riscaldamento globale e del danno del fumo sono notevoli e hanno un intento comune: mantenere viva la controversia diffondendo dubbi e confusione dopo aver raggiunto una parvenza di consenso scientifico.

La strategia del tabacco

L’obiettivo di questa strategia è negare che il tabacco provochi il cancro esibendo fantomatiche prove scientifiche, esattamente come l’ideologia negazionista sui cambiamenti climatici sta facendo da anni rispetto alle responsabilità dell’uomo sull’aumento delle temperature globali a partire dalla rivoluzione industriale. È la strategia del tabacco, cioè la tecnica applicata con successo già a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso per impedire l’adozione di misure restrittive del consumo di tabacco.
Il tema fu affrontato diffusamente nel 2010 grazie all’uscita del libro di saggistica “Mercanti di dubbi. Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale” scritto dagli storici della scienza americana Naomi Oreskes ed Erik M. Conway che hanno trattato anche le stesse dinamiche riguardo la pioggia acida, il DDT e il buco dell’ozono.
Nel saggio leggiamo che Ben Santer – eminente climatologo, tra i bersagli preferiti dei negazionisti, “leggendo il giornale del mattino, s’imbatté in un articolo che descriveva come alcuni scienziati avevano preso parte ad un programma, organizzato dall’industria del tabacco, volto a gettare discredito sulle evidenze scientifiche che collegano il tabacco al cancro. L’idea, spiegava il giornale, era quella di “mantenere aperta la controversia.”
Mantenere aperta la controversia. E’ questo il primo obiettivo dell’ideologia negazionista. Ma torniamo indietro e vediamo l’origine della strategia del tabacco.

1950-1961: arrivano le evidenze scientifiche sui danni da fumo

I primi studi sui danni causati dal tabacco risalgono all’inizio degli anni 50. L’incidenza del cancro al polmone stava vedendo un aumento notevole rispetto soltanto a vent’anni prima. Richard Doll, un giovane epidemiologo inglese, pubblicò uno studio in cui dimostrava come “il rischio di malattia aumenti con la quantità di tabacco fumato”. Altri importanti studi comparvero tra il 1950 e il 1953 ma nel 1954 arrivò quello più importante, curato da Cuyler Hammond e Daniel Horn, due esponenti dell’American Cancer Society. La ricerca si basò su quasi 188.000 uomini tra i 50 e i 69 anni e per la prima volta emerse in modo incontrovertibile: i fumatori presentano un rischio di morte superiore a quello dei non fumatori del 52%. I risultati “preliminari” furono pubblicati in un articolo del 7 agosto 1954 del Journal of American Medical Association.

Crediti Tobacco Endgame

Si tratta di un periodo storico dove la sigaretta era letteralmente sulla bocca di tutti: nei film tutti gli attori fumano e lo fanno in continuazione. Fumano anche i medici e si sprecano annunci e manifesti pubblicitari in cui addirittura si proclama che il fumo fa bene alla salute. A sostenerlo c’è anche il dottor Clarence Cook Little, che dall’ American Cancer Society passa all’improvviso alla direzione del Tobacco Industry Research Committee. Un bel cambio per uno scienziato. Dall’alto della sua posizione e con l’autorevolezza di un medico Little inizia l’opera di istigazione al dubbio e avanza la richiesta di cautela nel prendere sul serio i risultati degli studi scientifici che evidenziavano in modo costante i danni alla salute causati dal fumo. Già nel 1954 partono le prime campagne: 448 organi di stampa, tra cui il New York Times, pubblicano un’inserzione a pagamento in cui si ribadisce che non c’è accordo scientifico unanime sul legame tra il fumo e il cancro al polmone. Si invoca prudenza e, inevitabilmente, si “mantiene aperta la controversia“. Non solo campagne pubblicitarie. Per convincere l’opinione pubblica che i danni del fumo non erano poi così reali e che ci si potesse fare un’opinione personale sul tema, sono stati erogati finanziamenti a Università e ospedali, sono stati istituiti progetti di ricerca e create fondazioni.

Una campagna pubblicitaria della Camel apparsa nel 1946. Crediti tobacco.stanford.edu

Dopo il suo successo del primo studio Hammond e l’American Cancer Society nel 1959 iniziarono un lungo studio di follow-up a lungo termine più ampio denominato Cancer Prevention Study I (CPS-I). In questo caso 68.000 volontari, in 25 stati, testarono oltre 1 milione di uomini e donne. I dati raccolti da Hammond attraverso questo studio hanno fornito ulteriori prove conclusive sugli effetti dannosi del fumo e hanno contribuito in modo determinante al Surgeon General’s Report on Smoking and Health del 1964 sul fumo e la salute. Questo rapporto ha portato a radicali cambiamenti nella politica sul tabacco negli Stati Uniti e ha svolto un ruolo significativo nel contenere il fumo in tutta la nazione.
Determinante fu anche una lettera inviata al presidente John F. Kennedy nel giugno 1961. I leader dell’American Cancer Society, dell’American Public Health Association e della National Tuberculosis Association esortarono Kennedy a formare una commissione sul fumo per trovare una soluzione a questo problema. Finalmente nel 1964 arriva il primo atto ufficiale da parte delle istituzioni americane, il rapporto Smoking and Health a cura del Chirurgo generale degli Stati Uniti Luther Terry, nel quale viene messo nero su bianco che il fumo provoca il cancro al polmone. In quell’anno il 42% degli adulti fuma abitualmente sigarette. Arriveranno poi negli anni seguenti altri studi scientifici che dimostreranno la dipendenza creata dalla nicotina, il legame del fumo con i tumori di stomaco, pancreas, reni, laringe e vescica, oltre a nuove evidenze circa i danni irreparabili all’apparato cardio-circolatorio.

Crediti University of Alabama

 

Il negazionismo climatico è come un rumore di fondo. Anche dopo decenni di prove ed evidenze scientifiche, stuzzica ego alla ricerca del complotto ad ogni costo ed erge l’opinione personale a giudice supremo. La “strategia del tabacco” ci dimostra che basta un manipolo di scienziati che negano i danni del fumo, così come l’efficacia dei vaccini o il riscaldamento globale, per mantenere viva la “controversia” e farci credere che siano temi sui cui ci si possa fare semplicemente un’opinione. Non esiste più un “è vero che”/ “non è vero che” ma solo una vaga opinabilità. Ciò ha danneggiato negli anni la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica del legame tra cancro e fumo e sta avvenendo la stessa dinamica riguardo alla crisi climatica in atto, spesso vista o come un’esagerazione o come un lontano pericolo che non ci tocca davvero. Abbiamo chiesto a Serena Giacomin, meteorologa presso Meteo Expert e presidente di Italian Climate Network, di aiutarci a comprendere.

La “strategia del tabacco” sembra essere la prova generale di quello che è accaduto negli ultimi anni rispetto alla crisi climatica. Un manipolo di scienziati, finanziati dall’industria del tabacco, gettò discredito sulle evidenze scientifiche che collegavano il tabacco al cancro. L’obiettivo era quello di “mantenere aperta la controversia” lasciando aperta la possibilità di potersi fare un’opinione su questo argomento. Pensi che stia succedendo la stessa cosa anche oggi rispetto al global warming?

Sì e succede perché siamo vulnerabili al dubbio. E il dubbio è il motore del negazionismo, sia per quanto riguarda il riscaldamento globale, sia per i danni che il fumo è in grado di provocare alla nostra salute. Convincere il pubblico che “non esistono solide basi scientifiche” e, di conseguenza, “nessuna prova” è il metodo più efficace per allontanare il nostro pensiero dalla scienza e quindi anche dalla verità. Uno dei motivi per i quali le persone si confondono è che ci sono altre persone riconosciute come “esperti” che disorientano volutamente. In alcuni casi ci sono proprio campagne sovvenzionate con l’intento di seminare il dubbio sul cambiamento climatico (e sul fumo). Questa è, infatti, una vecchia strategia: se la gente si convince che la scienza sia opinabile, sarà molto difficile che sostenga politiche e iniziative (magari faticose) che si appoggiano sulla scienza stessa.

Su argomenti come la politica, la letteratura, la musica ci si può fare un’opinione personale, assecondando gusti e inclinazioni. Sul tema della crisi climatica o dei vaccini no. Perché è così difficile da comprendere?

Alcune volte chi nega conosce molto bene la verità. Molto più spesso, invece, le persone “subiscono” le informazioni senza avere competenza o capacità critica al riguardo. Qui entra in gioco la psicologia. Ci sono diverse barriere psicologiche che impediscono alle notizie sul clima di diventare coscienza.
La barriera della distanza, perché gli effetti negativi dei cambiamenti climatici possono spesso sembrare distanti, nello spazio e nel tempo. La barriera della condanna scatenata dal catastrofismo climatico (spesso giustificato dai dati) che può contribuire a sentimenti di disperazione e abbattimento. La barriera della dissonanza, un termine psicologico che indica il conflitto interno che si sperimenta di fronte a informazioni diverse dall’esperienza di vita attuale; questo conflitto è pesante da sopportare, quindi solitamente si tende a risolvere il disagio con semplici auto-giustificazioni capaci di alleviare lo stress psicologico. E la barriera della negazione che, sempre in senso psicologico, significa avere coscienza di un problema, ma vivere come se non l’avessimo: è più facile negare l’esistenza del problema piuttosto che gestire il senso di colpa delle proprie azioni e prendere provvedimenti per cambiare il proprio stile di vita.

La strategia del tabacco si è rivelata piuttosto efficace pur riguardando un tema molto personale: la propria salute. Qualche giorno fa Rob Wijnberg sul The Correspondent ha definito il cambiamento climatico come una “pandemia in slow motion”. Pensi che la tragedia globale del Covid-19 possa cambiare le carte in tavola rispetto al climate change? C’è il pericolo che la crisi climatica passi in secondo piano, ma d’altro canto sta emergendo chiaramente un “bisogno di competenza” e che alla fine “uno non vale uno”.

Difficile dirlo. La comunità sta chiedendo molto alla scienza, sarebbe positivo che a richieste tanto ambizione corrispondesse un paragonabile livello di fiducia. Ma non credo che il mondo scientifico abbia un sufficiente livello di riconoscimento, perché possa davvero avere un peso decisionale.
D’altra parte abbiamo scoperto di essere vulnerabili, noi e il nostro sistema. Forse ci siamo addirittura accorti quanto l’ambiente e la natura possano diventare un rifugio, quando la socialità spinta e i contatti diventano invece una minaccia.
Sicuramente questa è un’ottima occasione per cambiare e per provare a costruire il futuro senza ripercorrere gli errori del passato, anche perché affrontare il cambiamento climatico non significa rinunciare, ma semmai migliorare. In questo senso oggi abbiamo un’opportunità, convinciamoci tutti a non sprecarla e ricordiamoci che volontà e scienza insieme potrebbero fare moltissimo.

Queste tematiche verranno discusse e approfondite anche in un ricco Webinar scientifico a cura di De Agostini Scuola e dell’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite. Il Webinar gratuito, in programma per venerdì 29 Maggiovedrà la partecipazione di esperti e divulgatori, che approfondiranno il tema dal punto di vista sanitarioambientale e della comunicazione sulle giovani generazioni. Per partecipare clicca QUI.

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Il reale costo di una sigaretta per il pianeta Terra https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/territorio/il-reale-costo-di-una-sigaretta-per-il-pianeta-terra/ Mon, 25 May 2020 05:00:55 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52511 Il Rapporto Nazionale sul Fumo, pubblicato nel 2019 dalla Società Italiana di tabaccologia (SITAB), mostra la percentuale di fumatori presenti in Italia. Questo report indica il 22% della popolazione italiana come fumatrice, a fronte del 12,1 % di ex-fumatori e del 65,9% di non fumatori. Questi dati si traducono in 11,6 milioni di fumatori, 6,3 …

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Il Rapporto Nazionale sul Fumo, pubblicato nel 2019 dalla Società Italiana di tabaccologia (SITAB), mostra la percentuale di fumatori presenti in Italia. Questo report indica il 22% della popolazione italiana come fumatrice, a fronte del 12,1 % di ex-fumatori e del 65,9% di non fumatori. Questi dati si traducono in 11,6 milioni di fumatori, 6,3 milioni di ex fumatori e 34,4 milioni circa di non fumatori, con un consumo medio giornaliero che si attesta sulle 13 sigarette per fumatore, ne consegue che, solo in Italia, vengono consumate annualmente più di 55 miliardi di sigarette.

Estendendo questa valutazione all’intero pianeta, queste cifre aumentano a dismisura. I fumatori a livello globale si attestano a 1,3 miliardi, portando il consumo annuo di sigarette a più di 6.000 miliardi di unità, per un corrispettivo di circa 32,4 tonnellate di tabacco coltivato su 4 milioni di ettari. (Eriksen et al, 2015).

Queste tematiche verranno discusse e approfondite anche in un ricco Webinar scientifico a cura di De Agostini Scuola e dell’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite. Il Webinar gratuito, in programma per venerdì 29 Maggiovedrà la partecipazione di esperti e divulgatori, che approfondiranno il tema dal punto di vista sanitarioambientale e della comunicazione sulle giovani generazioni. Per partecipare clicca QUI.

Per far fronte a questa richiesta globale 125 paesi coltivano enormi piantagioni di tabaccoI 5 principali paesi produttori di tabacco sono:

  1. La Cina, con più di 3.150.000 t annue di tabacco prodotto, è il primo produttore mondiale. Dal 1980 il consumo di tabacco è notevolmente aumentato, facendo si che la produzione sia stata più che triplicata.
  2. Il Brasile, con circa 850.000 t annue, è il secondo produttore di tabacco. Le piantagioni più grandi in questo paese si concentrano per lo più a Sud e a Nord-Est.
  3. L’ India, che con circa 830.000 t annue detiene il terzo posto con una produzione di tabacco che viene principalmente esportata nel Sud-Est asiatico, in Europa e in Africa
  4. Gli Stati Uniti dove, con circa 345.000 t annue, la produzione di tabacco è in calo a favore di una maggiore importazione dall’estero.
  5. L’ Indonesia, con circa 260.000 t annue, è il quinto produttore di tabacco a livello mondiale. In questo paese, l’industria del tabacco, rappresenta uno dei settori trainanti per l’economia del paese.

In coda, ma non con numeri meno significativi, seguono Argentina, Zimbawe, Turchia, Malawi e Pakistan.

Lo sfruttamento delle risorse naturali in numeri

Mentre gli effetti del fumo sulla salute sono ben consolidati e divulgati, non vale lo stesso per gli effetti del tabacco sull’ambiente. Sono diverse e sottovalutate le problematiche e i danni arrecati ad ambiente e biodiversità dalle piantagioni intensive e dall’industria del tabacco.

Il report prodotto dall’Imperial College London rivela che, la produzione e il consumo di una tonnellata di tabacco, l’equivalente cioè di un milione di sigarette, richiede l’utilizzo di 3.700 m³  d’acqua, 0,85 ha di terreno ad uso agricolo (1 ha corrispondo a 10000 m²) e contribuisce al consumo di quasi 3,5 t di petrolio  e 0,5 t di ferro, incrementando l’esaurimento di queste risorse naturali (Tab. 1; Fig. 1).


Tab. 1: Risorse globali annue utilizzate per produrre e consumare una tonnellata di tabacco (tratta dal report: “Cigarette smoking” – Imperial College London)
Flussi di consumo annuali della catena del tabacco (Infografica realizzata da: Massimo Garbagnati e tratta dal report: “Cigarette smoking” – Imperial College London)

Problematiche e danni diretti causati dalle piantagioni intensive di tabacco

Oltre all’enorme consumo di risorse naturali, coltivare tabacco implica l’utilizzo di grandi terreni gestiti per lo più a monocoltura e spesso frutto della deforestazione di aree naturali. Questi sono il primo grande problema della coltivazione del tabacco. Ettari ed ettari di foreste abbattuti nel corso degli anni per essere riconvertite ad uso agricolo (si stima che almeno 6.500 ha di foresta vengano “bonificati” annualmente), provocando una massiccia perdita di biodiversità ed impoverimento del suolo. 

La deforestazione provocata dal tabacco è principalmente un problema nei paesi in via di sviluppo, dove rappresenta quasi il 5% della perdita nazionale totale di foreste. In paesi come il Malawi, lo Zimbabwe e le Filippine è la principale causa di deforestazione (OMS, 2017). In Brasile, si stima che l’espansione agricola per la coltivazione del tabacco abbia portato alla perdita di 74.440 ha di foresta tra il 1990 e il 2007, e in Malawi, alla perdita di circa 13.400 ha. In Pakistan, la coltivazione del tabacco è responsabile di quasi il 27% della deforestazione annuale del paese (Kägi & Schmid, 2010), e in Tanzania, ha portato a una perdita di circa 11.000 ha di Myombo (ecosistema caratterizzato da foreste secche e boschi tropicali) (OMS, 2017; Kägi & Schmid, 2010). Deforestazione che non si limita alla sola riconversione ad uso agricolo, ma che continua con il taglio e consumo di legname impiegato nella conservazione del tabacco (circa 11,4 milioni di t annue) e con la produzione di cartine, pacchetti e imballaggi. Il processo di deforestazione in corso, non solo contribuisce direttamente alla perdita di biodiversità, bensì colpisce anche indirettamente contribuendo alla produzione di anidride carbonica e formaldeide espirata, all’effetto serra (i gas ad effetto serra derivanti dalla combustione delle sigarette equivalgono a quelli emessi da 1,5 milioni di veicoli a motore ogni anno) e conseguentemente ai cambiamenti climatici.

Con il termine monocoltura si indica un tipo di sfruttamento del terreno che non prevede una rotazione della specie o della varietà di piante coltivate. Una mancata rotazione per più anni consecutivi comporta l’impoverimento e l’alterazione della struttura chimico-fisica del suolo. Il terreno viene sfruttato il più possibile rendendolo vulnerabile ad erosione ed esponendolo maggiormente alla diffusione di malattie; la pianta del tabacco assorbe dal suolo azoto, fosforo e potassio molto più quanto non facciano altre piante, impoverendolo e acidificandolo, favorendone quindi l’infertilità. Per far fronte a questa diminuzione di nutrienti vengono utilizzati grandi quantità di fertilizzanti e regolatori della crescita oltre che pesticidi chimici per combattere la presenza di insetti che potrebbero rovinare le foglie di tabacco. L’uso massiccio di questi prodotti, molti dei quali tossici, è complice dellinquinamento delle falde acquifere e dell’avvelenamento della fauna circostante oltre che tossico per l’uomo. 

Problematiche e danni indiretti: l’ambiente non risente del solo ciclo di coltivazione del tabacco. 

Una sigaretta contiene numerose sostanze tossiche (di 4000 sostanze chimiche contenute, almeno 250 sono note per esserlo), per il fumatore e per l’ambiente circostante. Queste vengono sprigionate sia dalla combustione stessa di una sigaretta che dall’espirazione del fumatore.

Il “mainstream smoke” o fumo espirato causa il rilascio in atmosfera di circa 6.000 t di formaldeide e 47.000 t di nicotina. Inoltre vengono rilasciate anche anidride carbonica, metano e nitrosi ossidanti, gas che contribuiscono all’aumento dell’effetto serra con un effetto paragonabile ai gas emessi da 1,5 M di veicoli a motore annualmente. Come se ciò non bastasse, il “sidestream smoke” o fumo prodotto tra una boccata e l’altra, rilascia il doppio della nicotina e 147 volte più ammoniaca rispetto al fumo prodotto durante l’espirazione. L’aumento della concentrazione dei gas serra, naturalmente presenti in atmosfera, è responsabile del surriscaldamento globale. Negli ultimi anni, il consumo massiccio di combustibili fossili, la deforestazione e l’immissione di sostanze tossiche e gas serra nell’ambiente hanno provocato un anomalo innalzamento della temperatura e un conseguente cambiamento climatico.

Oltre alla porzione di sigaretta che viene consumata dal fumatore l’inquinamento ambientale continua ad opera di un secondo vettore, il filtro o mozzicone. Lo scopo del filtro è quello di limitare l’assunzione delle sostanze tossiche contenute dalla sigaretta trattenendole al proprio interno e, proprio per questo, dopo aver fumato, diventa un rifiuto carico di sostanze tossiche. Questi rifiuti, se gettati negli appositi contenitori possono essere smaltiti, limitando i danni ambientali al “solo” processo di smaltimento.  Al contrario, quando vengono gettati per terra o in acqua, rappresentano una seria minaccia ambientale. Il report della SITAB rivela che, sebbene un singolo mozzicone non rappresenti una reale minaccia per l’ambiente, la questione cambia profondamente se si considerano tutti i mozziconi gettati a terra o in acqua dai fumatori ogni anno. Un mozzicone impiega da 1 a 5 anni per degradarsi e durante questo periodo continua a rilasciare sostanze tossiche nel terreno o nei bacini idrici, nel caso in cui non venga raccolto o ingerito. Numerosi sono infatti i mozziconi ritrovati nello stomaco di uccelli, pesci e tartarughe marine.

Un lavoro pubblicato dalla SITAB nel 2006 rivela che tra il 2002 e il 2006, nel solo Mar Mediterraneo i mozziconi rappresentavano circa il 40% dei rifiuti trovati (bottiglie e sacchetti di plastica rappresentavano rispettivamente “solo” circa il 9,5 e 8,5 %). Mentre, un lavoro più recente, divulgato dalla NBC e da Focus nel 2018, rivela che le sostanze contenute nei filtri sono state ritrovate nel 30% delle tartarughe e nel 70% degli uccelli analizzati. Sebbene questi dati potrebbero indurre a pensare che questo problema non riguardi anche l’uomo sarebbe opportuno considerare che l’ittiofauna rappresenta una componente fondamentale nella dieta umana e che il consumo di pesce è in costante aumento secondo la FAO. Questo significa che, oltre ad assumere le sostanze contenute in una sigaretta mentre questa viene fumata, l’assunzione continua in forma indiretta durante il consumo dei pasti.

Una terza problematica non trascurabile è legata agli incendi scaturiti dai mozziconi gettati in un bosco o in contesti in cui è presente del materiale infiammabile. Negli ultimi anni le sigarette prodotte sono provviste di strozzature lungo la cartina, grazie alle quali viene indotto l’autospegnimento nel caso in cui vi sia aspirazione. Questa soluzione limita la possibilità che degli incendi vengano generati dal mozzicone gettato, ma non la risolve. Sono numerosi, ancora ad oggi, gli incendi legati a questa tipologia di innesco. Il bollettino ufficiale di Regione Lombardia pubblicato ad inizio 2020 individua i mozziconi gettati come i responsabili del 12,92 % degli incendi involontari e della perdita di 208,41 ha.

Da rifiuti a possibili risorse: trovare una soluzione che migliori la gestione dei mozziconi di sigaretta è essenziale per tutelare la Terra e la biodiversità.

E’ di inizio anno la notizia riportata dal quotidiano La Repubblica secondo la quale il Centro Enrico Avanzi dell’Università di Pisa, in collaborazione con il CNR e il comune di Capannori, ha avviato un progetto della durata di tre anni, di nome “Focus” (Filter of cigarettes reUse Safely), che prevede la trasformazione dei mozziconi in biocarburante e materiale inerte per la coltivazione di fiori. Questo progetto prevede la separazione dei mozziconi nelle loro componenti biodegradabili per poi effettuare un lavaggio del filtro senza nessun tipo di trattamento chimico. L’acqua di lavaggio verrà poi decontaminata utilizzando delle alghe che, successivamente, saranno utilizzate come biomassa da utilizzare come biocarburante.

Un secondo progetto di ricerca, chiamato “Rinasce”, realizzato dalla divisione ricerca e sviluppo di AzzeroCO2 e l’istituto atmosferico del CNR si è occupato della conversione dei mozziconi di sigaretta in montature per occhiali. Anche se il processo di trasformazione deve essere ancora ottimizzato soprattutto dal punto di vista della resa e della gestione degli scarti in quanto, al momento, per produrre un paio di occhiali sono necessari circa 1000 mozziconi.

E’ il momento di ripensare il futuro e questi due progetti sono un esempio di gestione di scarti tossici e di economia circolare a favore dell’ambiente. Un rifiuto che provoca enormi danni al Pianeta può, se correttamente trattato, trasformarsi in una risorsa. Incentivare questo tipo di progetti e promuovere iniziative quali la Giornata Mondiale Senza Tabacco favorisce una maggiore presa di coscienza sugli impatti ambientali delle nostre abitudini e costituisce un passo in avanti nella tutela del Pianeta e della biodiversità.

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La sigaretta inquina l’aria. Dalla produzione al consumo emissioni di un’intera nazione https://www.iconaclima.it/inquinamento/giornata-mondiale-senza-tabacco-emissioni-qualita-aria/ Mon, 25 May 2020 04:55:44 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=51962 giornata senza tabacco fumo inquinaLa sigaretta inquina l’aria, a partire dal fumo che fa quando viene accesa indietro lungo tutto la filiera di produzione. Se le ricadute del fumo sulla nostra salute ormai sono ben note, è necessario ed interessante mettere in luce anche le conseguenze che l’uso, il trasporto e la produzione delle sigarette hanno sull’ambiente e sulla …

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La sigaretta inquina l’aria, a partire dal fumo che fa quando viene accesa indietro lungo tutto la filiera di produzione. Se le ricadute del fumo sulla nostra salute ormai sono ben note, è necessario ed interessante mettere in luce anche le conseguenze che l’uso, il trasporto e la produzione delle sigarette hanno sull’ambiente e sulla qualità dell’aria che respiriamo.

 

Queste tematiche verranno discusse e approfondite anche in un ricco Webinar scientifico a cura di De Agostini Scuola e dell’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite. Il Webinar gratuito, in programma per venerdì 29 Maggiovedrà la partecipazione di esperti e divulgatori, che approfondiranno il tema dal punto di vista sanitarioambientale e della comunicazione sulle giovani generazioni. Per partecipare clicca QUI.

Per questo, in occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbiamo deciso di capire qual è l’impatto sulle emissioni e sulla qualità dell’aria del fumo e del processo di produzione delle sigarette.

Quanto inquina l’aria il fumo di sigaretta?

Procediamo a ritroso in questo percorso, iniziando proprio da quando una sigaretta viene accesa. Nel fumo di sigaretta sono contenute molte sostanze tossiche (tra cui formaldeide, ammoniaca, nicotina, acetaldeide, acido cianidrico, acroleina). In un anno intero, il fumo del tabacco contribuisce a diffondere in atmosfera migliaia di tonnellate di sostanze cancerogene, tossiche e gas serra. Tra le sostanze tossiche liberate in aria dal fumo di sigaretta ci sono 3-6 mila tonnellate di formaldeide, 12-47 mila tonnellate di nicotina, e grandi quantità di gas serra come l’anidride carbonica, il metano e ossidi di azoto.

fumo inquina emissioni
Foto di Ralf Kunze da Pixabay

Fumare una sola sigaretta emette 14 grammi di CO2 equivalente (misura che esprime l’impatto sul riscaldamento globale). Nell’arco di una vita intera, un fumatore che fuma 1 pacchetto di sigarette al giorno per 50 anni contribuisce ad emettere in atmosfera 5.1 tonnellate di CO2 equivalente. Una quantità di anidride carbonica che, per compensare, richiederebbe la crescita di 132 piantine per 10 anni.

Fumare peggiora la qualità dell’aria che respirano tutti, anche i non fumatori. E’ impressionante, ma è stato dimostrato che cinque sigarette inquinano come una locomotiva. Un esperimento realizzato dall’Istituto nazionale dei Tumori italiano ha provato che il PM10 emesso da cinque sigarette corrisponde a quello prodotto da una locomotiva a gasolio. Un locomotore produce 3500 μg/m3 di PM10 e una sigaretta ne produce 717 μg/m3nello stesso lasso di tempo: quindi 5 sigarette inquinano quanto un locomotore a parità di tempo di emissione.

Fumo passivo, la qualità dell’aria peggiora anche all’aperto

La letteratura scientifica è ricca di studi che hanno analizzato la qualità dell’aria nei luoghi chiusi. Uno studio del 2007 pubblicato sul Tobacco Control ha analizzato i livelli di Pm2.5 all’interno di pub scozzesi prima e dopo il divieto introdotto dal governo. Prima dell’introduzione della legislazione i livelli di Pm2.5 risultavano essere di 246 μg/m3 (in un range di  8–902 μg/m3), praticamente 10 volte più alti del limite annuale medio concesso per legge per la protezione della salute umana. Dopo l’introduzione della legge, i livelli sono calati drasticamente con valori medi di 20 μg/m3 (range 6–104 μg/m3), in linea con i valori registrati all’esterno dei locali.

Peggio del traffico. Uno studio italiano, pubblicato sull’European Respiratory Journal, ha analizzato la qualità dell’aria in due vie della zona Brera, nel centro della città di Milano, per confrontare i livelli di particolato emessi dal traffico veicolare in una via trafficata (via Pontaccio) con quelli derivanti dal fumo di sigaretta in una via pedonale (via Fiorichiari). I risultati di questa analisi sul fumo passivo sono sorprendenti. Tra le 18 e le 24, la qualità dell’aria era peggiore nella zona pedonale rispetto alla zona trafficata, dato evidentemente correlato al fatto che, proprio durante quelle ore, si erano concentrati nella zona ad alta concentrazione di bar e di locali, il maggior numero di fumatori.

Leggi anche:

Inquinamento atmosferico e fumo da sigaretta: un mix letale. Intervista a Roberto Boffi

La produzione di sigarette emette quanto Nazioni intere

Prima di arrivare nelle tasche dei fumatori, però, la sigaretta compie un lungo percorso che genera scarti ed emissioni lungo l’intera filiera produttiva.

Emissioni e inquinamento durante il trasporto

Il tabacco viene coltivato in alcuni Paesi più che in altri, ma poi viene venduto in tutto il mondo. Ad esempio, il tabacco coltivato nel Malawi viene spedito in Australia, Cina, Stati Uniti e altri Paesi. Il trasporto del tabacco all’impianto e il trasporto del prodotto finito sugli scaffali pensano entrambi sul totale delle emissioni dell’intera filiera. Risulta difficile stimare le emissioni della prima fase del trasporto, poiché l’industria non ha fornito un resoconto dettagliato. Un indizio arriva però dalla Japan Tobacco International (WHO), secondo cui le emissioni di anidride carbonica derivanti dal trasporto della materia prima in Giappone sono di 880 tonnellate.

Foto di Couleur da Pixabay

Nell’ultima fase del trasporto entrano in gioco i mezzi trasporto, spesso con motori diesel. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il particolato derivante dal traffico di furgoni e camion è una delle prime cause di malattie legate all’inquinamento dell’aria. Secondo un rapporto della Philip Morris International, le emissioni della flotta dei veicoli emette circa 115 mila tonnellate di CO2 equivalente, mentre il traffico aereo contribuisce con oltre 4 mila tonnellate. In pratica si tratta di poco meno della metà delle emissioni complessive della PMI derivanti dalla produzione di sigarette.

Metà delle emissioni deriva dalla sola lavorazione del tabacco

Una ricerca pubblicata nel 2018 dalla American Chemical Society ha analizzato l’impatto ambientale del ciclo di produzione della sigaretta. La coltivazione di 32,4 milioni di tonnellate di tabacco verde produce 6,48 milioni di tonnellate di tabacco disidratato, utilizzato per la produzione delle 6 mila miliardi di sigarette prodotte nel mondo nell’arco di un anno.

Nel processo vengono emesse circa 84 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, praticamente lo 0,2% delle emissioni globali. Si tratta di una quantità pari a quella dei gas serra emessi da intere nazioni come Perù o Israele. Inoltre, la produzione delle sigarette genera 25 milioni di tonnellate di rifiuti solidi, con l’uso di 22 mila milioni di tonnellate di acqua, di cui 55 milioni di tonnellate di acque reflue.

La distribuzione geografica della produzione e del consumo delle sigarette ogni anno. Fonte: Environ. Sci. Technol. 2018, 52, 8087−8094

Secondo lo studio, la coltivazione del tabacco, l’irrigazione e l’uso di fertilizzanti, sono responsabili del 70% dei danni all’ambiente della filiera produttiva del tabacco. La fase di lavorazione (cura e essiccazione) del tabacco genera da sola più della metà delle emissioni di CO2 dell’intero processo, 45 milioni di tonnellate di anidride carbonica in un anno.  Ciò significa che nel processo di produzione di sigarette, l’uso di energia fossile ha l’impatto più grave sull’ambiente. Per questo motivo la scelta della fonte di energia da utilizzare ha un peso specifico importante sull’impronta ambientale della filiera.

In questi calcoli non è stato però contato l’impatto della deforestazione che è la seconda fonte antropogenica di anidride carbonica (circa il 20%) dopo l’uso di combustibili fossili. Secondo una stima, i 3.6 milioni di ettari di territorio deforestato ogni anno per la coltivazione del tabacco contribuisce per il 5% al totale delle emissioni di gas serra globali.
Complessivamente la coltivazione e la lavorazione del tabacco è una delle pratiche agricole più distruttive nei Paesi più poveri, dove paradossalmente la produzione è aumentata nel tempo.

 

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Il fumo nuoce anche all’acqua: l’impatto dei consumi e dell’inquinamento https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/acqua-water-observatory/fumo-acqua/ Mon, 25 May 2020 04:37:31 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52238 Giornata mondiale senza tabacco - effetti del fumoIl fumo ha effetti molto gravi sull’ambiente oltre che, naturalmente, sulla salute dell’uomo. In occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, analizziamo più da vicino l’impatto che questa industria ha sulla terra, sull’aria e sull’acqua. Come succede per la terra e per l’aria, anche l’acqua risente degli effetti del fumo fin …

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Il fumo ha effetti molto gravi sull’ambiente oltre che, naturalmente, sulla salute dell’uomo. In occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, analizziamo più da vicino l’impatto che questa industria ha sulla terra, sull’aria e sull’acqua.

Come succede per la terra e per l’aria, anche l’acqua risente degli effetti del fumo fin dalle prime fasi della produzione del tabacco. Come rilevato da un rapporto della European Food Safety Authority, la sua coltivazione necessita dell’uso di sostanze chimiche che possono contaminare le acque sotterranee. La produzione e la lavorazione del tabacco richiedono anche grandissimi quantitativi di acqua: come sottolinea l’OMS «la produzione di una tonnellata di tabacco richiede mediamente oltre 3.700 metri cubi di acqua». Si tratta di un dato significativo, soprattutto se si tiene conto del fatto che il 97,5% dell’acqua che ricopre il Pianeta (1.390 milioni di km cubi in tutto) è salata, che quella dolce è solo il 2,5 per cento del totale e che, di questa percentuale, l’acqua disponibile per le attività umane è appena lo 0,5%. Attualmente una fetta importante della popolazione mondiale vive già situazioni critiche: secondo il World Resources Institute, una persona su quattro vive in condizioni di stress idrico e, come ha denunciato la stessa OMS insieme all’Unicef, nel mondo una persona su tre non ha accesso all’acqua potabile sicura. Come ha sottolineato l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le fonti d’acqua stanno subendo l’impatto devastante dei cambiamenti climatici, che le distruggono, le asciugano e le contaminano: si stima che entro i prossimi vent’anni 600 milioni di bambini vivranno in aree di stress idrico. Il meteorologo Lorenzo Danieli ha approfondito l’impatto del clima sulla siccità in questo articolo.

Giornata mondiale senza tabacco
Unsplash/Brian Yurasits

L’acqua viene contaminata gravemente anche dopo il consumo del tabacco. Succede per esempio con i mozziconi di sigaretta, che dopo essere stati gettati a terra solitamente vengono spazzati via con la pioggia, finendo nelle fognature e nei corsi d’acqua, fin verso le coste. Enorme la quantità di mozziconi che arriva negli oceani: negli ultimi 32 anni, i volontari di Ocean Conservancy hanno raccolto sui litorali del mondo oltre 60 milioni di mozziconi, pari a circa un terzo del totale di tutta la spazzatura recuperata. Secondo una ricerca, nel Mediterraneo i mozziconi costituiscono il 40% dei rifiuti, il quadruplo delle bottiglie di plastica.

Questo tipo di rifiuti contamina i corsi d’acqua danneggiando piante e animali, ma anche le persone che utilizzano l’acqua inquinata. I residui dei mozziconi possono inoltre essere ingeriti dai pesci, che li scambiano per cibo, e attraverso di loro anche gli esseri umani possono ingerire sostanze chimiche e microplastiche.

Giornata mondiale senza tabacco
Unsplash/Paweł Czerwiński

Come mette in luce un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso i prodotti di scarto del fumo – e perfino attraverso i rifiuti umani – sostanze come la nicotina e la cotinina entrano nelle discariche. La cosa preoccupante, scrive l’OMS, è che i prodotti chimici possono persistere anche nelle acque reflue trattate. La cotinina è stata rilevata nelle acque di recupero utilizzate per irrigare i campi negli Stati Uniti e nei campioni di suolo provenienti da tali campi. E queste sostanze possono addirittura finire nell’acqua potabile: dopo la trasformazione convenzionale in un impianto di trattamento, infatti, si stima che la nicotina venga eliminata solo al 79% e la cotinina al 94 per cento. «Questi composti – avverte l’OMS – possono inquinare i corsi d’acqua e potenzialmente contaminare l’acqua utilizzata per il consumo».

Queste tematiche verranno discusse e approfondite anche in un ricco Webinar scientifico a cura di De Agostini Scuola e dell’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite. Il Webinar gratuito, in programma per venerdì 29 Maggiovedrà la partecipazione di esperti e divulgatori, che approfondiranno il tema dal punto di vista sanitarioambientale e della comunicazione sulle giovani generazioni. Per partecipare clicca QUI.

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La malattia del tabacco verde, dentro ogni sigaretta c’è una storia di povertà https://www.iconaclima.it/sostenibilita/prevenzione/la-malattia-del-tabacco-verde-dentro-ogni-sigaretta-ce-una-storia-di-poverta/ Mon, 25 May 2020 04:30:52 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52262 Oggi si parla molto di sostenibilità, sia dei nostri sistemi produttivi sia delle nostre abitudini, per la Giornata Mondiale senza tabacco 2020, abbiamo analizzato gli impatti della produzione e del consumo del tabacco sull’ambiente e sul tessuto sociale che ne ospita le coltivazioni per capire se e quanto questa pratica sia in linea con i 17 …

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Oggi si parla molto di sostenibilità, sia dei nostri sistemi produttivi sia delle nostre abitudini, per la Giornata Mondiale senza tabacco 2020, abbiamo analizzato gli impatti della produzione e del consumo del tabacco sull’ambiente e sul tessuto sociale che ne ospita le coltivazioni per capire se e quanto questa pratica sia in linea con i 17 obiettivi posti dall’Agenda 2030.

Queste tematiche verranno discusse e approfondite anche in un ricco Webinar scientifico a cura di De Agostini Scuola e dell’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite. Il Webinar gratuito, in programma per venerdì 29 Maggiovedrà la partecipazione di esperti e divulgatori, che approfondiranno il tema dal punto di vista sanitarioambientale e della comunicazione sulle giovani generazioni. Per partecipare clicca QUI.
17 obiettivi di sviluppo sostenibile – un.org

 

Oggi, quasi il 90% di tutta la produzione di tabacco è concentrata nei paesi in via di sviluppo, nella top ten dei paesi produttori di tabacco, nove sono in via di sviluppo, quattro dei quali sono paesi in deficit alimentare (LIFDC), tra cui India, Zimbabwe, Pakistan e Malawi. In molti dei paesi a basso reddito che coltivano tabacco, e in particolare nei paesi a deficit alimentare in Africa e in Asia, la stragrande maggioranza di tutto il tabacco prodotto è destinata all’esportazione, con meno del 20% destinato al consumo locale. Gli impatti di questo ciclo produttivo sull’ambiente sono significativi e con ripercussioni a livello globale, come illustrato nell’articolo “Il reale costo di una sigaretta per il pianeta Terra”, ma oltre alla salute del Pianeta, per parlare a pieno di sostenibilità bisogna considerare anche l’impatto sociale delle industrie della lavorazione del tabacco nei paesi in via di sviluppo.

Il tabacco del Malawi viaggia in tutto il mondo e con lui le storie di povertà del paese

Secondo una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità, circa il 60% dei coltivatori di tabacco del Malawi sono piccoli proprietari terrieri e il 30% sono agricoltori che lavorano su terreni altrui, questi ultimi sono i più esposti al rischio e intrappolati in un ciclo di povertà. Agli agricoltori che non possiedono la terra che coltivano, molto spesso, vengono prestati i soldi dall’effettivo proprietario della terra. Il denaro in prestito è utile a pagare i raccolti e il mais per sfamare le famiglie, ma una volta che il raccolto viene venduto, gli agricoltori vengono retribuiti per una somma che sottrae il prestito: poiché la vendita del tabacco è spesso insufficiente a coprire il prestito, molti lavoratori restano indebitati per tutta la vita. Si concretizza così l’impossibilità di una realizzazione dignitosa dell’individuo, che viene privato della possibilità  di un futuro diverso da quello dell’indebitamento perpetuo; tutto ciò si riflette in un basso, se non inesistente, livello di istruzione.
Il processo di produzione del tabacco ha effetti negativi sulla salute dei lavoratori del tabaccoOgni giorno un lavoratore del tabacco che pianta, coltiva e raccoglie tabacco può assorbire una quantità di nicotina pari a quella contenuta in 50 sigarette. I lavoratori del tabacco possono soffrire dell’avvelenamento da nicotina noto come malattia del tabacco verde. 

La malattia da tabacco verde è causata dall’assorbimento della nicotina attraverso la pelle mentre i lavoratori sono impegnati nella manipolazione delle foglie di tabacco non polimerizzate. I sintomi dell’insorgere della malattia includono nausea, vomito, pallore, vertigini, mal di testa, aumento della sudorazione, brividi, dolore addominale, diarrea, aumento della salivazione, debolezza, affanno e abbassamento occasionale della pressione sanguigna.

Ad essere esposti a questa malattia non sono solo i lavoratori adulti, ma anche quella parte di manodopera costituita da bambini che, per contribuire al reddito familiare, lavora i campi già dall’infanzia. Negli ultimi anni, il Malawi è diventato uno dei cinque maggiori produttori di tabacco al mondo, in gran parte a causa delle basse tariffe all’esportazione, della manodopera a basso costo e della mancanza di normative. La coltivazione e la vendita del tabacco rappresenta il 70% delle entrate del paese, questo fattore implica l’utilizzo massiccio di manodopera che comprende anche i bambini, in generale di età compresa tra i 5 e i 15 anni.

Secondo gli avvocati per i diritti umani della Leigh Day, quasi 2000 agricoltori, tra cui centinaia di bambini, del Malawi hanno intrapreso azioni legali contro la British American Tobacco accusando la compagnia di lavoro forzato e minorile. Il gruppo di agricoltori e i loro familiari hanno accusato la compagnia del tabacco di “ingiusto arricchimento”, per aver ricavato enormi profitti dalle foglie che sono state raccolte dagli agricoltori retribuiti miseramente. Secondo quanto riportato dallo studio di avvocati, un tipico agricoltore non proprietario terriero coltiva e raccoglie il tabacco di circa un ettaro di terra, per coprire questa superficie, sarebbero necessarie in media quattro persone. Tuttavia, l’importo della retribuzione di questi agricoltori è troppo basso perché questi possano permettersi degli aiutanti, di conseguenza non hanno altra scelta che fare affidamento sui propri figli e introdurli all’attività lavorativa in età infantile.
Questi agricoltori non dispongono di alcun equipaggiamento protettivo per il lavoro e molti subiscono lesioni e malattie, tra cui la sopracitata malattia del tabacco verde. Oliver Holland, avvocato del team internazionale dello studio legale Leigh Day, in rappresentanza degli agricoltori, ha dichiarato:
“Mentre la BAT accumula enormi profitti, gli agricoltori che svolgono il lavoro estenuante e pericoloso di raccogliere le foglie di tabacco sono pagati poco o niente. Sono intrappolati nel lavoro, senza alcun mezzo per allontanare se stessi e le loro famiglie dalla loro situazione. Questo non potrebbe essere più lontano dalla realtà. Inoltre, i lavoratori sono costretti a prendere la straziante decisione di mettere al lavoro i propri figli, solo per assicurarsi che possano guadagnare abbastanza denaro da non essere indebitati.”

La BAT è la più grande azienda di tabacco quotata in borsa al mondo e acquisisce tabacco dalle 20.000 alle 35.000 aziende agricole del Malawi. Il tabacco del Malawi si trova nella miscela di quasi tutti i marchi di sigarette più venduti disponibili in Europa, Asia e Stati Uniti. Secondo le Nazioni Unite, oltre il 98% del tabacco qui prodotto viene esportato nei paesi più sviluppati, con la maggior parte della miscela destinata alla fabbrica ai grandi produttori di sigarette del mondo.

Alcuni dei produttori mondiali di sigarette hanno attivato programmi per costruire scuole nei paesi in via di sviluppo, finanziando progetti volti portare i bambini fuori dai campi per indirizzarli verso l’istruzione (Eclt- Foundation). Numerosi gli sguardi critici verso questo tipo di iniziative, considerate ancora numericamente insufficienti, e convinti che lunica via per fermare lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di tabacco sia quella di non acquistare più miscele coltivate e lavorate in queste condizioni. 

Lo stress che il settore del tabacco pone sugli ecosistemi e sulle risorse naturali è dunque principalmente a carico delle regioni meno sviluppate, che spesso minacciano i mezzi di sussistenza nelle comunità più vulnerabili: dalla malattia del tabacco verde, al lavoro minorile e di altre questioni relative ai diritti umani (Human Rights Watch, 2018). Nel frattempo, i profitti dalla vendita di prodotti del tabacco sono in gran parte restituiti alle società del tabacco senza beneficio per i paesi in via di sviluppo (Chaloupka e Warner, 2000; Warner, 2000) aumentando le disuguaglianze sociali della popolazione mondiale.
Urge un’azione coordinata del governo, in ambito della cooperazione internazionale, con le organizzazioni intergovernative (OMS FCTC, UNDP e FAO) per affrontare i danni ambientali e sociali della catena di approvvigionamento del tabacco, tenendo conto che, questi paesi sono anche tra i maggiormente esposti ai rischi causati dalla crisi climatica.

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Milano e ambiente. Sala: «no a una decrescita felice, dobbiamo credere in una vera trasformazione» https://www.iconaclima.it/video/milano-e-ambiente-sala/ Sun, 24 May 2020 12:02:24 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52542 milano ambiente meteo sole primavera«Il principale cambiamento che dovremo vivere a Milano sarà quello relativo all’ambiente»: va dritto al punto il sindaco Beppe Sala, che a questo tema ha dedicato il video che domenica, come ogni giorno, ha pubblicato sui propri canali social. Sala ha infatti parlato della ripartenza di Milano dopo la crisi generata dal Coronavirus e interrogandosi …

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«Il principale cambiamento che dovremo vivere a Milano sarà quello relativo all’ambiente»: va dritto al punto il sindaco Beppe Sala, che a questo tema ha dedicato il video che domenica, come ogni giorno, ha pubblicato sui propri canali social.

Sala ha infatti parlato della ripartenza di Milano dopo la crisi generata dal Coronavirus e interrogandosi su come cambierà la città ha assicurato che la tematica dell’ambiente sarà centrale. Impossibile non riflettere su cosa succederà nel lungo termine, ha detto il sindaco: «che Milano vogliamo nel futuro?».

Milano e Ambiente, il discorso di Sala

«Vorrei dichiarare senza mezzi termini che credo che il principale cambiamento che dovremo vivere a Milano sarà quello relativo all’ambiente», ha sottolineato il sindaco: «dobbiamo credere in una vera trasformazione ambientale» . E ha proseguito così il suo discorso:

Ci sono tanti motivi, ma ve ne cito tre.
Il primo: perché lo vogliono i nostri figli, perché lo vogliono i giovani, e loro sono coloro che pagheranno maggiormente il prezzo di questa crisi per il debito che lasceremo loro.

Il secondo motivo: è il momento, perché i finanziamenti dall’Europa, dal Governo, i finanziamenti pubblici e privati andranno lì, sull’ambiente. E quindi sui sistemi di mobilità – poi se volete riduciamo al tema delle piste ciclabili, ma è molto di più -, sull’efficientamento energetico, sul fatto di non muoversi, di muoversi di meno e di utilizzare lo smart working. È il momento.

E infine il terzo motivo. Io sono un osservatore di ciò che succede nel mondo, parlo tanto con gli altri sindaci, e ve lo garantisco: le grandi città del mondo vanno lì.
Vi faccio alcuni esempi: a Londra si è creata una grande area car free e, detto in parole povere, a Londra entrare in macchina è costosissimo (18 sterline, quindi 20 euro), quindi è disincentivato il traffico con auto private. A Barcellona c’è un progetto molto interessante, si chiama super-isolati: interi isolati che diventano pedonali per far vivere ai cittadini il proprio quartiere. A Parigi molte piste ciclabili, ma soprattutto l’idea della città in 15 minuti. Cioè in 15 minuti, a piedi o in bicicletta, devi raggiungere tutto quello che ti serve. E a Los Angeles l’idea delle slow streets, cioè quella di rallentare il traffico. Addirittura i cittadini di una via, mettendosi d’accordo, possono fare una petizione online per chiedere che la loro via diventi una slow street. Ma lì stanno andando Berlino, Madrid, Buenos Aires, New York, Tel Aviv…  tutte le grandi città del mondo.

Ora, io ho cominciato la mia carriera politica avendo in testa due idee forti, due credo. Il primo: credo nella crescita associata alla solidarietà, non credo nella decrescita felice, per così dire. Bisogna crescere, ma crescere con lo scopo di essere solidali con chi è in difficoltà. Il secondo: credo in una città aperta e internazionale. Credo che questo sia il destino di Milano, credo che Milano debba sfuggire a un’idea provinciale e chiusa, e debba essere considerata a tutti gli effetti una grande città internazionale.

 

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In questa direzione si sta già muovendo l’amministrazione meneghina, che ha dato il via ai lavori per realizzare nuove piste ciclabili. Anche in Milano 2020, un documento aperto al contributo dei cittadini e dedicato alle strategie di adattamento da mettere in atto dopo l’emergenza Coronavirus, quella dell’ambiente appare come una tematica rilevante.
La fase 2 deve essere utilizzata «per preservare la parte positiva del nostro modello di sviluppo – si legge nel documento – riservando particolare attenzione a integrarla con una vera svolta ambientale».

Una sezione del documento è destinata alle strategie relative alla sostenibilità, ed elenca i seguenti punti:

  • Orientare il rilancio economico perseguendo gli obiettivi legati alla transizione ambientale: equità, decarbonizzazione, rinaturalizzazione. Favorire azioni di resilienza energetica, climatica ed emergenziale.
  • Migliorare la qualità dell’aria come misura precauzionale per politiche della salute e del benessere e consolidare lo sviluppo della mobilità sostenibile, promuovendo e incrementando drasticamente mezzi di mobilità individuali, quali la bicicletta, monopattini e motoveicoli elettrici, anche in sharing.
  • Incentivare il ritorno alla produzione locale, promuovere lo sviluppo di nuove filiere corte integrate e la gestione di risorse e dispositivi secondo principi di economia circolare, a partire dalla riduzione dello spreco alimentare come forma di contrasto alle diseguaglianze sociali e come strumento di riduzione degli impatti ambientali.

Qui tutti gli approfondimenti di IconaClima dedicati alla ripartenza ecologica

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Il Coronavirus ha dato il colpo di grazia al carbone? https://www.iconaclima.it/approfondimenti/il-coronavirus-ha-dato-il-colpo-di-grazia-al-carbone/ Fri, 22 May 2020 11:13:45 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52515 Il Covid-19 taglierà le emissioni di carbone così tanto quest’anno che l’industria non si riprenderà mai, anche con una continua crescita in India o in altri luoghi. Il crollo del prezzo del gas, la convenienza di solare ed eolico e le preoccupazioni per il clima e la salute hanno invalidato l’industria del carbone permanentemente. Lo …

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Il Covid-19 taglierà le emissioni di carbone così tanto quest’anno che l’industria non si riprenderà mai, anche con una continua crescita in India o in altri luoghi. Il crollo del prezzo del gas, la convenienza di solare ed eolico e le preoccupazioni per il clima e la salute hanno invalidato l’industria del carbone permanentemente.

Lo ha affermato Rob Jackson, presidente del Global Carbon Project. In altre parole, grazie alla crisi dovuta alla pandemia, l’uso del carbone potrebbe non raggiungere mai più il picco massimo toccato nel 2013: il settore avrebbe iniziato un lento ed inesorabile declino.

Questo, per fortuna, renderebbe gli scenari climatici peggiori (RCP8.5) meno probabili, presupponendo essi una continua crescita del consumo di carbone fino a fine secolo.

Le cause del tracollo del carbone

La International Energy Agency, nel suo recente rapporto Global Energy Review 2020, ha previsto che la domanda di carbone crollerà quest’anno dell’8%, il più grande tracollo dalla Seconda Guerra Mondiale.

È già crollata dell’8% nel primo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Ciò è stato favorito da prezzi del gas particolarmente bassi, dalla sempre maggiore convenienza delle rinnovabili, da condizioni meteorologiche in Europa particolarmente favorevoli a solare ed eolico, dalla ridotta domanda di energia conseguente a un inverno particolarmente mite in Europa e Stati Uniti e, soprattutto, dal crollo nella domanda di energia elettrica (due terzi del carbone è utilizzato per produrla) seguito al lockdown. L’energia elettrica prodotta da questo combustibile, infatti, presenta costi operativi più alti rispetto a rinnovabili e gas: viene così distribuita per ultima sulla rete. In caso di forte calo della domanda di elettricità, quella restante viene soddisfatta in primis dalle rinnovabili, da ultimo dal carbone.

Per approfondire:

Rinnovabili immuni al Coronavirus: le uniche a crescere nel 2020

carbone
Variazione annuale nella domanda di carbone, 1971-2020. Il verde rappresenta il primo trimestre 2020. Fonte: International Energy Agency

Cosa è accaduto in Europa

In Europa le importazioni di carbone termico (da bruciare per produrre energia) sono crollate di almeno due terzi, raggiungendo valori di trent’anni fa. L’Inghilterra non ha bruciato carbone per 35 giorni consecutivi, il periodo ininterrotto più lungo dall’inizio della rivoluzione industriale 230 anni fa. Lo stesso è accaduto per più di due mesi in Portogallo. La Svezia ha chiuso con due anni di anticipo la sua ultima centrale a carbone, inutilizzata anche prima della pandemia, grazie a un inverno particolarmente mite. Lo stesso è accaduto all’ultima centrale a carbone austriaca.

Negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, un nuovo report della US Energy Information Administration prevede che quest’anno nel paese verrà prodotta maggiore elettricità dalle rinnovabili che dal carbone per la prima volta nella storia. Nel primo trimestre 2020 il consumo di carbone negli USA è crollato del 30%, facendo calare la quota di energia elettrica così prodotta a meno del 20%. Gli analisti affermano che tale quota potrebbe crollare fino al 10% in cinque anni, da circa il 24% nel 2019.

In India

In India, il secondo consumatore di carbone al mondo, il governo ha reso prioritaria la più economica energia solare rispetto al carbone in risposta al calo di domanda di energia elettrica durante il lockdown. Per la prima volta in quarant’anni, l’uso del carbone calerà per due anni di seguito, il 2020 e il 2019.

Nella finanza

Anche il mondo della finanza sta voltando le spalle al carbone: il Fondo Sovrano Norvegese ha recentemente disinvestito da diverse compagnie di estrazione e sfruttamento di questo combustibile; pochi giorni fa BNP Paribas ha deciso di anticipare il totale disinvestimento dal carbone al 2030.

Questi segnali sono il risultato delle ampie pressioni dell’opinione pubblica legate ai temi del cambiamento climatico e dell’inquinamento dell’aria: seguono decisioni analoghe di altri giganti della finanza quali BlackRock e JPMorgan Chase. Ma sono anche frutto di convenienza economica: la pandemia ha portato a un calo del 30% del prezzo del carbone termico, rendendo sconveniente il 60% dei progetti di estrazione di carbone. Inoltre, il carbone ha ormai un concorrente più economico e ben migliore dal punto di vista reputazionale: le rinnovabili sono ormai le fonti di energia elettrica più convenienti per due terzi della popolazione mondiale e, uniche previste crescere nel 2020, stanno dimostrando di essere un investimento più sicuro.

Leggi anche:

Un’altra grande banca smetterà di finanziare il carbone

Prospettive per il futuro

Secondo Carlos Fernández Alvarez, analista del carbone dell’International Energy Agency, è proprio sulle rinnovabili che i governi devono puntare per evitare che, con la ripresa, la crescita della domanda di energia venga coperta utilizzando il carbone. Per le sue caratteristiche, infatti, esso è in genere una delle prime fonti che viene sfruttata in caso di aumento della domanda.

L’incognita cinese

Tutto questo, quindi, potrebbe avere vita breve. Il futuro del carbone dipende in gran parte proprio dalle politiche di risposta alla crisi del maggiore consumatore, produttore e finanziatore del carbone al mondo: la Cina.

Già prima della crisi i segnali da parte di questo paese non erano promettenti: nonostante le centrali a carbone in Cina, sovrabbondanti rispetto al fabbisogno, funzionino in media a meno del 50% della loro capacità, molte nuove centrali sono ancora in costruzione (più di quante sono in costruzione in tutto il resto del mondo messo insieme in termini di potenza).

Cattive notizie

Le prime reazioni alla crisi del governo cinese, poi, non sono state quelle auspicate: a febbraio la Direzione Nazionale dell’Energia cinese ha reso più blande le condizioni per l’approvazione di nuove centrali a carbone. Fra i recenti annunci di grandi piani infrastrutturali e altri stimoli all’economia, non vi è menzione ad iniziative che diano la priorità a investimenti verdi, anzi, Pechino ha iniziato ad allentare le restrizioni sull’emissione di inquinanti da parte dell’industria e a tagliare i sussidi per l’energia pulita.

L’Helsinki-based Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) ha pubblicato pochi giorni fa analisi che mostrano come la ripresa in Cina stia venendo trainata dall’industria pesante, ad alta intensità di emissione di gas serra e inquinanti (questi ultimi hanno già superato i livelli dello scorso anno), come la produzione di cemento, carbone e metallo. Questo è accaduto anche dopo la crisi del 2008 e dopo quella legata alla SARS. Il consumo di carbone da parte delle 5 più grandi centrali termoelettriche della Cina orientale, dopo un crollo dell’8% durante il lockdown, ha già superato dell’1% i valori dello scorso anno. La produzione di carbone giornaliera ha superato la media del 2019.

Per approfondire:

Finito il lockdown, in Cina l’inquinamento dell’aria torna ad essere peggio di prima

Persino la International Energy Agency ha affermato che le proiezioni sull’uso mondiale del carbone nel solo 2020 dipendono in larga parte dalle caratteristiche del piano di ripresa varato dal governo cinese. Questo vale, a maggior ragione, anche nel lungo termine.

Qualche speranza?

Nonostante le orribili premesse, le emissioni di gas serra e di inquinanti dipendono non tanto dalla costruzione di nuove centrali quanto dalla quantità di carbone effettivamente bruciata. Se anche il governo decidesse di continuare a puntare sul carbone ordinando un’ulteriore espansione del settore (si attende un nuovo piano quinquennale per l’energia nell’inverno 2021-2022), questo potrebbe non tradursi nei fatti nella crescita dell’utilizzo di questo combustibile auspicata dal governo stesso a causa di limitazioni economiche e finanziarie. Si tratta infatti di un settore già affetto da perdite finanziarie a causa dell’espansione eccessiva della propria capacità (troppe nuove centrali costruite), che lo ha portato al parziale inutilizzo delle proprie centrali citato prima. Come affermato da Alvarez, il Coronavirus ha reso ancora più evidente, con il crollo temporaneo della domanda, il problema della sovracapacità, aggravando ulteriormente il dissesto del settore carbonifero.

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Uragani, ecco cosa ci riserva il 2020 secondo gli scienziati https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/uragani-stagione-2020/ Fri, 22 May 2020 10:04:19 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52521 uragani noaaIl Climate Prediction Center della NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, ha pubblicato i rapporti con le previsioni che riguardano la stagione degli uragani del 2020. Per l’Oceano Pacifico non si profila una stagione degli uragani particolarmente attiva: secondo la NOAA c’è il 75% di probabilità che sia nella norma o …

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Il Climate Prediction Center della NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti, ha pubblicato i rapporti con le previsioni che riguardano la stagione degli uragani del 2020.

Per l’Oceano Pacifico non si profila una stagione degli uragani particolarmente attiva: secondo la NOAA c’è il 75% di probabilità che sia nella norma o vicina alla media. Si prevede infatti che sul Pacifico centrale si formino «da 2 a 5 cicloni tropicali», fanno sapere gli scienziati. Normalmente, nella stagione degli uragani in questa zona si assiste alla formazione di 4 o 5 cicloni tropicali.

PREVISIONI METEO:

CALDO in aumento: tra oggi e domani punte intorno ai 30 GRADI

Diverse le previsioni per l’Oceano Atlantico, che secondo i ricercatori va incontro a una stagione degli uragani decisamente movimentata. Mentre normalmente si protrae dal 1 giugno al 30 novembre, nel 2020 la stagione è stata aperta con largo anticipo dall’arrivo della tempesta Arthur, che pochi giorni fa ha lambito la costa orientale degli Stati Uniti. E secondo gli scienziati i prossimi mesi saranno probabilmente segnati da un numero di uragani più elevato della norma: oggi gli esperti di IconaMeteo hanno spiegato in questo approfondimento quali sono le previsioni per questa stagione e quali i fattori che ne potranno influire sul suo andamento.

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Ciclone Amphan su India e Bangladesh: devastante l’impatto su Calcutta https://www.iconaclima.it/video/amphan-su-india-e-bangladesh-calcutta/ Thu, 21 May 2020 13:53:11 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52505 ciclone amphan indiaAmphan, dopo essere diventato il più potente ciclone degli ultimi 20 anni sul Golfo del Bengala, ha investito l’India e la città di Calcutta. L’impatto è stato devastante: Amphan ha portato piogge torrenziali, venti fortissimi con raffiche a 180 km/h e un’onda di tempesta (storm surge) di 4-5 metri che ha allagato le zone costiere …

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Amphan, dopo essere diventato il più potente ciclone degli ultimi 20 anni sul Golfo del Bengala, ha investito l’India e la città di Calcutta. L’impatto è stato devastante: Amphan ha portato piogge torrenziali, venti fortissimi con raffiche a 180 km/h e un’onda di tempesta (storm surge) di 4-5 metri che ha allagato le zone costiere tra Bangladesh e India.

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Crisi climatica, l’Antartide è sempre più verde https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/crisi-climatica-lantartide-e-sempre-piu-verde/ Thu, 21 May 2020 12:18:34 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52494 AntartideL’Antartide diventa sempre più verde. Il riscaldamento globale ormai senza arresto sta creando le condizioni ideali per le fioriture, in particolare delle alghe microscopiche che vivono sulla penisola antartica. Il continente di ghiaccio sta vivendo nell’ultimo anno fasi estremamente calde corredate da temperature record con gravi ripercussioni sulla salute dei ghiacci. Un nuovo studio sulla …

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L’Antartide diventa sempre più verde. Il riscaldamento globale ormai senza arresto sta creando le condizioni ideali per le fioriture, in particolare delle alghe microscopiche che vivono sulla penisola antartica. Il continente di ghiaccio sta vivendo nell’ultimo anno fasi estremamente calde corredate da temperature record con gravi ripercussioni sulla salute dei ghiacci. Un nuovo studio sulla salute della penisola antartica è stato condotto da scienziati britannici per poi essere pubblicato nei giorni scorsi su Nature Communications. I biologi dell’Università di Cambridge e del British Antarctic Survey hanno trascorso sei anni a rilevare e misurare le alghe verdi presenti nella neve utilizzando una combinazione di dati satellitari e di osservazione del suolo.

Spettri rappresentativi di macchie di densità cellulare alta (solida, linea verde) e bassa (linea tratteggiata, verde) con alghe corrispondenti, dal sito di campionamento.Crediti Nature

Gli scienziati sono così stati in grado di creare la prima mappa su larga scala di alghe microscopiche in Antartide. Le alghe fioriscono sulla superficie della neve che si scioglie, colorandola di verde e diventando una fonte di nutrimento. Secondo il team il riscaldamento globale sta creando le condizioni ideali per la crescita e la diffusione di queste alghe che in alcuni settori sono così dense da colorare la neve di un verde intenso, visibile addirittura dallo spazio. Questa mappa su larga scala sarà utilizzata come base per valutare la velocità con cui il continente sta diventando verde a causa della crisi climatica. Le alghe inoltre hanno legami molto stretti con batteri fungini e spore e ciò potrebbe determinare l’avvio di nuovi habitat

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Finito il lockdown, in Cina l’inquinamento dell’aria torna ad essere peggio di prima https://www.iconaclima.it/inquinamento/finito-il-lockdown-in-cina-inquinamento/ Thu, 21 May 2020 11:20:28 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52481 cina inquinamentoDurante la quarantena e lo stop delle attività produttive, in Cina si è subito osservato un drastico crollo dell’inquinamento dell’aria. Ma a poche settimane dalla fine del lockdown, i livelli di inquinamento sono aumentati fino addirittura a superare i livelli registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Lo rivelano i dati elaborati da un’analisi del centro …

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Durante la quarantena e lo stop delle attività produttive, in Cina si è subito osservato un drastico crollo dell’inquinamento dell’aria. Ma a poche settimane dalla fine del lockdown, i livelli di inquinamento sono aumentati fino addirittura a superare i livelli registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Lo rivelano i dati elaborati da un’analisi del centro di ricerca CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air).

I livelli di inquinanti in Cina, dopo il crollo registrato ad inizio marzo, ora sono aumentati velocemente fino a superare quelli raggiunti lo scorso anno. Si parla dei livelli di particolato fine (PM 2.5) ma anche di biossido di azoto (NO2), anidride solforosa (SO2) e ozono.

Dopo il crollo, l’inquinamento  in Cina ha superato addirittura i livelli pre-crisi

Lo osservazioni hanno dimostrato come durante il lockdown il PM2.5 sia crollato, a livello nazionale, del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Lo stesso è successo con i livelli di NO2, scesi del 40 %, con i livelli di  SO2, scesi del 27%, e con le emissioni di anidride carbonica (CO2), crollate del 25%.

cina inquinamento

Ma subito dopo la riapertura delle attività produttive e di trasporto, l’inquinamento è aumentato di nuovo fino a superare addirittura i livelli pre-crisi. Tra aprile e maggio, infatti, la qualità dell’aria è nettamente peggiorata. La media nazionale dei livelli di PM2.5, NO2, SO2 e ozono sono aumentati fino a raggiungere o addirittura superare i livelli dell’anno scorso. Il particolato fine, il biossido di azoto e l’anidride solforosa hanno raggiunto valori medi del 6% più elevati rispetto all’anno scorso. I livelli di ozono sono addirittura del 12% più elevati.

L’industria pesante traina la ripresa economica

Questo “rimbalzo” dell’inquinamento, di nuovo su valori elevati, sembra essere trainato dalle emissioni delle attività industriali, dato che in città come Pechino e Shanghai la qualità dell’aria risulta (per ora) migliore rispetto all’anno scorso.

Fonte CREA

Il consumo di carbone nelle 5 più grandi centrali termoelettriche della Cina orientale, dopo il calo dell’8% a marzo, è aumentato dell’ 1% rispetto all’anno scorso. Anche la produzione di cemento e metallo è aumentato dopo la fine del lockdown, mentre le vendite del commercio sono rimaste dell’8% inferiori rispetto allo scorso anno, così come l’industria manifatturiera che, rispetto al 2019, ha subito un calo a due cifre.

Sono tutti dei segnali d’allarme che dimostrano come attualmente siano le aziende più inquinanti a guidare la ripresa economica del Paese, sintomo di una ripartenza economica decisamente poco attenta all’ambiente. Proprio ora che abbiamo toccato con mano e avuto dimostrazione del peso delle attività sull’ambiente l’attenzione delle Nazioni dovrebbe privilegiare la green economy e l’uso di energia rinnovabile e pulita nei piani di ripartenza economica post Coronavirus.

 

 

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Cambiamenti climatici, i cicloni tropicali diventano sempre più pericolosi https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/cambiamenti-climatici-cicloni-tropicali/ Wed, 20 May 2020 14:11:14 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52435 cambiamenti climatici e cicloni tropicaliTra gli effetti più drammatici dei cambiamenti climatici c’è una preoccupante estremizzazione dei fenomeni meteo, destinati a diventare sempre più violenti con l’aumentare della temperatura. Un cambiamento spaventoso, che è già in atto: lo dimostra uno studio condotto dagli scienziati della NOAA, la National Oceanic and Atmospher Administration degli Stati Uniti. I ricercatori hanno analizzato …

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Tra gli effetti più drammatici dei cambiamenti climatici c’è una preoccupante estremizzazione dei fenomeni meteo, destinati a diventare sempre più violenti con l’aumentare della temperatura. Un cambiamento spaventoso, che è già in atto: lo dimostra uno studio condotto dagli scienziati della NOAA, la National Oceanic and Atmospher Administration degli Stati Uniti.

I ricercatori hanno analizzato in particolare i cicloni tropicali, studiando quelli che si sono formati negli ultimi 40 anni: è emerso che in tutto il mondo, i cicloni tropicali sono diventati più intensi e frequenti. Un dato che conferma le teorie secondo cui con oceani più caldi le tempeste diventerebbero sempre più distruttive.

Gli scienziati hanno studiato i dati satellitari raccolti tra il 1979 e il 2017, riscontrando un netto aumento dei cicloni più distruttivi (quindi anche uragani o tifoni), che generano venti a oltre 185 km orari. Negli ultimi 4 decenni, rivela lo studio, la probabilità che un ciclone raggiunga questa intensità è aumentata di circa il 15 per cento. Come hanno spiegato al Guardian i ricercatori, la scoperta è in linea con le previsioni dei modelli e con la consapevolezza di come la crescita della temperatura degli oceani sia responsabile di un aumento dell’energia delle tempeste tropicali. Hamish Ramsay, ricercatore senior presso CSIRO, ha avvertito che «la percentuale di tempeste più intense continuerà ad aumentare con il riscaldamento del clima».

I cicloni tropicali sono influenzati dai cambiamenti climatici anche per quanto riguarda la loro collocazione geografica: di recente è infatti emerso da un altro studio che le tempeste si stanno letteralmente spostando. L’approfondimento.

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Inizio anno mai così caldo in Russia: si teme un’estate nera per gli incendi in Siberia

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Inizio anno mai così caldo in Russia: si teme un’altra estate nera per gli incendi in Siberia https://www.iconaclima.it/estero/territorio-estero/caldo-in-russia-si-teme-estate-incendi-in-siberia/ Wed, 20 May 2020 13:33:17 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52429 Incendi in Siberia. Foto Copernicus Sentinel del 18 maggio 2020, elaborata da Pierre MarkuseDopo un inizio anno particolarmente caldo e secco, in Russia si teme un’altra estate segnata da vasti incendi, specialmente in Siberia. Emerge ogni mese nelle mappe delle anomalie delle temperature globali: il rosso acceso nelle mappe ultimamente ricopre sempre gran parte della Russia, sintomo della stagione eccezionale che sta vivendo il Paese. La conferma arriva dai …

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Dopo un inizio anno particolarmente caldo e secco, in Russia si teme un’altra estate segnata da vasti incendi, specialmente in Siberia. Emerge ogni mese nelle mappe delle anomalie delle temperature globali: il rosso acceso nelle mappe ultimamente ricopre sempre gran parte della Russia, sintomo della stagione eccezionale che sta vivendo il Paese.

La conferma arriva dai dati. La Russia, infatti, ha vissuto l’inizio dell’anno più caldo da quando se ne ha memoria. Il primo quadrimestre del 2020 è di fatti il più caldo della serie storica: tra l’inizio di gennaio e la fine di aprile le temperature medie nazionali sono state di 6 gradi più alte del normale rispetto alla media del periodo 1951-1980.

Il periodo gennaio-aprile del 2020 è il più caldo in assoluto in Russia
Il periodo gennaio-aprile del 2020 è il più caldo in assoluto in Russia

Anche secondo l’ultimo rapporto mensile rilasciato dalla NOAA, che si basa sulla media calcolata tra il 1910 e il 2000, tra gennaio e aprile le temperature in Russia sono state dai 3 agli oltre 5 gradi più alte della norma.

Una condizione davvero eccezionale che ha caratterizzato l’avvio dell’anno per la Nazione più estesa del Mondo. Ma non è solo un record nazionale. Secondo lo scienziato Robert Rohde, l’anomalia di +6 gradi è la più alta mai osservata a livello globale per questo periodo dell’anno: in pratica, in nessun’altra nazione nel periodo compreso tra gennaio ed aprile le temperature medie hanno raggiunto tale differenza rispetto alla media.

A livello locale, non possiamo dimenticare come per la capitale Mosca questo sia stato l’anno senza inverno, segnato da temperature eccezionalmente alte e pochissima neve. A Mosca addirittura per la prima volta nella storia, la temperatura media del trimestre più freddo dell’anno è rimasta sopra lo zero.

Si rischia un altro anno nero per gli incendi in Siberia

Ma a preoccupare ora sono gli effetti sul territorio. L’anno scorso in Siberia sono scoppiati incendi senza precedenti e quest’anno si teme che ciò possa ripetersi. Dopo un inverno particolarmente mite e secco, la stagione estiva, infatti, potrebbe essere segnata ancora una volta da caldo anomalo e incendi.

«Il persistere di alte temperature – aveva commentato qui il nostro meteorologo Flavio Galbiati – infatti modifica le caratteristiche della vegetazione e del suolo, con l’effetto di alimentare le fiamme e favorire così la diffusione degli incendi che periodicamente si sviluppano soprattutto a causa dei fulmini, ma che in passato si estinguevano in tempi più brevi».

Zone bruciate dagli incendi dall’inizio del 2020. Fonte MODIS Copernicus GWIS

I roghi scoppiati nel mese di aprile hanno già surclassato quelli divampati nello stesso periodo dell’anno scorso. In tutto il 2019 gli incendi in Siberia hanno raso al suolo circa 45 mila chilometri quadrati di territorio, praticamente un’area grande quanto Lombardia, Lazio e Liguria.

«Quest’estate in Russia potrebbe essere una delle più roventi della storia, se non la più calda in assoluto», ha messo in guardia il ministro delle risorse naturali russo Dmitry Kobylkin, in una riunione con il presidente Vladimir Putin lo scorso mese. A Krasnoyarsk, città della Russia siberiana ad oltre 3 mila chilometri in linea d’aria da Mosca, come riporta il Washington Post, gli ultimi roghi sono risultati essere 10 volte più estesi rispetto all’anno scorso.

Un miccia che sembra già accesa. Gli incendi in Siberia bruciano anche la torba (combustibile fossile derivato da parziale carbonizzazione di detriti e depositi vegetali in acqua) che immagazzina grandi quantità di carbonio, quindi grandi quantità di anidride carbonica. Le fiamme, così facendo, oltre a ridurre la superficie forestale, contribuisce a rilasciare in atmosfera CO2, responsabile dell’accelerazione del riscaldamento globale. Ma altra anidride carbonica viene rilasciata in seguito alla fusione del permafrost, sempre causato dall’aumento delle temperature. Insomma, un circolo vizioso a cui è difficile porre fine nell’immediato.

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Clima globale, l’aprile del 2020 è stato il secondo più caldo degli ultimi 141 anni https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/clima-globale-laprile-del-2020-e-stato-il-secondo-piu-caldo-degli-ultimi-141-anni/ Wed, 20 May 2020 08:02:04 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52420 clima globale aprileAnche la consueta analisi mensile pubblicata dal National Centers for Environmental Information della NOAA descrive un mese di aprile 2020 con temperature eccezionalmente alte, tanto da classificarsi, a livello globale, come il secondo aprile più caldo della serie storica di 141 anni. Lo scorso mese di aprile infatti ha fatto registrare temperature superiori alla media …

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Anche la consueta analisi mensile pubblicata dal National Centers for Environmental Information della NOAA descrive un mese di aprile 2020 con temperature eccezionalmente alte, tanto da classificarsi, a livello globale, come il secondo aprile più caldo della serie storica di 141 anni.

Lo scorso mese di aprile infatti ha fatto registrare temperature superiori alla media sia in gran parte delle aree continentali che sulla superficie degli oceani. In particolare spiccano le notevoli anomalie nell’Asia settentrionale, con valori di oltre 4°C superiori alla media trentennale di riferimento (1981–2010). Una simile tendenza, ma con anomalie non così estreme, si riscontra anche nell’Australia occidentale, nell’Europa centrale e nel Golfo del Messico. La mappa delle anomalie evidenzia anche delle zone dove la temperatura media mensile è stata inferiore alla norma di riferimento, come per esempio in Canada e negli Stati Uniti orientali, con una differenza (in questo caso negativa) rispetto alla media intorno ai 2°C.

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Fin qui il 2020 è uno degli anni più caldi per l’Italia

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Anomalie di temperatura Aprile 2020. Fonte NOAA

Prendendo in considerazione la temperatura media globale, l’aprile del 2020 ha superato di 1.06°C la temperatura media dei mesi di aprile del ventesimo secolo. Soltanto nell’aprile del 2016 si è registrato un  valore più alto, con 1.13°C oltre la media. Vale la pena notare che gli otto mesi di aprile più caldi dal 1880 si sono avuti dopo il 2010, a conferma di una preoccupante tendenza al riscaldamento, ben evidente anche in un altro dato, sempre riferito alla stessa serie storica: l’aprile 2020 è il 424° mese consecutivo con una temperatura superiore alla media del ventesimo secolo! 

Se andiamo ad analizzare l’andamento della temperatura media globale dei primi quattro mesi del 2020, otteniamo la stessa posizione in classifica: il quadrimestre gennaio-aprile, cioè, è il secondo più caldo della serie di 141 anni, anche in questo caso superato (di soli 0.07°C) dal solito 2016.

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Trend delle anomalie di temperatura Gennaio-Aprile 2020. Fonte NOAA

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Su quattro quinti dei monti della Terra c’è meno neve https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/su-quattro-quinti-dei-monti-della-terra-ce-meno-neve/ Tue, 19 May 2020 14:57:25 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52407 Sui monti di tutto il mondo resta solo un quinto di neveSu quattro quinti dei monti della Terra c’è meno neve. È lo sconfortante dato che emerge da uno studio recente. 2000-2018, questo il periodo preso in esame. Tutta colpa dei cambiamenti climatici. La ricerca è stata fatta dall’Eurac Research. Il risultato è stata una mappa della copertura nevosa a livello planetario. A firmare lo studio …

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Su quattro quinti dei monti della Terra c’è meno neve. È lo sconfortante dato che emerge da uno studio recente. 2000-2018, questo il periodo preso in esame. Tutta colpa dei cambiamenti climatici. La ricerca è stata fatta dall’Eurac Research. Il risultato è stata una mappa della copertura nevosa a livello planetario. A firmare lo studio è Claudia Notarnicola, vice-direttrice dell’Istituto per l’osservazione della Terra di Eurac Research. I ricercatori hanno analizzato una mole cospicua di immagini satellitari ad alta risoluzione, oltre a modelli di simulazione e misure a terra. Preoccupante il quadro emerso. Soprattutto per quanto riguarda la neve in alta quota. È proprio sopra i 4000 metri che tutti i parametri risultano in peggioramento. Tra questi, la temperatura dell’aria, la permanenza del manto nevoso, l’estensione dello stesso manto nevoso.

Su quattro quinti dei monti della Terra c’è meno neve. Quest’anno, dopo un inverno poco nevoso, stiamo vivendo una primavera fortemente anticipata

Possiamo vedere, ad esempio, che nel 78 per cento delle aree osservate la neve è in calo. La durata della neve, inoltre, è variabile e questo dipende più dalla fusione precoce in primavera che non dal fatto che la prima neve cada solo ad inverno avanzato. Sopra i 4000 metri, infine, la maggior parte dei parametri osservati peggiora: aumenta la temperatura, diminuisce l’estensione della superficie nevosa, calano le precipitazioni, la neve fonde prima– afferma la Dottoressa Notarnicola-. Dopo un inverno poco nevoso, stiamo vivendo una primavera fortemente anticipata. Negli anni gli effetti di questi fenomeni si sommano e allora sì che diventano ben visibili. La mappa mostra anche zone in cui la copertura nevosa è aumentata, in Russia, ad esempio. Questo apparentemente è un buon segno, ma in realtà è dovuto a un aumento delle temperature che, pur restando sottozero, aumentano di qualche grado. Questo, in combinazione con l’umidità dell’aria, favorisce la formazione della neve”, conclude la ricercatrice. Le montagne, d’altra parte, sono le cartine di tornasole dei cambiamenti climatici. Dai 1500-2000 metri in su, l’aumento della temperatura è raddoppiato rispetto alla norma. E tale aumento cresce con l’altitudine. Certo, ci sono zone della Terra che risentono maggiormente dei cambiamenti climatici. In Sud America, per esempio, la situazione è decisamente preoccupante. Per quanto riguarda il nostro Paese, le Alpi per ora sembrano risentire in maniera più lieve di questo andamento drammatico. Fa eccezione il Trentino Alto Adige, dove la neve è nettamente diminuita e la stagione invernale risulta sempre in ritardo.

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Torino finalista a Capitale Verde Europea per il 2022 https://www.iconaclima.it/italia/iniziative/torino-finalista-a-capitale-verde/ Tue, 19 May 2020 13:33:29 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52397 Torino fiume PoTorino è in corsa per la finale che indicherà la Capitale Verde Europea del 2022. Ogni anno il titolo viene attribuito dalla Commissione Europea, che con la European Green City Award attribuisce il riconoscimento a una città che, nel Vecchio Continente, si è distinta per progetti ambientali volti al contrasto dei cambiamenti climatici. Torino guarda …

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Torino è in corsa per la finale che indicherà la Capitale Verde Europea del 2022. Ogni anno il titolo viene attribuito dalla Commissione Europea, che con la European Green City Award attribuisce il riconoscimento a una città che, nel Vecchio Continente, si è distinta per progetti ambientali volti al contrasto dei cambiamenti climatici.

Torino
Foto: Heidelbergerin

Torino guarda dunque al 2022, dopo aver visto sfumare per il Coronavirus il ritrovo internazionale di Fridays For Future, che avrebbe dovuto svolgersi proprio nel capoluogo piemontese nel mese di agosto e a cui avrebbe dovuto partecipare anche la giovane attivista Greta Thunberg. In corsa con la città italiana le francesi Grenoble e Dijon e la capitale dell’Estonia, Tallin.

torino capitale verde europa
Fonte: European Commission

Nessuna località italiana tra le finaliste in gara come Capitale Verde Europea del 2021, che vede in corsa le danesi Esinore, Ringkøbing-Skjern, Nyborgm, la finlandese Lappeenranta e la bulgara Gabrovo.

 

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Lavori green, cresce la fiducia: le stime di Legambiente e Green Factor https://www.iconaclima.it/sostenibilita/lavori-green-cresce-la-fiducia-le-stime-di-legambiente-e-green-factor/ Tue, 19 May 2020 11:05:44 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52393 L’economia sostenibile come punto di (ri)partenza nell’era post Coronavirus. Dal Dl Rilancio alle proposte green per la Fase 2, l’Italia si prepara ad una svolta ecosostenibile. Ma qual è la percezione dei cosiddetti “lavori green” di un futuro (si spera) non molto lontano? L’indagine di Legambiente e Green Factor, nell’ambito del progetto ECCO (Economie Circolari …

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L’economia sostenibile come punto di (ri)partenza nell’era post Coronavirus. Dal Dl Rilancio alle proposte green per la Fase 2, l’Italia si prepara ad una svolta ecosostenibile. Ma qual è la percezione dei cosiddetti “lavori green” di un futuro (si spera) non molto lontano? L’indagine di Legambiente e Green Factor, nell’ambito del progetto ECCO (Economie Circolari di COmunità), prova a rispondere al quesito.

Oltre 1 milione e 600mila i posti di lavoro destinati all’occupazione verde stimati nell’Italia pre-Coronavirus, secondo le ultime previsioni di Unioncamere-Anpal, aggiornate a febbraio 2020. L’indagine di Legambiente e Green Factor parte invece dall’analisi di 55 figure professionali, legati sia all’impresa che all’auto-impresa, e da un questionario sottoposto a un gruppo selezionato di protagonisti dell’economia ecosostenibile, per testare appunto il loro grado di fiducia.

I risultati dell’indagine: aumento della richiesta di competenze green 

Il 78% delle imprese italiane, nel 2019, ha richiesto competenze green non solo a chi possiede una laurea (83,1%) ma anche ai neodiplomati (78,1%) e a chi si affaccia al mondo del lavoro subito dopo le scuole dell’obbligo (79,8%). Dunque, questo tipo di competenze, confermano un alto potenziale occupazionale.

Tante le figure chiamate a migliorare e affinare le proprie abilità green. Tra queste troviamo: cuochi, gestori di bed and breakfast e agriturismi, addetti all’assistenza e alla sorveglianza di adulti e bambini, ma anche falegnami, fabbri, estetisti e webmaster. Queste figure mostrano un elevato “Indice Green” – si legge nel comunicato di Green Factor -, vale a dire una percentuale che misura il potenziale di risparmio energetico e sostenibilità ambientale della singola professione.

«Sono state analizzate due classi di professioni. Un primo gruppo di 29 categorie, con un mercato di circa un milione e mezzo di posizioni aperte sul mercato del lavoro nel 2019, tutte potenzialmente coinvolte in processi di economia circolare dal basso o in imprese via via più strutturate fino alle grandi con oltre 50 dipendenti», commenta Marco Gisotti, giornalista e direttore di Green Factor.

Futuro ecosostenibile e impatto del Coronavirus: fiducia cresce nel tempo

Il questionario sottoposto a un gruppo di esperti di economia circolare ha messo in luce come l’impatto del Coronavirus preoccupi più nell’immediato che in futuro. L’epidemia rappresenta un problema per il 42% dei casi mentre per il 61% è un’occasione per incentivare l’occupazione green. Infine, solo il 9% considera l’epidemia ininfluente.

Una tendenza, questa, che trova ancora più forza nelle proiezioni a 1, 5 e 10 anni dall’epidemia. I soggetti intervistati ritengono che i lavori green cresceranno nel prossimo anno quasi dell’8%, per lasciare spazio al 26,4% nei prossimi 5 anni e al 34,5% da qui a 10 anni.

Fattori di rischio e da implementare per realizzare la svolta verde

I soggetti scelti, infine, hanno selezionato i fattori di rischio e quelli invece da implementare, assegnando un valore numerico compreso da 0 a 100. Tra gli interventi più attesi, troviamo l’alleggerimento della pressione fiscale da parte dello Stato per chi opera nell’economia sostenibile (peso di 85 su 100) e il perfezionamento delle leggi e dei regolamenti nazionali e locali per chi vorrebbe iniziare (84,2). La crisi sanitaria, pur avendo un peso 45,8 su 100, per gli intervistati a livello di rischio non incide quanto la burocrazia (74,2) e la scarsa attenzione che le istituzioni riporrebbero in essa in ambito locale (68,3).

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Fase 2 e distanziamento sociale: proposte green per locali e spiagge https://www.iconaclima.it/sostenibilita/fase-2-e-distanziamento-sociale-due-soluzioni-green-per-locali-e-spiagge/ Mon, 18 May 2020 11:12:26 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52370 greenSoluzioni green per una Fase 2 in completa sicurezza. È questo l’obiettivo di due progetti, uno realizzato da ENEA e l’altro da Giorgio Tesi Group, volti a favorire il distanziamento sociale anti-Coronavirus sfruttando soluzioni ecosostenibili. Oggi, con la riapertura di tutte le attività, ha avuto ufficialmente inizio la Fase 2 post lockdown. Mascherine, igiene personale …

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Soluzioni green per una Fase 2 in completa sicurezza. È questo l’obiettivo di due progetti, uno realizzato da ENEA e l’altro da Giorgio Tesi Group, volti a favorire il distanziamento sociale anti-Coronavirus sfruttando soluzioni ecosostenibili.

Oggi, con la riapertura di tutte le attività, ha avuto ufficialmente inizio la Fase 2 post lockdown. Mascherine, igiene personale e distanziamento sociale: queste le tre regole da seguire per evitare una nuova risalita dei contagi. La distanza di almeno un metro tra una persona e l’altra è particolarmente importante con l’arrivo della bella stagione e dunque l’incremento della vita sociale. Il progetto ENEA guarda proprio all’estate e alle spiagge.

Distanziatori ecosostenibili per la spiaggia: il brevetto ENEA

Crediti: ENEA

ENEA, ente pubblico di ricerca italiano che opera nei settori dell’energia, dell’ambiente e delle nuove tecnologie, propone pannelli divisori imbottiti con Posidonia ocenica, raccolta ed essiccata, per separare gli ombrelloni e creare dei percorsi di accesso all’acqua.

La Posidonia oceanica è una pianta marina che funge da barriera di sicurezza ecologica depositandosi in grandi quantitativi sulle spiagge del Mediterraneo, contribuendo inoltre a ridurre i fenomeni di erosione costiera.

Crediti: ENEA

Questi separatori green, alti circa 120 cm e larghi 200 cm, sono realizzati con telai in acciaio e fodera in plastica riciclata o materiali naturali. A fine estate, dunque, l’imbottitura potrà essere semplicemente svuotata sulle spiagge, dove la Posidonia tornerà a svolgere il suo ruolo.

Non solo, questi pannelli ecosostenibili rappresentano anche una soluzione al problema della corretta gestione dei cumuli di Posidonia spiaggiata che, se raccolti insieme ad altri rifiuti, devono essere smaltiti con costi non indifferenti per le amministrazioni locali.

“Distanziatori verdi” per bar, ristoranti e spiagge: l’idea di Giorgio Tesi Group 

Anche la “Giorgio Tesi Group”, azienda vivaistica toscana leader in Europa, guarda alla Fase 2 con soluzioni sostenibili a livello ambientale. L’idea è quella di “distanziatori verdi” per bar, ristoranti e spiagge: piante, spalliere fiorite e arbusti fruttiferi personalizzati per altezza, dimensione e condizioni ambientali.

I distanziatori verdi sono realizzati con una vasta gamma di piante, tutte resistenti a temperature elevate, vicinanza al mare, carenza d’acqua e con una fioritura che segna l’intera stagione estiva. Tra quelle utilizzate troviamo bambù, vite, cipresso, lauro, pitosforo, oleandro, cespugli di more ma anche gelsomino, passiflora e bouganville. Molti stabilimenti balneari italiani hanno già sposato l’idea. L’idea è stata lanciata anche a livello europeo, in 60 Paesi, conquistando in particolare Francia e Germania.

Crediti: Giorgio Tesi Group

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Il Premio Asimov: grande tributo alla divulgazione scientifica https://www.iconaclima.it/italia/il-premio-asimov-grande-tributo-alla-divulgazione-scientifica/ Fri, 15 May 2020 14:55:51 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52354 Il Premio Asimov: grande tributo alla divulgazione scientificaIl Premio Asimov: grande tributo alla divulgazione scientifica. L’evento, attesissimo, vede la partecipazione di moltissimi esponenti della saggistica in ambito scientifico. Il “Premio Asimov” è, infatti, un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli. Esso ha quali protagonisti sia gli autori delle opere in gara che migliaia di studenti italiani, …

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Il Premio Asimov: grande tributo alla divulgazione scientifica. L’evento, attesissimo, vede la partecipazione di moltissimi esponenti della saggistica in ambito scientifico. Il “Premio Asimov” è, infatti, un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli. Esso ha quali protagonisti sia gli autori delle opere in gara che migliaia di studenti italiani, che decretano il vincitore con i loro voti e con le loro recensioni, a loro volta valutate e premiate. Scopo del Premio è quello di avvicinare i giovani alla cultura scientifica. Tutto ciò avviene attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara. Si tiene proprio in queste ore l’attesissimo annuncio del nome del vincitore. Un’iniziativa davvero meritevole, il Premio Asimov, che nasce dalla mente e dalla passione del fisico Francesco Vissani. L’abbiamo intervistato proprio in merito al suo lungo e appassionato lavoro di organizzazione del Premio.

Francesco, da dove nasce l’idea di istituire questo Premio?
L’idea mi è venuta cinque anni fa. Stavo lavorando alla coordinazione di un dottorato. Il mio grande cruccio era far sì che i giovani potessero prendere parte attiva all’interno della società. In particolare, sono stato ispirato dalla lettura di un libro, che mi ha mostrato come iniziative analoghe siano state portate avanti dalla Royal Society. Inizialmente istituito dal Gran Sasso Science Institute (GSSI) dell’Aquila, grazie alla collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e di molte altre realtà scientifiche, il nostro Premio si qualifica oggi come riconoscimento di livello nazionale. Basti pensare che vi partecipano ben 13 regioni italiane. La commissione scientifica del “Premio Asimov” è a carattere multidisciplinare ed è costituita da docenti, ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto e da importanti realtà scientifiche e culturali nazionali tra cui INFN, CNR, Radio3Scienza, ALI e CICAP. Venerdì 15 maggio si tiene proprio l’annuncio del vincitore”.

Il Premo Asimov: numeri da capogiro. Un grande tributo alla divulgazione scientifica dedicato al famoso scrittore

I numeri di questa quinta edizione sono eclatanti. Cioè?
Oltre al numero di regioni italiane coinvolte, ben 13, basti citare le città coinvolte: 81. Abbiamo poi 136 scuole e 281 docenti. Il numero più sorprendente è sicuramente quello degli studenti iscritti al premio, che quest’anno ha superato quota 4000, doppiando il dato del 2019”.

La dedica è al grande Isaac Asimov. Perché questa scelta?
Il Premio Asimov, un grande tributo alla divulgazione scientifica, è intitolato allo scrittore Isaac Asimov, autore di un impressionante numero di opere di divulgazione scientifica oltre che di svariati romanzi e racconti. Isaac Asimov, nato il 2 gennaio di 100 anni fa, è considerato lo scrittore che più di ogni altro, grazie alle sue opere di grandissimo successo, ha fatto entrare la fantascienza nel novero della grande letteratura. Asimov testimonia un grande rispetto per la conoscenza e un amore per la scienza che non è certamente esclusivo. Senza alcuna barriera. Possiamo pensarlo, in una certa misura, come l’ultimo degli uomini rinascimentali. E poi, diciamolo, il suo nome suona in modo davvero simpatico”.

L’emergenza coronavirus ha fatto entrare il nostro riconoscimento tra i Premi “social”

Emergenza covid: cosa è cambiato per il vostro Premio?
Il Premio Asimov è diventato decisamente social. Questa quinta edizione del premio ha infatti offerto tante novità al pubblico. Il 2020 si è aperto con l’arrivo improvviso di un’emergenza che sta paralizzando il mondo, il Covid-19. Per le attività di divulgazione scientifica, l’arrivo del virus ha significato uno stop improvviso di festival, attività con le scuole e con il pubblico, portando alla riorganizzazione di molte iniziative programmate da tempo. Anche il Premio Asimov ha subito la stessa sorte, con un periodo di pausa forzato che ha peremsso al comitato organizzativo di riprogrammare le attività per il 2020. È proprio in queste fase così complicata, dove il distanziamento sociale e l’isolamento sono state le uniche armi per combattere il diffondersi del virus, che tutte le attività di divulgazione scientifica sono sbarcate sulle piattaforme online. Il Premio Asimov è entrato così nella famiglia dei Premi “social” ormai da qualche mese, con l’apertura dei profili Facebook, Instagram e Youtube. In particolare, attraverso il profilo Youtube è possibile vedere tanti contributi anche dal vivo sulle attività del Premio”.

La studentessa Sofia Polini in rappresentanza della regione Marche

Vissani: “La sensibilità dei giovani per la scienza è davvero profonda. Dovrebbero poter parlare di più in pubblico”

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato nel corso di tutto questo lavoro?
Le difficoltà, in verità, sono state poche. Perché ci siamo accorti, strada facendo, che il Premio era necessario per il nostro Paese. Con l’impostazione del sistema culturale italiano, si è creata una barriera tra cultura scientifica e cultura umanistica. Ma è una barriera solo teorica. Perché la scienza, nella nostra quotidianità, ha un’importanza centrale. Alla fine, è stato come tirare le fila del tutto”.

Dall’altra parte, quali sono state le soddisfazioni più profonde?
La soddisfazione più grande è stato interagire con i ragazzi. Si parla spesso male della scuola e dei ragazzi. Quando ti confronti con loro, scopri che meno pregiudizi e più sentimento ci consentirebbero di fare molto. E, forse, di tornare ai tempi in cui l’Italia era un Paese davvero molto rispettato”.

Greta Thunberg è simbolo della difesa dell’ambiente. In base alla sua esperienza, qual è il grado di sensibilità che i nostri ragazzi hanno nei confronti dell’ambiente e, più in generale, della scienza?
La mia esperienza, da questo punto di vista, è ottima. I ragazzi hanno molto da offrire. L’anno scorso, quando abbiamo celebrato la cerimonia di premiazione finale, ho fatto un discorso conclusivo in cui parlavo proprio di questo. Del fatto, cioè, che io fatico a immaginare una Greta Thunberg italiana. Questa opinione è abbastanza comune. Come se i nostri giovani non potessero parlare in pubblico. Ma questo è sbagliato. Perché, anzi, i giovani hanno tanto da dire. Molto di più di quel che possiamo pensare”.

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Dl Rilancio: superbonus per edilizia di qualità, 110% per l’efficientamento energetico https://www.iconaclima.it/italia/politiche/dl-rilancio-superbonus-per-edilizia-di-qualita-110-per-lefficientamento-energetico/ Thu, 14 May 2020 08:01:12 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52338 Nella serata di mercoledì 13 Maggio, il Premier Giuseppe Conte ha presentato il tanto atteso Dl di Maggio, nominato ufficialmente Dl Rilancio. In attesa della discussione in Parlamento, sono stati presentati dal Premier e dalla squadra dei Ministri alcune delle principali misure contenute nel Decreto, tra le quali, il superbonus (composto da ecobonus e sismabonus) …

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Nella serata di mercoledì 13 Maggio, il Premier Giuseppe Conte ha presentato il tanto atteso Dl di Maggio, nominato ufficialmente Dl Rilancio. In attesa della discussione in Parlamento, sono stati presentati dal Premier e dalla squadra dei Ministri alcune delle principali misure contenute nel Decreto, tra le quali, il superbonus (composto da ecobonus e sismabonus) per l’edilizia di qualità.

All’art.128 del Dl Rilancio vengono illustrate le aree di interesse dei lavori che godranno di incentivi per l’efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici.

Il superbonus al 110% aumenta l’aliquota della detrazione fiscale che spetta per interventi in ambito di efficienza energetica, riduzione del rischio sismico, installazione di impianti fotovoltaici e installazione di colonnine per la ricarica di veicoli elettrici, per le spese sostenute dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Il bonus fiscale sarà suddiviso in 5 rate di pari importo, al momento della detrazione, il contribuente potrà optare per un contributo sotto forma di sconto in fattura da parte del fornitore, che sarà possibile cedere sotto forma di credito di imposta ad altri soggetti, comprese banche e intermediari finanziari. I lavori dovranno prevedere il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio, dove non possibile, il conseguimento della classe energetica più alta, da dimostrare mediante l’attestato di prestazione energetica (A.P.E).

Potranno fruire del superbonus sia i condomini che i proprietari, non sarà valido per le seconde case, come riportato al comma 10 dell’art 128 del suddetto Decreto.

Entusiasmo per questo provvedimento espresso dal Ministro Sergio Costa su Facebook “spingerà la rigenerazione edilizia a fronte di nuove costruzioni con una scelta ecologica che comporta zero consumo di suolo”, il meccanismo virtuoso che si propone di innescare questo provvedimento è quello in cui “i cittadini potranno effettuare lavori di ristrutturazione senza alcun esborso, le PMI lavoreranno di più grazie ai maggiori incentivi, gli istituti di credito o le grandi imprese pagheranno meno tasse e lo Stato vedrà aumentare l’occupazione e il Pil” come esposto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro.

 

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La ripresa sostenibile è la più efficace, occorre cambiare direzione agli investimenti https://www.iconaclima.it/estero/la-ripresa-sostenibile-e-la-piu-efficace-ma-occorre-cambiare-direzione-agli-investimenti/ Wed, 13 May 2020 12:51:19 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52208 ripresa sostenibileIl Coronavirus ha messo in ginocchio l’intero sistema economico mondiale, causando una crisi che sarà più grave di quella del 2008, forse la più grave dalla Grande Depressione del 1929. Gli sforzi dei paesi saranno, nei prossimi mesi, concentrati nel garantire una ripresa più efficace possibile. La tentazione è di puntare su una ripresa classica, …

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Il Coronavirus ha messo in ginocchio l’intero sistema economico mondiale, causando una crisi che sarà più grave di quella del 2008, forse la più grave dalla Grande Depressione del 1929. Gli sforzi dei paesi saranno, nei prossimi mesi, concentrati nel garantire una ripresa più efficace possibile.

La tentazione è di puntare su una ripresa classica, finanziando massicciamente i combustibili fossili e sfruttando tutte le risorse economiche disponibili, comprese quelle precedentemente destinate alle politiche contro i cambiamenti climatici. Ad esempio, l’amministrazione Trump sta elargendo miliardi alle compagnie aeree e prestiti a basso interesse alle compagnie petrolifere.

Questa strada può sembrare la più appetibile a chi crede che il cambiamento climatico possa essere ignorato, ma, in realtà, si tratta di un percorso non conveniente nemmeno nel breve termine. La strategia di ripresa ottimale è, invece, quella sostenibile, che permetta il rispetto degli obiettivi climatici. Perché? Perché garantisce maggiori ritorni economici e più posti di lavoro nel breve termine, nonché maggiore risparmio nel lungo termine: in definitiva, garantisce una ripresa più efficace, con il miglior rapporto costi-benefici.

Lo studio

Questo è quanto emerso da un recente studio dell’Università di Oxford firmato da esperti di fama internazionale, quali il premio Nobel Joseph Stiglitz e l’economista del clima Lord Nicholas Stern della London School of Economics.

Sono stati catalogati più di 700 pacchetti di politiche di stimolo fiscale proposti o realizzati fra il 2008 e il 2020 nei paesi del G20, incluse le politiche per la ripresa adottate a seguito della crisi finanziaria del 2008, analizzandoli in relazione a quattro caratteristiche: velocità di attuazione, moltiplicatore economico, impatto climatico potenziale e desiderabilità complessiva. Tutto questo intervistando più 231 esperti di ministeri delle finanze, banche centrali o accademie provenienti da 53 paesi, compresi quelli del G20, di cui 28 italiani.

Le misure di stimolo verde sono state tra le opzioni più votate, in quanto in grado di fornire il migliore rapporto costi-benefici in termini di spesa pubblica ed effetti positivi su economia e lavoro nella fase di ripresa post-pandemia.

Lo studio ha così identificato cinque diverse politiche che incentivano allo stesso tempo la crescita economica e la transizione verso un’economia sostenibile:

  • investimenti in infrastrutture verdi come quelle per le rinnovabili e per le tecnologie di Carbon Capture and Storage;
  • miglioramento dell’efficienza energetica delle infrastrutture esistenti in termini, ad esempio, di riscaldamento o isolamento termico;
  • investimenti in training e educazione, utili per ridurre la disoccupazione prodotta dalla crisi;
  • investimenti nel capitale naturale per la rigenerazione e la resilienza degli ecosistemi, ad esempio incentivando la riforestazione e l’espansione dei parchi naturali;
  • finanziamento della ricerca e sviluppo di soluzioni climate-friendly.

 

 

 

Strategie economicamente vantaggiose: nel breve termine

Quello che è però più rilevante e, in un certo senso, più appetibile nell’immediato di queste strategie è che sarebbero in grado di garantire una ripresa economica più efficace rispetto agli investimenti nel fossile: le rinnovabili generano 7.49 posti di lavoro per ogni milione di dollari investito, l’efficientamento energetico degli edifici ne genera 7.72, i combustibili fossili solamente 2.65. Queste politiche sono, insomma, tre volte più convenienti in termini di riduzione della disoccupazione: permettono quindi una maggiore stimolazione della domanda e, di conseguenza, un maggiore aumento del PIL. Inoltre, rinnovabili ed efficientamento energetico sono meno soggetti a delocalizzazione.

Gli investimenti nel capitale naturale e nell’efficientamento energetico sono i più veloci nella realizzazione, il che è essenziale in un periodo di crisi.

Nel lungo termine

Anche nel lungo termine le rinnovabili convengono rispetto al fossile: i minori costi di gestione e mantenimento permettono infatti di liberare risorse per ulteriore espansione e quindi crescita. La stessa non sarebbe invece possibile con l’alto costo di mantenimento del fossile. Allo stesso tempo, l’investimento odierno in rinnovabili riduce i costi futuri della transizione verso l’energia sostenibile. Le rinnovabili ci rendono inoltre meno dipendenti dall’approvvigionamento di energia dall’estero, in particolare da luoghi geopoliticamente instabili come la Russia o il Medio Oriente. 

Tutto ciò senza contare la riduzione dell’inquinamento urbano e delle conseguenti spese sanitarie che queste politiche comportano o la possibilità di direzionare gli investimenti in efficienza energetica verso le abitazioni della parte più povera della popolazione, garantendo maggiore equità sociale.

Incentivare lo smart-working

Interessante anche l’analisi dell’importanza delle politiche di incentivazione dello smart-working durante la fase di transizione successiva al lockdown: le politiche messe in atto nella fase immediatamente successiva a una crisi si sono storicamente rivelate essere le più efficaci nel supportare il radicamento delle nuove abitudini. Si suggerisce di incentivare la diffusione della banda larga e, di nuovo, l’efficientamento energetico degli edifici residenziali.

Studi recenti supportano, infatti, la possibilità che lo smart-working possa diventare un’abitudine, riducendo spostamenti inutili e inquinamento e, in ultima analisi, migliorando la qualità della vita: un primo studio ha calcolato che un terzo della forza lavoro mondiale manterrà lo smart-working part-time (Global Workplace Analytics, 2020). Anche il settore dell’aviazione prevede una riduzione permanente dei viaggi di lavoro.

Senza le politiche giuste, concludono gli economisti, “we will leap from the Covid frying pan into the climate fire” – salteremo dalla padella del Coronavirus al fuoco del clima.

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Premio Pulitzer assegnato per la prima volta ad un reportage sui cambiamenti climatici https://www.iconaclima.it/estero/premio-pulitzer-assegnato-per-la-prima-volta-ad-un-reportage-sui-cambiamenti-climatici/ Tue, 12 May 2020 16:06:29 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52304 pulitzerÈ la serie di reportage del Washington Post 2°C: Beyond the Limit – 2°C: oltre il limite – a vincere il premio Pulitzer 2020 nella categoria Explanatory reporting. Si tratta del più prestigioso premio al mondo in ambito giornalistico, che per la prima volta viene assegnato a un’inchiesta dedicata al cambiamento climatico. Il premio Pulitzer è …

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È la serie di reportage del Washington Post 2°C: Beyond the Limit – 2°C: oltre il limite – a vincere il premio Pulitzer 2020 nella categoria Explanatory reporting. Si tratta del più prestigioso premio al mondo in ambito giornalistico, che per la prima volta viene assegnato a un’inchiesta dedicata al cambiamento climatico.

Il premio Pulitzer è stato istituito dall’editore Joseph Pulitzer, che, alla sua morte, lasciò tutti i suoi averi alla Columbia University. Il premio venne assegnato per la prima volta nel 1917 e tutt’ora viene conferito dalla stessa università. Quest’anno è stato assegnato in leggero ritardo e online rispetto alla tradizionale cerimonia di aprile.

Il premio è stato conferito a servizi riguardanti discriminazioni, guerre, stragi, problematiche socioeconomiche o questioni politiche. Solo nell’ultimo decennio le tematiche ambientali sono entrate tra quelle premiate, ad esempio in servizi su alluvioni, siccità e incendi, o in inchieste come quella sul Dilbit (un prodotto petrolifero non convenzionale che, in caso di perdite, si deposita sui fondali invece di galleggiare, rendendo il recupero quasi impossibile) portata avanti da InsideClimate News. È però la prima volta che viene premiato un reportage incentrato direttamente sul cambiamento climatico.

2°C: Beyond the Limit

La serie vincitrice raccoglie 12 diversi reportage che descrivono luoghi in cui il riscaldamento climatico ha già raggiunto i 2°C. Si tratta della soglia di riscaldamento medio globale posta come limite nei trattati di Parigi per la pericolosità delle conseguenze che avrebbe il suo superamento. Lo studio condotto dal Washington Post mostra che già il 10% del pianeta ha raggiunto questa soglia, richiamando l’attenzione sul fatto che il cambiamento climatico non riguarda il futuro, ma il presente.

Sono stati presentati luoghi tanto vari e lontani quanto il Qatar, con i suoi condizionatori da esterno in stadi e mercati, e il New Jersey, dove tempo addietro un lago riforniva le ghiacciaie di New York, mentre oggi è ricoperto da uno strato di ghiaccio così sottile da non permettere la pesca.

Il tutto è stato realizzato da una squadra di 53 persone, fra cui giornalisti, analisti, fotografi, grafici e designer, guidati dal reporter specializzato in temi ambientali Chris Mooney e dalla redattrice ambientale del Post Trish Wilson. L’idea è stata elaborata a partire da due studi sulla sparizione di uccelli e insetti a Porto Rico e nel deserto del Mojave, quando il Post ha notato che questi luoghi mostravano un riscaldamento anomalo rispetto alla media globale. Sono stati così analizzati scientificamente dati di temperatura degli ultimi 170 anni, individuando i cosiddetti hot spots, i luoghi più colpiti dal riscaldamento globale. È stato incluso nel progetto anche uno strumento online che permette ai lettori di visualizzare i dati di aumento di temperatura nel mondo.

Pulitzer
Cambiamento della temperatura dal periodo 1880-1899 al periodo 2014-2018. Globo navigabile. Fonte: Washington Post

Quest’anno anche un altro reportage sul cambiamento climatico è comparso fra i finalisti: si tratta di un lavoro realizzato dal Los Angeles Times sull’innalzamento del livello del mare in California.

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India, primo crollo emissioni CO2 in 40 anni. Segnali per le strategie di ripresa https://www.iconaclima.it/energia/india-emissioni-co2-crollano-per-la-prima-volta-in-40-anni/ Tue, 12 May 2020 14:14:51 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52308 emissioni indiaLe emissioni di CO2 in India sono calate per la prima volta in 40 anni, ma il calo non è attribuibile solamente all’effetto del lockdown per l’emergenza legata al coronavirus. L’analisi realizzata da Carbon Brief, ha infatti evidenziato come sia stato un insieme di fattori a dare origine ad un calo così eccezionale. Il rallentamento …

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Le emissioni di CO2 in India sono calate per la prima volta in 40 anni, ma il calo non è attribuibile solamente all’effetto del lockdown per l’emergenza legata al coronavirus. L’analisi realizzata da Carbon Brief, ha infatti evidenziato come sia stato un insieme di fattori a dare origine ad un calo così eccezionale. Il rallentamento dell’economia, insieme ad una crescita dell’energia rinnovabile e all’effetto del lockdown, hanno contribuito a diminuire le emissioni annuali dell’India per la prima volta in 37 anni.

Secondo lo studio le emissioni indiane di anidride carbonica sono calate del 15% a marzo e, con tutta probabilità, anche del 30% ad aprile. Le emissioni sono calate di 30 milioni di tonnellate di CO2 nell’ultimo anno fiscale, concluso a marzo 2020 (1.4%). Non succedeva praticamente da 40 anni: il trend di crescita delle emissioni di anidride carbonica in India non ha mai mostrato segno negativo dal 1983, quando si registrò un calo di 3 milioni di tonnellate di CO2.

Lo studio attribuisce questo calo soprattutto al calo della domanda di energia riscontrato nell’ultimo anno, attribuibile praticamente solo a quella derivante dalle centrali termoelettriche che usano combustibili fossili, specialmente il carbone. Il trend, infatti è in netto calo e, secondo i dati giornalieri nazionali, a marzo la domanda è calata del 15% e ad aprile del 31%. Al contempo, inoltre, la domanda per le rinnovabili è aumentata. Ovviamente il lockdown ha amplificato l’effetto, ma non è corretto attribuire questo calo al temporaneo stop delle attività produttive.

Secondo l’International Energy Agency (IEA) a fine aprile l’uso globale del carbone è diminuito dell’8% nel primo quadrimestre dell’anno. Questo andamento potrebbe derivare principalmente dai costi di gestione e dall’accesso preferenziale alle reti attribuito dalle legislazioni all’energia da fonti rinnovabili.

Quello che succederà dopo dipende dalle strategie di ripresa economica messe in atto dai Paesi alla fine del lockdown. Probabilmente, secondo gli analisti, infatti il calo potrebbe non durare a lungo: le emissioni potrebbero tornare ad aumentare mentre i Paesi concentrano le forze sul rilancio delle economie.

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Il riscaldamento globale non si ferma, anzi: la tendenza fino a luglio prevista dalla WMO https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/temperature/il-riscaldamento-globale-non-si-ferma-anzi-la-tendenza-fino-a-luglio-prevista-dalla-wmo/ Tue, 12 May 2020 12:48:47 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52293 riscaldamento globaleIl riscaldamento globale continua ad aumentare sotto i nostri occhi e le temperature globali resteranno al di sopra della norma anche nei mesi di maggio e giugno. Lo rivela l’ultimo aggiornamento stagionale sul clima globale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO). Il riscaldamento globale continua a giocare un ruolo importante in questo trend e l’assenza dell’effetto riscaldante …

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Il riscaldamento globale continua ad aumentare sotto i nostri occhi e le temperature globali resteranno al di sopra della norma anche nei mesi di maggio e giugno. Lo rivela l’ultimo aggiornamento stagionale sul clima globale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO). Il riscaldamento globale continua a giocare un ruolo importante in questo trend e l’assenza dell’effetto riscaldante dell’ENSO rende tutto ancora più preoccupante.

Nel bollettino vengono tenute in considerazioni tutte le variabili climatiche legate, ad esempio, al fenomeno di El Niño e La Niña o al Dipolo dell’Oceano Indiano. Secondo le analisi dall’inizio dell’anno fino a marzo l’ENSO (El Niño Southern Oscillation) e il Dipolo dell’Oceano Indiano sono rimasti in fase neutrale e l’ENSO dovrebbe restare nella norma fino a giugno.

Il trend preoccupa proprio per questo, per l’assenza dell’effetto riscaldante del Niño. La temperatura media globale sta aumentando e raggiungendo livelli record: il mese di Aprile, secondo le analisi del servizio Copernicus ECMWF, è infatti risultato essere caldo quanto l’aprile del 2016, anno segnato da un forte episodio del Niño. E non è andata meglio nei mesi precedenti, con temperature globali record, o ad un passo dal record, a gennaio, febbraio e marzo.

Queste previsioni a lungo termine sono necessarie «ora più che mai – spiega Petteri Taala, segretario generale della WMO – perché temperature e piogge hanno un grande impatto su settori economici chiave e sul sistemi della sanità pubblica, portati allo stremo dalla pandemia».

«Oggi anche i periodi con ENSO in fase neutrale sono più caldi che in passato, e la temperatura dell’aria e della superficie degli oceani è aumentata a causa del cambiamento climatico, con un ricadute significative anche sugli eventi meteo estremi come, ad esempio, i cicloni tropicali e la distribuzione delle piogge».

In particolare tra maggio e luglio ci si aspettano anomalie più elevate alle latitudini tropicali e nell’emisfero settentrionale. Secondo la previsione, la temperatura superficiale degli oceani e dei mari potrà risultare sopra la media nei Tropici (esclusa la zona centrale e orientale del Pacifico), e nelle fasce extra-tropicali.

Sono attese settimane più piovose della norma sulla linea dell’equatore nel settore centrale del Pacifico, sull’Oceano Indiano occidentale e orientale, sull’Australia e suo settori più occidentali dell’arcipelago indonesiano. Precipitazioni sotto la media sono, invece, attese nel Pacifico settentrionale, dai settori tropicali più occidentali fino ai settori extra-tropicali nord-orientali, nel Sud America, nel Caraibi e nel subcontinente indiano.

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Idea eco-sostenibile geniale: mascherine anti-covid19 create con la plastica riciclata https://www.iconaclima.it/sostenibilita/iniziative-sostenibilita/idea-ecosostenibile-geniale-mascherine-anti-covid19-create-con-la-plastica-riciclata/ Tue, 12 May 2020 10:36:07 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52278 Ai tempi del coronavirus è nata una bellissima e utile iniziativa che vede la collaborazione tra  PADI e Rash’R per la creazione di mascherine sostenibili. Per gli amanti del mare PADI è una delle principali organizzazioni di addestramento subacqueo del mondo che vanta oltre 6.500 Dive Center, Resorts PADI e oltre 135000 singoli professionisti che …

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Ai tempi del coronavirus è nata una bellissima e utile iniziativa che vede la collaborazione tra  PADI e Rash’R per la creazione di mascherine sostenibili. Per gli amanti del mare PADI è una delle principali organizzazioni di addestramento subacqueo del mondo che vanta oltre 6.500 Dive Center, Resorts PADI e oltre 135000 singoli professionisti che hanno rilasciato oltre 25 milioni di certificazioni in tutto il mondo. Rash’R invece è un’azienda con sede in Irlanda che vende abbigliamento eco-sostenibile. Un gruppo di subacquei professionali quindi sta trasformando le bottiglie di plastica che un tempo inquinavano gli oceani in mascherine riutilizzabili e personalizzate con temi che richiamano il mare. Le mascherine che “aiutano il mare” hanno avuto da subito un enorme successo: si contano già 15000 pre-ordini. Questi dispositivi di protezione individuale che ormai sono diventati compagni necessari delle nostre vite, inizieranno a essere prodotti e distribuiti al costo di 20.40 dollari e avranno 5 filtri intercambiabili che ne consentiranno il riutilizzo. Sono disponibili in 5 diversi modelli basati su animali marini come squali balena, mante e grandi squali bianchi; ci sono anche pezzi creati per essere indossati da bambini di età compresa tra 4 e 10 anni.

Reusable, washable, and sustainable face masks made from ocean plastic.Order from North America: http://padi.co/k983n…

Pubblicato da PADI su Sabato 18 aprile 2020

 

Lisa Nicklin, vice presidentessa del settore marketing di PADI, ha dichiarato alla CNN che l’associazione porta avanti il progetto a titolo volontario e che il prezzo riflette il costo necessario per realizzare ogni maschera. “Non stiamo approfittando di questo prodotto. Siamo una vera organizzazione cuore-anima. Ci preoccupiamo per l’oceano e la nostra comunità di sub, quindi volevamo essere in grado di mettere le mani sui nostri cuori e dire che non stiamo approfittando di questo momento difficile. Abbiamo sottovalutato la loro popolarità; penso che i consumatori abbiano semplicemente pensato che fosse una grande cosa da fare per l’oceano acquistando allo stesso tempo qualcosa di cui avevano bisogno”. Lodevole quindi l’iniziativa di questo gruppo che ha deciso di pulire il mare e allo stesso tempo salvaguardare la salute delle persone realizzando mascherine riutilizzabili protettive contro il Covid-19. Sulla base del numero di ordini correnti, le maschere hanno già contribuito a rimuovere e smaltire circa 574 kg di rifiuti oceanici.

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Fin qui il 2020 è uno degli anni più caldi per l’Italia https://www.iconaclima.it/italia/clima/fin-qui-il-2020-uno-degli-anni-piu-caldi-italia/ Tue, 12 May 2020 07:22:26 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52265 2020 italiaIl 2020 non è iniziato con il piede giusto dal punto di vista climatico: i primi 4 mesi dell’anno sono stati segnati da temperature superiori alla norma a livello nazionale, tanto da rendere l’anno in corso uno dei più caldi per l’Italia. Sul fronte delle precipitazioni, il periodo gennaio-aprile risulta poco piovoso in modo abbastanza …

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Il 2020 non è iniziato con il piede giusto dal punto di vista climatico: i primi 4 mesi dell’anno sono stati segnati da temperature superiori alla norma a livello nazionale, tanto da rendere l’anno in corso uno dei più caldi per l’Italia. Sul fronte delle precipitazioni, il periodo gennaio-aprile risulta poco piovoso in modo abbastanza uniforme in tutto il territorio: all’appello manca un terzo della pioggia con 21 miliardi di metri cubi di pioggia in meno rispetto alla media.

TEMPERATURA (°C) PRECIPITAZIONI
Aprile +0.9 -31%
Primavera +0.6 -5%
Da inizio anno +1.3 -34%

Nel corso del mese di aprile il Vortice Polare stratosferico ha completato la sua definitiva transizione nella modalità anticiclonica tipica del semestre caldo boreale attraverso un ultimo riscaldamento (final warming) cominciato nella seconda metà di marzo, con conseguente graduale indebolimento del vortice stesso, fino alla completa inversione dei venti zonali fra gli ultimi giorni di aprile e i primi di maggio. Anche sotto questo aspetto, quindi, si può considerare avviata la stagione calda.

In corrispondenza del continente europeo la circolazione atmosferica è stata caratterizzata da livelli di pressione mediamente più elevati sul settore centrale, nord-occidentale e mediterraneo, mentre nelle altre zone ha prevalso una circolazione ciclonica, in particolare fra la Russia e i Paesi più orientali dove l’anomalia è stata piuttosto marcata. Questa configurazione lascia trasparire una corrispondente distribuzione dell’anomalia termica, con scarti negativi nelle zone orientali e positivi in quasi tutti gli altri settori, in particolare con i massimi valori tra la Francia e la Svizzera che hanno avuto il 3° aprile più caldo delle rispettive serie storiche secolari. Ancora una volta sul continente hanno prevalso gli scarti positivi, come messo in risalto dalle elaborazioni del Copernicus Climate Change Service che evidenziano un’anomalia complessiva pari a +0.6°C, valore comunque non molto di spicco nell’insieme dei dati storici.

Le anomalie del mese di Aprile in Italia

Anche l’Italia rientra nelle aree con anomalia termica positiva. In particolare lo scarto a livello nazionale è stato di +0.9°C, dovuto in gran parte agli elevati valori riscontrati al Nord (mediamente +1.4°C) e in Sardegna (+1.8°C). Pur essendo un valore notevole, non risulta particolarmente rilevante nell’ambito della serie storica che in effetti contempla un buon numero di mesi di aprile molto più miti. In realtà, come nei mesi passati, le anomalie positive sono ancora una volta dovute ai valori decisamente fuori norma delle temperature massime. Considerando, infatti, questo parametro, il mese di aprile risale la classifica raggiungendo il 6° posto a livello nazionale con un’anomalia delle massime di +1.6°C e addirittura il 4° posto per quel che riguarda le regioni settentrionali dove lo scarto delle massime è stato di +2.4°C.

ANOMALIE APRILE 2020
TEMPERATURA (°C) PRECIPITAZIONI
ITALIA +0,9 -31%
Nord-Ovest +1.7 -40%
Nord-Est +1.1 -55%
Centro +0.7 -36%
Sud +0.2 +18%
Sicilia +0.4 -74%
Sardegna +1.5 +48%

Nonostante la predominanza dei periodi più caldi della media, nel corso del mese si sono evidenziate anche due fasi più fredde della norma: una a metà mese causata dalla discesa di una massa d’aria artica che ha interrotto il lungo periodo mite pasquale, un’altra nei primi giorni del mese, molto più incisiva e derivante dall’ultima irruzione artica di marzo che ha determinato un inizio di aprile piuttosto freddo con nevicate a quote collinari al Sud e temperature minime sottozero in molte zone. Da segnalare i -2.4°C osservati a Grosseto il giorno 1, che rappresentano per questa città il valore più basso degli ultimi 40 anni.

Per quanto riguarda le precipitazioni, il mese si suddivide grosso modo in due parti distinte: una lunga prima fase siccitosa e un’ultima decade perturbata e piovosa. A livello nazionale ha prevalso la carenza di precipitazioni con un deficit complessivo pari a -31%, ma con una distribuzione non omogenea sul territorio. Questo dato, infatti, è il risultato dei valori decisamente inferiori alla norma al Nord (-40% al Nord-Ovest e -55% al Nord-Est), al Centro (-36%) e in Sicilia (-74%), combinati con i valori sopra la media al Sud (+18%) e in Sardegna (+48%). Anche in questo caso, pur rappresentando una conferma della tendenza verso mesi di aprile sempre più siccitosi, per l’Italia intera non si tratta di un dato di particolare rilievo nell’ambito della serie storica. Per il Nord, invece, lo scarto medio di -47% rappresenta il 6° deficit più ampio degli ultimi 60 anni.

Fin qui il 2020 è uno degli anni più caldi della serie storica

La stagione primaverile ancora in corso evidenzia anomalie dello stesso segno di quelle del mese di aprile, ma più contenute a causa del mese di marzo più piovoso della media e solo leggermente più caldo del normale. Le anomalie positive di temperatura in tutto il territorio hanno determinato uno scarto complessivo pari a +0.6°C, mentre la combinazione di valori di precipitazione sotto la media al Centro-Nord e quelli sopra la media al Sud e Isole ha dato origine a un’anomalia pluviometrica pari a -5% a livello nazionale.

Da inizio anno, invece, la tendenza si mostra molto più netta. I calcoli confermano, infatti, un’anomalia termica decisamente elevata (+1.3°C) che al momento mantiene il 2020 fra gli anni più caldi della serie storica, mentre il deficit pluviometrico si assesta a -34%, con una distribuzione abbastanza uniforme in tutto il territorio, che corrisponde a 21 miliardi di metri cubi di pioggia in meno rispetto alla media.

ANOMALIE DA INIZIO ANNO
TEMPERATURA (°C) PRECIPITAZIONI
ITALIA +1.3 -34%
Nord-Ovest +1.8 -36%
Nord-Est +1.6 -38%
Centro +1.2 -36%
Sud +0.7 -27%
Sicilia +0.5 -40%
Sardegna +1.5 -20%

A livello globale aprile segna un nuovo primato dal punto di vista termico. Infatti, secondo il Copernicus Climate Change Service rappresenta il più caldo della serie storica insieme all’aprile del 2016, a meno di una lieve differenza di 0.01°C. Fra le zone con anomalia positiva più elevata spiccano l’Asia centro-settentrionale, la Groenlandia e l’Antartide, mentre notevoli anomalie negative sono state osservate soprattutto nel Nord America.

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Fiume Po a Torino, il lockdown non ha reso l’acqua più pulita https://www.iconaclima.it/italia/territorio-italia/fiume-po-lockdown-piemonte/ Mon, 11 May 2020 11:58:58 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52253 Secondo una analisi di Arpa Piemonte, il lockdown non ha avuto nessuna conseguenza sullo stato di salute delle acque del fiume Po. Se lo stop delle attività produttive ha avuto una quasi immediata ricaduta sulla qualità dell’aria, specie nei valori di biossido di azoto, non si può dire la stessa cosa del Po. L’Arpa Piemonte …

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Secondo una analisi di Arpa Piemonte, il lockdown non ha avuto nessuna conseguenza sullo stato di salute delle acque del fiume Po. Se lo stop delle attività produttive ha avuto una quasi immediata ricaduta sulla qualità dell’aria, specie nei valori di biossido di azoto, non si può dire la stessa cosa del Po.

L’Arpa Piemonte ha prelevato, come ogni mese, 5 campioni nella provincia di Torino su cui sono state fatte analisi in laboratorio per 180 parametri, e non ha rilevato “nessuna variazione significativa”. Questo smentisce la notizia circolata qualche tempo fa sul miglioramento della qualità dell’acqua del fiume per il lockdown, basata sulla semplice osservazione visiva.

Negli ultimi anni, per il settore del Po a Torino, lo Stato chimico (indice che valuta la qualità chimica dei corsi d’acqua) è risultato Buono e Stato ecologico (valutazione integrata riferita al fiume e non alle singole stazioni di monitoraggio) è risultato Sufficiente.

Secondo Angelo Robotto, direttore generale di Arpa, «il Po è risultato in molti giorni del lockdown limpido verosimilmente per l’assenza di piogge, che non hanno portato a variazioni significative di trasporto solido consentendo una decantazione, ma il suo stato di contaminazione, che per i valori di riferimento è conforme, non è mutato».

In «sistemi ambientali complessi come il Po – prosegue Robotto – la variazione delle pressioni ha effetti a lungo termine e non è compatibile con i tempi del lockdown di poco meno di due mesi. A questo va aggiunto che il carico delle pressioni significative» nel tratto torinese del fiume – «non si è sostanzialmente modificato: nel periodo di lockdown il carico degli abitanti equivalenti, gli impatti del comparto agricolo e zootecnico, le derivazioni in atto e la presenza di siti potenzialmente inquinati non ha subito variazioni sostanziali. Inoltre la maggior parte degli scarichi produttivi recapita in sistemi di collettamento collegati ad impianti di depurazione centralizzati che sono risultati tutti sempre attivi».

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I cambiamenti climatici stanno modificando anche la migrazione degli uccelli https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/i-cambiamenti-climatici-stanno-modificando-anche-la-migrazione-degli-uccelli/ Mon, 11 May 2020 10:20:53 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52243 Uno studio dell’ISPRA ha messo in risalto come i cambiamenti climatici stiano modificando anche la migrazione degli uccelli. L’analisi condotta su 225000 esemplari nell’arco di 30 anni ha rilevato un anticipo degli spostamenti primaverili. Sono state monitorate le rotte di 6 specie di uccelli migratori a lungo raggio: beccafico, balia nera, codirosso comune, usignolo, cannaiola …

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Uno studio dell’ISPRA ha messo in risalto come i cambiamenti climatici stiano modificando anche la migrazione degli uccelli. L’analisi condotta su 225000 esemplari nell’arco di 30 anni ha rilevato un anticipo degli spostamenti primaverili. Sono state monitorate le rotte di 6 specie di uccelli migratori a lungo raggio: beccafico, balia nera, codirosso comune, usignolo, cannaiola e torcicollo. I dati hanno dimostrato che la balia e il codirosso stanno anticipando di un giorno ogni 3-4 anni la data della migrazione primaverile. Il calendario è stato anticipato meno rapidamente da torcicollo e cannaiola; usignolo e beccafico non palesano invece variazioni significative. Recepire queste importanti informazioni è stato possibile grazie al lavoro di inanellamento dei ricercatori dell’Istituto. I cambiamenti climatici stanno portando gli inverni ad essere progressivamente meno rigidi: durante la stagione fredda gli uccelli accumulano grasso per ridurre i rischi di mortalità legati a una possibile scarsezza di cibo. Un uccello grasso però ha anche un rischio maggiore di essere predato.

Foto di Babil Kulesi da Pixabay

I modelli con i quali Ispra ha analizzato le condizioni di oltre 80000 uccelli inanellati in pieno inverno in Italia dal 1982, hanno dimostrato che il peso medio è sceso in maniera significativa sia nel pettirosso che nella capinera. La migrazione degli uccelli da sempre è uno degli spettacoli più affascinanti ed emozionanti per chi ama la natura. Le stagioni del fenomeno sono due, primavera e autunno anche se il movimento migratorio degli uccelli è perenne e dura 365 giorni l’anno. Il periodo effettivo dipende da diversi fattori, come la specie, la distanza di migrazione, la velocità di spostamento, il tragitto da compiere e la disponibilità di cibo. Questi dati innovativi, derivati dai forti legami degli uccelli con la stagionalità delle condizioni ecologiche, confermano il ruolo che sia specie migratrici, sia svernanti possono avere come efficaci indicatori degli effetti del cambiamento climatico sugli ambienti nei quali anche noi viviamo.

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Con il Coronavirus esplode il consumo di plastica https://www.iconaclima.it/inquinamento/coronavirus-plastica-usa-e-getta/ Sun, 10 May 2020 14:31:34 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52227 coronavirus plasticaMentre il Coronavirus terrorizza il mondo assistiamo a una corsa alla plastica che, è innegabile, è drammaticamente necessaria: mascherine, guanti usa e getta e vari dispositivi di protezione sono tra i simboli indiscussi di questa crisi senza precedenti. La protezione è fondamentale, ma è importante anche tenere a mente che tutta questa plastica non scompare …

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Mentre il Coronavirus terrorizza il mondo assistiamo a una corsa alla plastica che, è innegabile, è drammaticamente necessaria: mascherine, guanti usa e getta e vari dispositivi di protezione sono tra i simboli indiscussi di questa crisi senza precedenti. La protezione è fondamentale, ma è importante anche tenere a mente che tutta questa plastica non scompare nel nulla e in tanti, troppi, casi, viene addirittura gettata per strada senza la minima cura.

I rifiuti che in queste settimane stiamo producendo a ritmi forsennati potranno comportare anni di problemi per i nostri oceani, già drammaticamente inquinati. A suonare il campanello d’allarme sulla CNN è Nick Mallos, dell’Ong statunitense Conservancy Ocean: «Sappiamo che l’inquinamento da plastica è un problema globale che esisteva prima del Covid-19», ha detto Mallos, ma «dobbiamo essere cauti sulla strada che si prenderà dopo la pandemia».

Al momento, l’impatto sul territorio è già evidente in tutto il mondo: «Ci sono guanti e maschere gettati in tutto il quartiere», ha detto alla CNN John Hocevar, direttore della campagna per gli oceani a Greenpeace USA, che vive a Washington DC. «Qui ha piovuto per due giorni, quindi molto rapidamente questi rifiuti sono finiti nelle fogne. Da lì vanno nel fiume Anacostia, fuori nella baia di Chesapeake, e poi nell’Oceano Atlantico».

Con il Coronavirus il ritmo è aumentato in modo esponenziale, ma la plastica stava già soffocando gli oceani. Uno studio del 2019 aveva rilevato che la produzione di plastica nel mondo era quadruplicata negli ultimi quarant’anni e i ricercatori avevano avvertito che entro il 2050, se la tendenza fosse continuata, la produzione di materie plastiche avrebbe rappresentato il 15% delle emissioni di gas serra. Si tratta dello stesso livello a cui attualmente troviamo tutte le forme di trasporto messe insieme.

Secondo le stime, ogni anno riversiamo negli oceani circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica e nel tempo questa mole continua ad aumentare. I dispositivi di protezione individuale  – come i guanti e le mascherine che gettiamo ogni giorno in quantità esorbitanti – rappresentano un problema davvero serio. Come ha spiegato John Hocevar, la loro struttura li rende particolarmente pericolosi per la vita marina: «per esempio, i guanti possono sembrare meduse o altri tipi di alimenti per le tartarughe marine e le cinghie sulle maschere possono intrappolare gli animali». Con il tempo, poi, questi rifiuti si rompono contribuendo alla quantità spaventosa di microplastiche che inquinano i nostri mari (e il nostro cibo).

Mentre produciamo e scartiamo plastica per combattere una crisi di salute pubblica, potremmo contribuire lentamente a crearne un’altra, avverte la CNN. «Questo è un momento in cui la salute e la sicurezza pubblica sono la priorità principale – ha sottolineato Mallos -, ma dobbiamo anche renderci conto che la questione dei rifiuti più ampia che viene evidenziata da questa pandemia è davvero importante». Come ha affermato lo scienziato, in molti casi non c’è la «capacità di gestire questi rifiuti, e questo è estremamente dannoso per gli oceani e l’ambiente, ma anche per la salute umana».

Una luce di speranza arriva dalla possibilità di disinfettare i dispositivi di protezione individuale, in modo da allungarne il ciclo di vita e produrre meno rifiuti: in alcuni casi si sta sperimentando questa opzione, resa necessaria anche dal fatto che non esistono abbastanza dispositivi.

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Rinnovabili immuni al Coronavirus: le uniche a crescere nel 2020 https://www.iconaclima.it/economia-e-finanza/rinnovabili-immuni-al-coronavirus-le-uniche-a-crescere-nel-2020/ Sun, 10 May 2020 05:02:24 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52072 rinnovabiliIl lockdown di buona parte del globo, con la brusca frenata forzata di quasi tutti i settori produttivi e dei trasporti, ha causato un repentino crollo nella domanda di energia, crollo che va di pari passo con la crisi economica. Il primo trimestre del 2020 ha segnato una diminuzione della domanda di energia del 3.8% …

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Il lockdown di buona parte del globo, con la brusca frenata forzata di quasi tutti i settori produttivi e dei trasporti, ha causato un repentino crollo nella domanda di energia, crollo che va di pari passo con la crisi economica. Il primo trimestre del 2020 ha segnato una diminuzione della domanda di energia del 3.8% rispetto allo stesso periodo del 2019, dell’8% se si considera solamente il carbone, del 5% per il petrolio (soprattutto a causa dello stop nei trasporti e nell’aviazione), del 2% per il gas naturale. Questi dati sono riportati nell’ultimo rapporto dell’International Energy Agency, che fornisce anche le stime per l’intero 2020: una riduzione della domanda globale di energia del 6%. Si tratta del maggiore declino in termini percentuali degli ultimi 70 anni e di sempre in valore assoluto, più di sette volte quello registrato durante la crisi del 2008. Un declino che, per la domanda di petrolio, sarà del 9%, in grado di portarne il consumo ai livelli del 2012. Le rinnovabili, per fortuna, raccontano un’altra storia.

Per approfondire il legame fra Coronavirus e crollo della domanda di energia:

Domanda globale di energia ed emissioni di CO2 sono strettamente legate al coronavirus

I dati

Nel primo trimestre del 2020 l’utilizzo globale di energia rinnovabile è cresciuto del 1.5% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per quanto riguarda l’energia elettrica, la generazione rinnovabile è aumentata di quasi il 3%, portando la porzione di energia elettrica generata in modo rinnovabile dal 26% al 28% della produzione totale. Solare ed eolico hanno raggiunto il 9%, a partire dall’8% del primo trimestre 2019. Tutto questo a spese della porzione di generazione legata a gas e carbone.

Durante il lockdown si sono registrati picchi record della porzione solare e eolica nella domanda oraria di elettricità in molti paesi, tra cui Italia, Germania, Belgio e la parte orientale degli Stati Uniti.

L’unica energia rinnovabile che ha subito un declino nell’ultimo trimestre è stato il biocarburante, come conseguenza della riduzione dei trasporti su strada.

Le proiezioni IEA

L’International Energy Agency stima che l’utilizzo globale di energia rinnovabile aumenterà di circa l’1% nel 2020. Sarà l’unica forma di energia in grado di registrare un saldo positivo. La produzione di energia elettrica rinnovabile crescerà di ben il 5%, arrivando a costituire quasi il 30% dell’energia elettrica globalmente generata. A seguito del declino della domanda di carbone, previsto essere quest’anno dell’8% (il più grande dalla Seconda Guerra Mondiale), verrà dimezzato il gap fra queste due opzioni di generazione: dal 10% del 2019 al 5% del 2020 in termini di percentuale dell’elettricità prodotta nel mondo.

La velocità di ripresa dalla crisi non avrà una grande influenza su tali dati: anche con una ripresa lenta e difficile le rinnovabili cresceranno, dimostrando di essere, senza dubbio, la forma di energia più resiliente.

Tuttavia, questa crescita rimane inferiore a quella prevista prima della crisi da Coronavirus ed è in calo rispetto a quella dello scorso anno, in accordo con la tendenza, iniziata nel 2016, al rallentamento nella crescita delle rinnovabili.

Le motivazioni

Il 2019 ha visto il completamento di numerosi progetti di generazione fotovoltaica o eolica. Durante il primo trimestre del 2020 si sono registrate condizioni climatiche favorevoli alle rinnovabili: in particolare la stagione ha garantito un’alta disponibilità di vento in Europa e Stati Uniti, favorendo l’eolico. La combinazione di questi due fattori ha fatto sì che le rinnovabili registrassero già prima del lockdown dei buoni risultati in termini di porzione di elettricità generata.

Quando il lockdown è iniziato, la domanda di energia elettrica è crollata, precipitando anche più del 20% in situazioni di chiusura totale, a seguito della cessazione di attività commerciali e industriali. Per settimane il lockdown si è manifestato, insomma, come una lunga domenica in termini del servizio elettrico. La quantità di energia prodotta dalle rinnovabili è però rimasta invariata, provocando l’aumento citato di quasi il 3% della porzione rinnovabile dell’elettricità generata. L’energia elettrica rinnovabile, infatti, è in genere distribuita prima di quella proveniente da fonti fossili in quanto ha costi di esercizio più bassi e in quanto la legislazione ambientale le garantisce accesso preferenziale alle reti.

La porzione rinnovabile è prevista in ulteriore crescita nel resto dell’anno proprio per questi motivi e perché diversi progetti legati all’eolico saranno completati durante il 2020: sia in Cina che negli USA le regolamentazioni impongono infatti che i progetti nell’eolico vengano resi operativi entro la fine dell’anno per poter ottenere sussidi statali o sconti fiscali.

Non solo aspetti positivi

I dati e le proiezioni dell’IEA sono però il risultato anche di conseguenze negative che il Coronavirus ha portato sull’industria delle rinnovabili:

  • innanzitutto, si sono verificate diffuse interruzioni delle catene di approvvigionamento e produzione legate agli stop temporanei delle attività. La Cina ha da poco ripreso la manifattura di pannelli fotovoltaici (di cui costituisce il 70% della produzione mondiale); l’eolico è invece ancora in grosse difficoltà, essendo la produzione di turbine legata a più regioni, come India, Europa e Stati Uniti.
  • Il lockdown ha anche ridotto le attività di installazione degli impianti per l’impossibilità di accedere agli edifici o per le perdite economiche di chi li aveva richiesti: si tratta di un fenomeno non di poco conto, considerato che un quinto della potenza rinnovabile installata nel 2019 è da attribuire ai pannelli fotovoltaici posizionati sui tetti di case o di piccole e medie imprese.

In sostanza, restano molte incertezze riguardanti gli impatti che la crisi avrà sull’industria delle rinnovabili e quindi sulla velocità di costruzione e installazione di nuovi impianti. La durata dei lockdown, la velocità di ripresa delle economie e la direzione e il timing degli interventi statali saranno decisivi nel determinare l’andamento annuale di questa industria.

Non si hanno, invece, nei diversi scenari, variazioni consistenti nelle proiezioni di produzione di energia rinnovabile. La velocità di distribuzione di nuovi impianti ha infatti un impatto limitato sulla quantità totale di energia elettrica rinnovabile prodotta. Questa ha invece la maggiore fonte di incertezza nei pattern meteorologici che si osserveranno durante l’anno: il 90% della stessa è infatti energia idroelettrica (60% – dipendente da precipitazioni e temperature), solare ed eolica. Le stime si basano sugli andamenti storici medi delle variabili meteorologiche: un’eventuale deviazione da essi potrebbe influire significativamente sulla produzione.

Quali speranze?

Il rapporto IEA afferma che le emissioni globali di CO2 caleranno dell’8% nel 2020 rispetto al 2019, ritornando al livello di 10 anni fa. Si tratta di una riduzione pari in valore assoluto a 6 volte quella registrata tra il 2008 e il 2009 e al doppio della somma di tutte le riduzioni avvenute dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo tutte le precedenti crisi, però, il rimbalzo nelle emissioni è stato maggiore del declino.

Sarà diverso questa volta? Ciò che accadrà dipenderà da un complesso bilancio di molteplici fattori. Un nuovo report di BloombergNEF ha evidenziato che oggi, a seguito di ulteriori riduzioni nei prezzi, solare ed eolico su terra sono le fonti di energia elettrica più economiche per due terzi della popolazione mondiale. Oggi, a differenza delle crisi precedenti, le rinnovabili sono competitive. Purtroppo però, il recente crollo dei prezzi delle fonti fossili potrebbe minare tale competitività. Molto dipende anche dalle scelte operate dai governi nell’investire le risorse per la ripresa.

 

 

 

Quello che accadrà nel 2020 non è importante, lo è molto di più ciò che avverrà subito dopo. Il 2020, però, secondo le proiezioni, ci mostrerà che le energie rinnovabili sono un buon investimento, resiliente al cambiamento climatico, sì, ma anche a crisi economiche provocate da altri fattori. Ancora una volta, investire sostenibile conviene, e conviene da ogni punto di vista.

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La sostenibilità come trampolino per la ripartenza economica europea https://www.iconaclima.it/estero/la-sostenibilita-come-trampolino-per-la-ripartenza-economica-europea/ Sat, 09 May 2020 14:56:36 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52223 La sostenibilità come trampolino per la ripartenza economica europeaLa sostenibilità come trampolino per la ripartenza economica europea. Non poteva esserci messaggio migliore, oggi. Il 9 maggio si celebra infatti la Festa dell’Europa. Viene ricordato, cioè, quel giorno del 1950 in cui venne presentata la Dichiarazione Schuman. Il passo verso la nascita dell’Unione Europea. E, proprio in un momento significativo come questo, l’Europa rilancia …

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La sostenibilità come trampolino per la ripartenza economica europea. Non poteva esserci messaggio migliore, oggi. Il 9 maggio si celebra infatti la Festa dell’Europa. Viene ricordato, cioè, quel giorno del 1950 in cui venne presentata la Dichiarazione Schuman. Il passo verso la nascita dell’Unione Europea. E, proprio in un momento significativo come questo, l’Europa rilancia il messaggio ambientalista. In queste difficilissime settimane per l’economia, il Green Deal si rivela l’unica cura possibile per ripartire. Il programma per ridurre l’inquinamento da combustibili fossili nell’Unione europea farà parte infatti della cura per la crisi economica derivante dalla pandemia di coronavirus. Per questo il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si sono a lungo soffermati sul dettagliato pacchetto di misure ambientali per ridurre le emissioni di gas a zero entro il 2050. Il programma era già stato lanciato poco prima dello scoppio della pandemia. Emergenza che, come sappiamo, sta spingendo gli Stati europei in una recessione senza precedenti. “Circa il Green Deal europeo– ha affermato la von der Leyen- l’urgenza politica è forte come lo era prima della crisi. I cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, infatti, non si sono fermati”.

La sostenibilità come trampolino per la ripartenza economica europea. Il cambiamento climatico è una “leva essenziale” per garantire una transizione adeguata

La commissione europea sta predisponendo piani per un pacchetto di recupero volto a far respirare l’economia a livello continentale. Le conseguenze del lockdown, d’altra parte, sono state pesantissime. Fabbriche chiuse, crollo del turismo, voli cancellati, spese ridotte ai minimi termini. In questo quadro, grande è la pressione da parte di aziende e organizzazioni non governative a favore dell’ambiente. Si vuole inserire la sostenibilità come pilastro nella progettazione di un pacchetto di recupero. Una situazione storica. Una nuova alleanza, cioè, tra ministri, imprese e scienziati, tutta a sostegno del Green Deal. Tra i suoi 180 firmatari, gli amministratori delegati di Enel SpA, Ikea di Sweden AB, Volvo AB e Unilever NV. Il cambiamento climatico è più che mai una “leva essenziale” per garantire una transizione adeguata. Il Green Deal prevede anche una spinta per un maggiore utilizzo di materiali riciclati. Favorisce, inoltre, una riduzione e diversificazione delle catene di approvvigionamento. Per arrivare a un’economia circolare. Un circolo virtuoso, dunque. Dove, a beneficiarne, sarà finalmente non soltanto l’economia, ma anche l’ambiente.

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Un’altra grande banca smetterà di finanziare il carbone https://www.iconaclima.it/economia-e-finanza/un-altra-grande-banca-in-australia-smettera-finanziare-carbone/ Sat, 09 May 2020 06:37:30 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52121 carbone australiaUn’altra grande banca australiana, la Westpac Banking Corp, ha deciso che smetterà di finanziare il settore del carbone termico (utilizzato per produrre energia elettrica e calore) entro il 2030. Si unisce alla Commonwealth Bank of Australia e alla National Australia Bank Ltd., che lasceranno il settore rispettivamente nel 2030 e nel 2035. Un’altra delle quattro …

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Un’altra grande banca australiana, la Westpac Banking Corp, ha deciso che smetterà di finanziare il settore del carbone termico (utilizzato per produrre energia elettrica e calore) entro il 2030. Si unisce alla Commonwealth Bank of Australia e alla National Australia Bank Ltd., che lasceranno il settore rispettivamente nel 2030 e nel 2035. Un’altra delle quattro grandi banche del paese, la Australia and New Zealand Banking Group Ltd., ha dichiarato di voler progressivamente diminuire i propri investimenti nel carbone, senza però fissare una data ufficiale di azzeramento degli stessi.

Westpac ha già ridotto i suoi finanziamenti al carbone termico e ha affermato che non finanzierà nuovi progetti nel settore. Continuerà invece a investire nel carbone metallurgico (utilizzato per produrre l’acciaio), supportando però iniziative volte a ridurre la dipendenza dell’industria dell’acciaio dal carbone stesso. La banca programma inoltre di investire ulteriori 3.5 miliardi di dollari australiani in soluzioni contro il cambiamento climatico nei prossimi tre anni.

“Continuiamo a sviluppare il nostro approccio alla finanza sostenibile, riconoscendo il ruolo che le istituzioni finanziarie possono giocare nella facilitazione della transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio”, si legge nel report Westpac.

 

 

 

Il carbone in Australia

L’Australia è il secondo esportatore al mondo di carbone termico. L’esportazione del carbone ha costituito nell’ultimo decennio un quarto dei ricavi annuali del paese dall’esportazione di risorse minerarie e il 14% dei ricavi da ogni tipo di esportazione. L’Australia genera tre quarti dell’elettricità bruciando carbone; questo combustibile costituisce il 40% del consumo totale di energia del paese. Insomma, l’economia e l’energia dell’Australia dipendono totalmente da questo combustibile.

La decisione delle banche australiane assume, in questo contesto, una grande importanza simbolica: l’Australia è infatti anche uno dei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici. Ad esempio, il cambiamento climatico ha reso le condizioni di rischio elevato che hanno portato al diffondersi degli incendi degli scorsi mesi almeno il 30% più probabili.

Sempre meno carbone

Anche nel resto del mondo si moltiplicano i disinvestimenti dal carbone: le banche giapponesi, tra i più grandi finanziatori di centrali a carbone, stanno, anche se più lentamente, riducendo i loro prestiti; la Svezia ha recentemente chiuso la sua ultima centrale a carbone; la Germania ha anticipato il proprio piano di dismissione delle stesse.

Non basta

È però la Cina il più grande produttore e consumatore di carbone termico al mondo, con il carbone ancora fonte del 57.7% dell’energia utilizzata dal paese nel 2019. È anche il più grande finanziatore del settore.

carbone
Finanziamenti bancari alle più grandi 30 compagnie di estrazione di carbone o di generazione di energia dal carbone nel 2018. Le banche cinesi stanno sostituendo le altre nel finanziamento del carbone. Fonte: Banking on Climate Change report, Bloomberg.

Purtroppo non sembra che la Cina abbia intenzione di ridurre la sua dipendenza da questa risorsa. Il direttore della Commissione Generale sull’Energia cinese, colui che determina la politica energetica del paese, ha recentemente dichiarato il bisogno di: “promuovere l’estrazione sicura e verde del carbone e lo sviluppo pulito ed efficiente di centrali a carbone”. 

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Ghiacci artici, ad Aprile la banchisa ha raggiunto la quarta estensione più bassa https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/ghiacci/ghiacci-artici-ad-aprile-la-banchisa-ha-raggiunto-la-quarta-estensione-piu-bassa/ Fri, 08 May 2020 13:11:29 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52205 ghiacci articiLa banchisa di ghiaccio che ricopre l’Artico ad Aprile ha raggiunto la quarta estensione più bassa dal 1979. Lo rivela l’analisi mensile realizzata dal National Snow and Ice Data Center (NSIDC). L’estensione media raggiunta dalla calotta artica ad aprile è stata di 13.73 milioni di chilometri quadrati. Dopo aver raggiunto il picco annuale, la banchisa …

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La banchisa di ghiaccio che ricopre l’Artico ad Aprile ha raggiunto la quarta estensione più bassa dal 1979. Lo rivela l’analisi mensile realizzata dal National Snow and Ice Data Center (NSIDC).

L’estensione media raggiunta dalla calotta artica ad aprile è stata di 13.73 milioni di chilometri quadrati. Dopo aver raggiunto il picco annuale, la banchisa ha iniziato a ritirarsi, con una accelerazione verso la fine di Marzo, per poi proseguire nel mese di Aprile, ad una velocità non lontana dalle medie degli anni passati.

Leggi anche:

Artico senza ghiaccio d’estate: potrebbe succedere prima del 2050

Ogni giorno ad Aprile si sono fusi circa 33 mila chilometri quadrati di ghiaccio, per un totale di 1.05 milioni di chilometri quadrati. Complessivamente, l’estensione è rimasta sotto media di circa 960 mila chilometri quadrati, e di 280 mila chilometri quadrati più estesa dello scorso anno, quando raggiunse il record minimo.

La temperatura dell’aria a 925 hPa, approssimativamente circa 760 metri sopra il livello del mare, è risultata essere da 2 a 5 gradi più alta del normale su gran parte del Mar Glaciale Artico e sul Mare di Bering, ad eccezione delle Svalbard del Mare di Barents. Anomalie ancora più elevate sono state registrate sopra la Baia di Baffin, a ovest della Groenlandia, e sulla Siberia con temperature da 6 fino a 8 gradi più alte del normale. In Canada, invece, la temperatura è rimasta sotto la norma.

Il ghiaccio è più giovane e fragile

Le mappe rivelano un aumento lieve della presenza di ghiaccio più vecchio, ma la maggior parte dell’Artico risulta coperto da ghiaccio nuovo, ossia formatosi meno di un anno fa, e più fragile. Questa composizione risulta molto lontana da quello che i ricercatori hanno osservato negli anni ’90 e nei decennio precedente.

Il ghiaccio più vecchio, infatti, risulta essere generalmente più spesso e meno incline quindi a fondersi completamente durante l’estate. Secondo le analisi, però, ormai di ghiaccio vecchio (con più di 4 anni) ce n’è ben poco (il 4.3% della banchisa) e, nonostante i lievi aumenti osservati nell’ultimo anno, siamo ben lontani dalla situazione di metà degli anni ’80, quando costituiva il 35% della banchisa.

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Bicicletta al posto dell’auto in città: sarà questa la nuova mobilità dopo il lockdown? https://www.iconaclima.it/estero/iniziative-estero/bicicletta-citta-lockdown/ Fri, 08 May 2020 12:13:53 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52190 bicicletta cittàLa bicicletta potrebbe diventare il mezzo di trasporto in città per eccellenza nella ripartenza dopo il lockdown. Milano, ad esempio, sta ampliando le piste ciclabili proprio per favorire il passaggio ad una nuova mobilità che possa garantire allo stesso tempo la sicurezza dei cittadini. Ma sembra anche che il governo voglia introdurre un bonus bicicletta …

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La bicicletta potrebbe diventare il mezzo di trasporto in città per eccellenza nella ripartenza dopo il lockdown. Milano, ad esempio, sta ampliando le piste ciclabili proprio per favorire il passaggio ad una nuova mobilità che possa garantire allo stesso tempo la sicurezza dei cittadini. Ma sembra anche che il governo voglia introdurre un bonus bicicletta e monopattino proprio incentivare l’uso della mobilità dolce per evitare il congestionamento dei centri urbani alla ripartenza economica. Insomma, la bicicletta potrebbe aiutare sia sul fronte dell’emergenza sanitaria, favorendo il distanziamento sociale, ma anche su quello ambientale.

L’utilizzo della bicicletta nelle ultime settimane è stato integrato spontaneamente nella vita dei cittadini di molte città del Mondo, proprio perché è un mezzo sicuro. A Marzo l’uso dello bike-sharing è aumentato di circa il 150% a Pechino, del 67% a New York. Il trasporto pubblico, per forza di cose, è stato fortemente ridotto se non in alcuni casi totalmente chiuso. Secondo l’app Moovit la mobilità su trasporto pubblico è crollata del 78% su base globale, mentre a Milano e Roma è scesa dell’89%.

Meno auto e più biciclette in città: quali effetti sulla nostra salute?

La bicicletta sembra rispondere alle esigenze attuali e, perché no, c’è chi spera che questo nuovo approccio alla mobilità urbana diventi non più una alternativa, ma una buona abitudine. La letteratura scientifica è ricca di studi sui benefici sulla salute e sull’ambiente di un uso diffuso della bicicletta per gli spostamenti in città. Tra questi riportiamo uno studio pubblicato su Science nel 2017, in cui è stato analizzato proprio l‘impatto sulla salute e sull’inquinamento atmosferico che avrebbe questo cambio di abitudini, da auto a bicicletta, nel percorso casa-lavoro.

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Lo studio è stato effettuato sulla base dei dati della città di Stoccolma e i risultati parlano da soli. Se tutti i guidatori di auto con normali capacità fisiche usassero la bicicletta per recarsi al lavoro (fino a una distanza massima di 30 minuti in bici) si ridurrebbero significativamente le emissioni e l’esposizione agli ossidi di azoto. In questo scenario a Stoccolma ci sarebbero oltre 110 mila ciclisti in più, con un aumento del 209%. Sarebbero ancora presenti le auto, ma in numero inferiore: il 32% in meno rispetto alla situazione attuale.

Ogni anno verrebbero “salvate” in media quasi 450 ore di vita

bicicletta auto
Fonte: Impacts on air pollution and health by changing commuting from car to bicycle.

In questo scenario l’esposizione media della popolazione agli ossidi di azoto e al carbonio nero verrebbe ridotta del 7%. Stimando una riduzione dell’8% della mortalità associata ad un calo di 10 μg m− 3 degli ossidi di azoto, ogni anno verrebbero “salvate” in media quasi 450 ore di vita nella contea di Stoccolma, abitata da 2.1 milioni di persone. Secondo lo studio si tratterebbe di un risultato due volte migliore rispetto alla “congestion charge“, una sorta di AreaC introdotta a Stoccolma nel 2006. Complessivamente, nel lungo periodo, per il calo delle concentrazioni di ossidi di azoto e carbonio nero, verrebbero salvate rispettivamente 395 e 185 anni di vita.

Uno studio americano del 2012, pubblicato su Environmental Health Perspectives, ha analizzato i benefici che avrebbe l’eliminazione dei brevi viaggi in auto sull’inquinamento e sulla salute delle persone. Il PM2.5 diminuirebbe dello 0.1 μg/m3 su base annua e l’ozono (O3) potrebbe aumentare leggermente all’interno delle città, ma diminuirebbe a livello regionale. La mortalità, per un’aera abitata da 31.3 milioni di persone, potrebbe diminuire di 1295 morti ogni anno per effetto del miglioramento della qualità dell’aria e dell’aumento dell’attività fisica, con un risparmio di 3.8 miliardi di dollari ogni anno.

«Questa è una opportunità unica di cambiare direzione e riparare i danni fatti» – Janette Sadik-Khan

Janette Sadik-Khan, ex commissario ai trasporti per la città di New York e direttrice della Bloomberg Associates, sta lavorando con la città di Milano per questa nuova fase. «Questa pandemia ci sta sfidando, ma ci sta anche offrendo una opportunità unica di cambiare direzione e riparare i danni fatti da una mobilità centrata sull’utilizzo delle automobili – ha raccontato alla BBC. Le città che decidono di approfittare di questo momento per ripensare agli spazi sulle strade in modo da renderle più accessibili per la viabilità pedonale, per le biciclette e il trasporto pubblico, non solo si riprenderanno ma prospereranno alla fine di questa pandemia».

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Ambiente, nasce l’Osservatorio sulla Sostenibilità: obiettivi e richieste https://www.iconaclima.it/italia/ambiente-nasce-losservatorio-sulla-sostenibilita-obiettivi-e-richieste/ Fri, 08 May 2020 11:05:40 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52189 sostenibilitàLa salvaguardia dell’ambiente tra i primi obiettivi del post Coronavirus. Un’emergenza che se da un lato ha messo in evidenza un sistema di sfruttamento del pianeta deleterio, dall’altro ha mostrato al mondo come sia effettivamente possibile rivedere e ripensare alcuni aspetti del tessuto produttivo per guadagnarci in salute. Leggi anche: Lockdown in Europa, 11mila decessi …

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La salvaguardia dell’ambiente tra i primi obiettivi del post Coronavirus. Un’emergenza che se da un lato ha messo in evidenza un sistema di sfruttamento del pianeta deleterio, dall’altro ha mostrato al mondo come sia effettivamente possibile rivedere e ripensare alcuni aspetti del tessuto produttivo per guadagnarci in salute.

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Lockdown in Europa, 11mila decessi evitati in un mese per il calo dell’inquinamento

Con questi e tanti altri presupposti nasce a Firenze l’Osservatorio sulla Sostenibilità, promosso da Associazioni e movimenti ecologisti e di giustizia climatica e sociale. Tra queste anche Legambiente, che ha già avanzato la sua proposta green per la ripresa dell’attività sociale e produttiva. Seguono a ruota WWF, Arci, Greenpeace, Libera e Fridays For Future Italia.

L’Osservatorio – si legge in una nota ufficiale – prende spunto anche dalla campagna “Ritorno al Futuro”, lanciata recentemente proprio da Fridays For Future Italia; ma anche dalla posizione del segretario dell’ONU, Antonio Guterres.

Obiettivi dell’Osservatorio sulla Sostenibilità

L’obiettivo del nuovo Osservatorio sulla Sostenibilità è quello di incentivare e favorire “la cosiddetta transizione ecologica della società, la sua trasformazione in una forma ambientalmente e socialmente sostenibile”. Sarà dunque di fondamentale importanza – sottolinea il comunicato – “monitorare l’operato delle Amministrazioni e di tutti gli stakeholders la cui attività ha incidenza sulla collettività. E di portare avanti proposte concrete per il cambiamento”.

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I punti su cui verterà il lavoro dell’Osservatorio

I punti su cui verterà il lavoro dell’Osservatorio fiorentino saranno in particolare:

    • Mobilità sostenibile
    • Energie rinnovabili e risparmio energetico
    • Commercio a chilometro zero
    • Energia circolare, riduzione dei rifiuti e delle plastiche monouso
    • Beni comuni / Equità / Disuguaglianze
    • Educazione ambientale
    • No grandi opere con forte impatto ambientale

“Nella consapevolezza della gravità della situazione economica, che in particolare colpisce le fasce più deboli della nostra popolazione, e della necessità di fronteggiarla con forti interventi, ai nostri politici – si legge nella nota ufficiale – chiediamo di saper guardare non solo all’immediato, ma anche e soprattutto al futuro. Il futuro che tutti chiediamo è quello di un mondo più sano, più vivo e più vivibile, un mondo più giusto”.

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Morgan Stanley smette di finanziare le trivellazioni in Artico. Perché è un’ottima notizia https://www.iconaclima.it/economia-e-finanza/morgan-stanley-smette-di-finanziare-le-trivellazioni-di-petrolio-in-artico/ Fri, 08 May 2020 07:22:10 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52103 petrolio articoIn un documento strategico pubblicato pochi giorni fa Morgan Stanley afferma che smetterà di finanziare l’esplorazione dell’Artico per la ricerca di giacimenti di gas e petrolio e il loro sfruttamento. Viene fatto in particolare riferimento alla preservazione del Arctic National Wildlife Refuge, area protetta situata sulle coste settentrionali dell’Alaska. Con 92 miliardi di dollari prestati …

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In un documento strategico pubblicato pochi giorni fa Morgan Stanley afferma che smetterà di finanziare l’esplorazione dell’Artico per la ricerca di giacimenti di gas e petrolio e il loro sfruttamento. Viene fatto in particolare riferimento alla preservazione del Arctic National Wildlife Refuge, area protetta situata sulle coste settentrionali dell’Alaska.

Con 92 miliardi di dollari prestati all’industria dei combustibili fossili dalla firma dell’Accordo di Parigi, Morgan Stanley è l’undicesima banca al mondo in termini di finanziamenti a questo settore e la quinta negli Stati Uniti.

Si unisce ad altre quattro grandi banche americane che hanno già tagliato i finanziamenti alle trivellazioni di petrolio e gas in Artico – Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Wells Fargo e Citigroup – e a una dozzina di banche internazionali.

 

 

 

 

Fra le grandi banche statunitensi finanziatrici dell’industria del fossile punta ancora sull’Artico solamente la Bank of America, accompagnata purtroppo dall’amministrazione Trump e dallo stato dell’Alaska, che vorrebbe permettere lo sfruttamento dell’Arctic National Wildlife Refuge nonostante l’opposizione di Democratici e attivisti.

petrolio artico
Arctic National Wildlife Refuge. Fonte: environmentamerica.org

Morgan Stanley ha anche deciso di smettere di finanziare centrali a carbone nuove o da potenziare che non dispongano di impianti di cattura del carbonio e nuove miniere di carbone ad uso termico (produzione di elettricità e calore). Lo stesso per le compagnie che gestiscano miniere di carbone e non abbiano “una strategia di diversificazione da porre in atto in tempi ragionevoli”. Viene però permesso il finanziamento del fracking, dell’estrazione in acque profonde e dello sfruttamento delle sabbie bituminose.

Perché trivellare l’Artico non è una buona idea

La trivellazione in Artico presenta diversi problemi che non siamo ancora in grado di affrontare:

  • In caso di sversamenti accidentali in mare, la gestione dell’emergenza in Artico sarebbe ben più complessa che in altre regioni dove questo tipo di disastri sono già accaduti, come nel Golfo del Messico.
    • Sarebbe particolarmente complicato anche solo far sì che i mezzi necessari ad affrontare l’emergenza raggiungano il luogo considerato, date la lontananza dai canali di trasporto e le caratteristiche impervie dell’ambiente artico.
    • Non esistono studi scientifici che descrivano la dispersione del petrolio in presenza di ghiaccio marino. Sarebbe inoltre impossibile fermarne lo spostamento al di sotto dei ghiacci: non si conoscono metodi per farlo e la navigazione stessa sarebbe assai difficoltosa.
    • Il clima del Golfo del Messico fa sì che ivi esistano popolazioni di batteri in grado di pulire le acque. Nei mari freddi e bui dell’Artico, invece, il greggio riversato resterebbe nella sua forma originale molto più a lungo.
sfruttamento artico
Sversamento di greggio da parte della petroliera Exxon Valdez sulle coste dell’Alaska, 1989
  • Nei processi di estrazione del petrolio viene spesso liberato anche gas naturale. Questo viene in genere raccolto ed utilizzato. In Artico non esistono però impianti in grado di liquefarlo (per il trasporto navale) o di trasportarlo in forma gassosa (gasdotti): il metano verrebbe probabilmente bruciato sul posto, così da evitare che questo potente gas serra venga rilasciato direttamente in atmosfera, ma anche producendo sostanze altamente inquinanti e climalteranti come il black carbon. Queste particelle nere, depositandosi, andrebbero ad accelerare la fusione del ghiaccio, in quanto, dato il loro colore, assorbono il calore solare più efficacemente della superficie ghiacciata.
  • Le specie indigene sarebbero ampiamente danneggiate non solo da possibili perdite di greggio, ma anche dalle attività di esplorazione ed estrazione stesse. Il rumore sottomarino da queste provocato, ad esempio, metterebbe in difficoltà le comunicazioni, la riproduzione e l’alimentazione delle balene, specie fondamentali per la salute degli oceani.
  • L’Artico è la regione più sensibile al cambiamento climatico: si sta scaldando più velocemente del resto del pianeta. Questo fragile ambiente avrebbe molte difficoltà ad adattarsi ad ogni alterazione locale, che potrebbe invece, più facilmente, essere amplificata.

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Il cambiamento climatico sta “spostando” i cicloni tropicali https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/cambiamenti-climatico-cicloni-tropicali/ Thu, 07 May 2020 09:14:57 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52162 cambiamento climatico cicloniIl cambiamento climatico sta cambiando la distribuzione geografica dei cicloni tropicali, uragani e tifoni. Sebbene il numero dei cicloni che si formano ogni anno sia rimasto stabile negli ultimi 40 anni, secondo uno studio le zone in cui essi si formano sono cambiate. Lo studio condotto dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e pubblicato …

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Il cambiamento climatico sta cambiando la distribuzione geografica dei cicloni tropicali, uragani e tifoni. Sebbene il numero dei cicloni che si formano ogni anno sia rimasto stabile negli ultimi 40 anni, secondo uno studio le zone in cui essi si formano sono cambiate. Lo studio condotto dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences arricchisce tutta la letteratura scientifica che da tempo sta cercando di analizzare il complesso legame tra cambiamenti climatici e la formazione dei cicloni, tra i più potenti e distruttivi fenomeni meteorologici della Terra.

Cambiamento climatico,  ecco dove si sono “spostati” i cicloni negli ultimi 38 anni

Secondo lo studio il cambiamento climatico ha influenzato la formazione dei cicloni tropicali più che altro nella loro distribuzione geografica. In numero complessivo annuale è rimasto stabile, ma tra il 1980 e il 2018 i cicloni tropicali, hanno interessato sempre più frequentemente il Nord Atlantico, il Mar Arabico, il Golfo del Bengala e il settore centrale dell’Oceano Pacifico settentrionale. Allo stesso tempo, però, se ne sono formati meno sul Pacifico occidentale, sul Pacifico più orientale, a largo delle coste del Messico, e sull’Oceano Indiano meridionale.

Com’è cambiata la distribuzione geografica dei cicloni tropicali. Fonte: Detected climatic change in global distribution of tropical cyclones. Proceedings of the National Academy of Sciences.

«Per la prima volta abbiamo dimostrato che questo cambio della distribuzione geografica dei cicloni non può essere attribuito solamente alle variabili naturali», spiega Hiroyuki Murakami, autore dello studio e ricercatore presso la NOAA.

Queste variazioni geografiche, secondo lo studio, dipendono da tre fattori: i gas serra, gli aerosol e le eruzioni vulcaniche. I gas serra riscaldano l’atmosfera e gli oceani. L’inquinamento atmosferico, il particolato e altri aerosol, aiutano il processo di formazione delle nuvole, capaci di riflettere la luce del sole e abbassare le temperature superficiali degli oceani. Un calo dell’inquinamento atmosferico, al contrario, fa aumentare la temperatura degli oceani, ingrediente principale per la formazione dei cicloni tropicali.

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Oceani caldi ed eventi estremi: un legame strettissimo

Secondo lo studio la diminuzione di aerosol derivanti da attività umane è uno dei motivi dietro all’aumento del numero di cicloni tropicali sul Nord Atlantico negli ultimi 40 anni. Ma, entro la fine del secolo, questa tendenza potrebbe ribaltarsi e il numero di cicloni sul Nord Atlantico potrebbe diminuire per effetto dei gas serra.

Anche le eruzioni vulcaniche contribuiscono a modificare la distribuzione globale dei cicloni tropicali. Le eruzioni del vulcano El Chichón in Messico nell’82 e di Pinatubo nelle Filippine nel ’91 hanno favorito un raffreddamento dell’emisfero settentrionale e lo slittamento più a sud dell’attività dei cicloni per un paio di anni. Dal 2000, però, l’attività nell’emisfero settentrionale si è ripristinata ed è aumentata.

Ma cosa succederà in futuro?

In futuro il numero complessivo di cicloni tropicali potrebbe quindi diminuire per effetto dei gas serra. Entro la fine del 21esimo secolo il numero di cicloni annuali dovrebbe diminuire ad una media di 69 all’anno, da una media di 86 all’anno negli ultimi 40 anni. Le proiezioni a lungo termine quindi indicano che il numero di cicloni dovrebbe diminuire quasi su tutti gli oceani, esclusa la zona del Pacifico attorno alle Hawaii.

Questo perché il riscaldamento dell’alta atmosfera e degli oceani dovrebbe favorire una maggiore stabilità atmosferica, ma con un rovescio della medaglia: secondo gli esperti, infatti, i cicloni potrebbero infatti diventare mediamente più intensi e distruttivi.

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In Minnesota si stimolano le foreste a migrare per contrastare i cambiamenti climatici https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/in-minnesota-si-stimolano-le-foreste-a-migrare-per-contrastare-i-cambiamenti-climatici/ Wed, 06 May 2020 16:54:58 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52150 In Minnesota è stato condotto un esperimento forestale volto all’aiutare certe specie a migrare in nuovi territori considerati più adatti alla loro sopravvivenza. La partenza del progetto risale a 6 anni fa quando 275000 alberi giovani sono stati trapiantati nella contea di Itasca che si trova vicino alle sorgenti del fiume Mississippi, all’interno della Chippewa …

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In Minnesota è stato condotto un esperimento forestale volto all’aiutare certe specie a migrare in nuovi territori considerati più adatti alla loro sopravvivenza. La partenza del progetto risale a 6 anni fa quando 275000 alberi giovani sono stati trapiantati nella contea di Itasca che si trova vicino alle sorgenti del fiume Mississippi, all’interno della Chippewa National Forest, da altre zone degli Stati Uniti. Finanziato dal governo americano, è uno dei più grandi progetti sperimentali di questo tipo al mondo. Lo stato del Minnesota un tempo poteva vantare una foresta di 13000 km² che nel corso degli anni è stata scalzata da città, campi e industrie. È stato stimato che causa dei cambiamenti climatici le temperature medie annuali in 7 delle contee siano aumentate di 2 gradi dalla fine dell’Ottocento, il doppio della media mondiale. Se questo trend non si ferma, secondo gli scienziati nel 2100 dove ora ci sono foreste potrebbero crescere solo praterie; numerose specie di piante e animali scomparirebbero. Trasformazioni negative sono in atto: in alcune zone delle foreste del Minnesota gli alberi adulti sono in buono stato ma quelli giovani non sono in crescita come in passato. Sul Washington Post Brian Palik, ecologo e ricercatore del Servizio forestale del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, ha dichiarato che è utile trovare un modo per permettere di avere delle foreste anche in futuro, nonostante l’approccio di questi esperimenti sia controverso perché in passato si sono fatti dei danni portando specie da un territorio a un altro in cui non erano presenti. “Potrebbero essere foreste diverse da quelle che conosciamo. Mi piace dire che anche se non saranno le foreste dei nostri nonni, saranno quelle dei nostri nipoti”.

Foto di Yinan Chen da Pixabay

Proprio come gli animali, anche le piante migrano quando le condizioni climatiche cambiano, grazie a insetti e uccelli che permettono loro di impollinarsi e diffondere i propri semi. Non si tratta di un processo rapidissimo ma i cambiamenti climatici in passato avvenivano nell’arco di migliaia di anni e le successive generazioni di alberi erano in grado di spostare il loro territorio da zone più calde a zone più fredde, o da zone più aride a zone più umide, e viceversa. L’attuale cambiamento climatico, essendo causato dalle attività umane, è molto più rapido e non è detto che gli alberi riescano a stare al passo, soprattutto perché devono fare i conti con strade, parcheggi e campi agricoli che migliaia di anni fa non erano presenti.

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Rilevate concentrazioni record di CO2, mai così alte dal 1958 https://www.iconaclima.it/salute-del-pianeta/atmosfera/rilevate-concentrazioni-record-di-co2-mai-cosi-alte-dal-1958/ Wed, 06 May 2020 13:34:13 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52141 co2 record mauna loaLe concentrazioni di CO2 non sono mai state così alte dal 1958. Il valore medio del mese di Aprile, rilevato dall’Osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii, è di 416.2 parti per milione. Si tratta di una concentrazione superiore allo stesso mese dell’anno scorso di 2.9 ppm e la più alta mensile mai registrata. Leggi anche: …

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Le concentrazioni di CO2 non sono mai state così alte dal 1958. Il valore medio del mese di Aprile, rilevato dall’Osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii, è di 416.2 parti per milione. Si tratta di una concentrazione superiore allo stesso mese dell’anno scorso di 2.9 ppm e la più alta mensile mai registrata.

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CO2, la soglia di 450 ppm più vicina di quanto previsto 
Coronavirus: dopo il crollo delle emissioni di CO2 si rischia l’effetto boomerang

Il picco più alto giornaliero è stato raggiunto ieri, 5 maggio 2020, con una concentrazione di 418.12 ppm.

A maggio le concentrazioni dovrebbero raggiungere il picco stagionale, per poi calare per la capacità di assorbimento della vegetazione, che nell’emisfero Nord rinverdisce proprio in questo periodo dell’anno.

L’anidride carbonica in atmosfera continua a salire e a ritmi impressionanti. Tra il 1960-1970 la CO2 è aumentata in media di 0.8 ppm all’anno, nel primo decennio del 21esimo secolo è aumentata di quasi 2 ppm ogni anno e negli ultimi 10 anni di 2.40 ppm ogni anno.

 

 

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Cambiamenti climatici, alcune zone potrebbero diventare troppo calde per la vita umana: a rischio miliardi di persone https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/cambiamenti-climatici-caldo-vita-umana/ Wed, 06 May 2020 13:17:53 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52131 clima cambiamenti climatici meteo estremo siccitàA causa dei cambiamenti climatici in atto, alcune zone del pianeta che oggi sono densamente popolate potrebbero diventare presto troppo calde per la vita umana. La notizia arriva da un nuovo studio che recentemente è stato pubblicato sulla Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), l’organo ufficiale della National Academy of Sciences statunitense. Lo …

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A causa dei cambiamenti climatici in atto, alcune zone del pianeta che oggi sono densamente popolate potrebbero diventare presto troppo calde per la vita umana. La notizia arriva da un nuovo studio che recentemente è stato pubblicato sulla Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), l’organo ufficiale della National Academy of Sciences statunitense.

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Crisi Coronavirus, le proposte di Legambiente per una ripresa green https://www.iconaclima.it/economia-e-finanza/crisi-coronavirus-ripresa-green/ Wed, 06 May 2020 08:51:53 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52119 crisi economica coronavirus milano sostenibilità bicicilettaIl dramma del Coronavirus ci sta scagliando in una crisi economica che si profila di portata storica e secondo il Financial Times sarà la più grave dai tempi della Grande Repressione del 1929. Una preoccupazione condivisa dalla direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, secondo cui quella provocata dal Coronavirus sarà «peggio della crisi finanziaria» …

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Il dramma del Coronavirus ci sta scagliando in una crisi economica che si profila di portata storica e secondo il Financial Times sarà la più grave dai tempi della Grande Repressione del 1929. Una preoccupazione condivisa dalla direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, secondo cui quella provocata dal Coronavirus sarà «peggio della crisi finanziaria» del 2008.

Se quella del Coronavirus è certamente una tragedia senza precedenti sotto una molteplicità di aspetti, la crisi rappresenta anche una drammatica occasione da non sprecare. Lo evidenzia Legambiente, che ha lanciato un pacchetto di 33 proposte e lo ha sottoposto al governo.

L’economia circolare può diventare il motore del rilancio dei territori

Legambiente

Le proposte lanciate da Legambiente, condivise da imprese e associazioni del terzo settore, riguardano tre campi di intervento: la semplificazione delle procedure, gli interventi per rilanciare l’economia con fondi europei e lo sblocco di risorse e provvedimenti ministeriali che attualmente sono in stallo.

«La Fase 2 è un’occasione che l’Italia non deve sprecare – sottolinea l’Ong -. Si può rilanciare l’economia e aiutare famiglie e imprese puntando su semplificazioni e interventi rapidi».

Innegabili i vantaggi economici di politiche che, per uscire dalla crisi provocata dal Coronavirus, puntino sulla sostenibilità. «L’economia circolare può diventare il motore del rilancio dei territori – evidenzia Legambiente -: a livello europeo viene stimato al 2030 un beneficio economico dall’adozione di una maggiore spinta in questa direzione pari a 1.800 miliardi di euro annui, favorendo una crescita del Pil fino al 7%». Progettazione di qualità e veri controlli ambientali, prosegue l’Ong, permetterebbero inoltre di «cancellare le tante procedure di infrazione europee aperte contro il nostro Paese (in questo momento sono 19 quelle ambientali) che ci hanno costretto in questi anni a pagare oltre 500 milioni di euro di multe per inquinamento e ritardi che, oltretutto, scontano i cittadini».

crisi coronavirus Milano pista ciclabile sostenibilità ripresa
Fase 2: a Milano sono iniziati i lavori della pista ciclabile da piazza San Babila a Sesto San Giovanni. Foto Ansa/Matteo Corner

Tra le parole d’ordine, anche la semplificazione. Secondo Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, «l’Italia ha quanto mai bisogno di semplificare procedure troppo complesse e poco trasparenti». Tra gli interventi più urgenti da sbloccare, l’Ong evidenzia l’importanza ci «portare in tutti i Comuni la banda larga e le ricariche delle auto elettriche, di avere scuole sicure e case dove si riducono le bollette energetiche, di sbloccare gli impianti da rinnovabili, di togliere le barriere non tecnologiche che oggi rallentano l’economia circolare, le bonifiche dei siti inquinati e la rigenerazione urbana».
Si tratta di interventi che possono partire nel giro di pochi mesi e, come sottolinea Legambiente, «produrre risultati immediati e a supporto di coloro che più stanno soffrendo l’impatto della crisi».

Per uscire dalla crisi generata dal Coronavirus, sarà importante «mettere al centro il ruolo dei Comuni», afferma Legambiente. Occorre aprire cantieri in ogni parte d’Italia «offrendo supporto nella progettazione e nella gestione degli appalti per rendere possibili interventi che sono di interesse generale, che producono vantaggi immediati per le persone (come l’acquisto di metro e tram, la realizzazione di piste ciclabili e corsie preferenziali, gli interventi di messa in sicurezza del territorio e di piantumazione di alberi, l’implementazione della rete fognaria, il recupero degli edifici di edilizia popolare) e l’ambiente, riducendo le disuguaglianze e affrontando anche il tema sempre più rilevante della povertà energetica».

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Clima, Aprile è stato eccezionalmente caldo in tutto il mondo: i dati https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/clima-aprile-caldo/ Tue, 05 May 2020 09:47:08 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52094 clima aprile caldoI dati sul clima di aprile 2020 confermano, ancora una volta, il trend a un generale aumento delle temperature: a livello globale, infatti, la temperatura del mese scorso ha raggiunto quella dell’aprile più caldo mai registrato, quello del 2016. I dati arrivano dall’ultimo bollettino pubblicato da Copernicus. In particolare, specificano gli scienziati, nell’aprile del 2020 il …

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I dati sul clima di aprile 2020 confermano, ancora una volta, il trend a un generale aumento delle temperature: a livello globale, infatti, la temperatura del mese scorso ha raggiunto quella dell’aprile più caldo mai registrato, quello del 2016.

I dati arrivano dall’ultimo bollettino pubblicato da Copernicus. In particolare, specificano gli scienziati, nell’aprile del 2020 il clima è stato caldo soprattutto sull’area settentrionale e centrale del continente euro-asiatico, e su parti di Antartide e Groenlandia. Le temperature sono state ben al di sopra della media in numerosi paesi dell’Europa occidentali, inferiori invece nel nord-est del Vecchio continente.

Aprile 2020, il clima in Europa

Nel mese scorso le temperature sono state ben al di sopra della media in diversi Paesi dell’Europa occidentale, rileva Copernicus. Per esempio, MeteoSvizzera ha riferito che nel Paese ci sono stati 3 gradi in più rispetto alla media 1991-2020 e quasi 5 gradi in più rispetto a quella del periodo 1871-1900. In Svizzera, quello di quest’anno è stato il secondo aprile più caldo di sempre. Anche da Météo-France arrivano notizie preoccupanti: i cugini d’Oltralpe hanno vissuto il terzo aprile più caldo mai registrato.

Come sono andate le cose in Italia? L’analisi del meteorologo Simone Abelli

Altrove, in Europa, le temperature sono state meno estreme e in qualche caso addirittura al di sotto della media. È successo nell’est del Continente, dove in netto contrasto rispetto alla maggior parte del Pianeta il clima nel mese di aprile è stato più freddo del solito.

clima aprile
Credit: Copernicus Climate Change Service/ECMWF

 

Aprile 2020, il clima nel Mondo

A livello globale l’ultimo mese di aprile è stato uno dei due più caldi che siano mai registrati. In particolare, le temperature sono state al di sopra della media 1821-2010 di 0,70 gradi. Il mese di aprile più caldo di sempre, quello del 2016, ha fatto osservare temperature superiori di un insignificante 0,01°C.

Al di fuori dell’Europa, le temperature sono state al di sopra della media in gran parte della Siberia, dell’Alaska, della Groenlandia e dell’Antartide. Nel mese di aprile il clima è stato eccezionalmente caldo anche in Messico, in parte dell’Africa centrale e nord-occidentale e nell’Australia occidentale.

Ha fatto caldo anche sul mare: in generale, le temperature dell’aria sulla superficie marina sono state superiori alla media del periodo 1981-2010, con anomalie marcate soprattutto in alcune zone dell’Oceano Pacifico nord-orientale e sud-orientale.

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L’ultima Superluna del 2020 prepara il suo spettacolo https://www.iconaclima.it/scienza/lultima-superluna-del-2020-prepara-il-suo-spettacolo/ Mon, 04 May 2020 15:17:20 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52075 L’ultima Superluna del 2020 prepara il suo spettacoloL’ultima Superluna del 2020 prepara il suo spettacolo. L’appuntamento è per giovedì 7 maggio. I cieli italiani si preannunciano per lo più sereni, grazie alla decisa espansione dell’alta pressione. Quindi la meraviglia è assicurata. La luna si troverà a 366.824 km di distanza dalla Terra. Lo spettacolo sarà quindi meno appariscente rispetto all’ultima Superluna. Evento …

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L’ultima Superluna del 2020 prepara il suo spettacolo. L’appuntamento è per giovedì 7 maggio. I cieli italiani si preannunciano per lo più sereni, grazie alla decisa espansione dell’alta pressione. Quindi la meraviglia è assicurata. La luna si troverà a 366.824 km di distanza dalla Terra. Lo spettacolo sarà quindi meno appariscente rispetto all’ultima Superluna. Evento che si era verificato il 7 aprile scorso. Momento in cui il nostro satellite era ancora più vicino. Per la precisione, rispetto alla distanza che ci separerà giovedì, era 3.000 km più vicino. Per la precisione, giovedì prossimo, alle nostre 12:45, la Luna si troverà a 361.184 km di distanza dalla Terra, contro una media di 384.400 km. Giovedì, peraltro, il momento di massimo splendore sarà proprio all’ora di pranzo. Cosa che renderà, ovviamente, alquando difficoltoso l’avvistamento. Già in serata, comunque, quest’ultima Superluna del 2020 ci regalerà una visione stupenda. Per avere un altro spettacolo simile, dovremo attendere il 27 aprile del 2021.

L’ultima Superluna del 2020 prepara il suo spettacolo. Ma ci attendono anche altre meraviglie nel cielo

Questo mese di maggio ci offrirà comunque altre meraviglie. Le congiunzioni Luna-Saturno, per esempio. E poi le congiunzioni Luna-Giove. Transiterà poi la Cometa Atlas, le meteore Eta Aquaridi. E anche la Stazione Spaziale Intenzionale e i satelliti Starlink e le meteore Eta Aquaridi. In particolare, per la congiunzione Luna – Giove l’appuntamento è per il 12 maggio. La notte seguente sarà la volta di Luna-Saturno. All’alba del 15 maggio avremo Luna-Marte. Il 22 maggio, quindi, potremo vedere al tramonto Venere e Mercurio che tramontano insieme, a Nord-Ovest, nella costellazione del Toro. Da segnarsi in agenda il tramonto del 24 maggio, quando Luna, Mercurio e Venere si trovereanno tutti nella costellazione del Toro. Intanto prepariamoci alla Superluna del 7 maggio. La “Luna dei Fiori”, come viene chiamata dai nativi americani. Questo nome, alquanto suggestivo, deriva dal fatto che il mese di maggio abbonda di splendide fioriture. Si tratta di una denominzione data in particolare dalla tribù degli Algonchini, che abitavano gli attuali Usa di nord-est. Prepariamoci allo spettacolo. La Luna ci sembrerà davvero vicinissima.

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Report Tornado in Italia dal 2014 al 2019: quali sono le aree più colpite? https://www.iconaclima.it/italia/report-tornado-in-italia-dal-2014-al-2019-quali-sono-le-aree-piu-colpite/ Mon, 04 May 2020 11:27:31 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52068 Rete Meteo Amatori e Tornado in Italia hanno realizzato il “Report Tornado in Italia“, prendendo in considerazione l’arco temporale che va dal 2014 al 2019. Il tornado è una colonna d’aria in forte rotazione – sottolinea lo studio -, a contatto col terreno, dal diametro che varia da qualche metro a qualche chilometro. Possono essere …

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Rete Meteo Amatori e Tornado in Italia hanno realizzato il “Report Tornado in Italia“, prendendo in considerazione l’arco temporale che va dal 2014 al 2019. Il tornado è una colonna d’aria in forte rotazione – sottolinea lo studio -, a contatto col terreno, dal diametro che varia da qualche metro a qualche chilometro.

Possono essere tornado di natura mesociclonica – solitamente più intensi e originati sotto al mesociclone di una supercella – e non mesociclonica (landspout); quest’ultimo si forma a partire da un qualunque cumulonembo o cumulo congesto. Ognuno di questi viene valutato sulla base della scala Fujita (F), utilizzata anche all’interno del lavoro in questione.

Crediti: Rete Meteo Amatori

I tornado dal 2014 al 2019: i dati

Gli eventi presi in considerazione sono in tutto 197, così suddivisi: 2014 (38), 2015 (21), 2016 (30), 2017 (20), 2018 (52), 2019 (36). Dei tornado registrati, solo 47 (24% del totale), sono di origine mesociclonica. Di questi, 15 (8%) hanno raggiunto o superato il grado F2 della scala Fujita (vale a dire venti superiori ai 180 km/h). L’unico evento che ha superato il grado F2, è stato il tornado ef3 di Dolo verificatosi l’8 luglio 2015. Dei restanti tornado, vale a dire quelli di natura non mesociclonica, 88 sono trombe marine che hanno toccato la costa: una buona parte, circa il 95%, si dissolve in poco tempo.

Distribuzione dei tornado: Puglia in testa 

Qual è la distribuzione geografica dei tornado presi in analisi? La mappa che segue rappresenta appunto la densità di tornado, di tutti i tipi, sul suolo italiano. Innanzitutto si può notare come la Pianura Padana sia un bacino di formazione dei tornado, spesso mesociclonici e quindi abbastanza intensi. Questi ultimi aumentano andando verso est, dove la zona più colpita è il Veneto. La Puglia è la regione con la più alta densità di tornado, spesso anche mesociclonici e quindi intensi.

Lungo la fascia Ligure e Tirrenica vi è una concentrazione di trombe marine che raggiungono la costa, con un picco nell’area di Genova. Anche in Calabria, in particolare lungo la fascia tirrenica, si può notare una discreta densità di trombe marine che toccano la costa mentre nella zona nord-est della costa ionica si rileva una discreta presenza di tornado mesociclonici. Lungo la fascia Adriatica, invece, la densità di tornado è abbastanza bassa, praticamente nulla nella zona centrale.

Crediti: Rete Meteo Amatori

Distribuzione temporale: quando si verifica il picco?

Crediti: Rete Meteo Amatori

L’andamento mensile dei tornado evidenzia una bassa densità nei mesi invernali e un aumento in primavera, con picco tra l’estate e l’autunno. Il numero di tornado, tra luglio e novembre, si mantiene abbastanza stabile.

Il 47% dei tornado mesociclonici registrati, è avvenuto tra ottobre e novembre. Di questi 22 eventi, 20 sono arrivati direttamente dal mare o formatisi a poca distanza (meno di 20 km).

La distribuzione dei tornado nelle diverse regioni d’Italia, dal 2014 al 2019, è così suddivisa:

        • Puglia 29
        • Liguria – Veneto 22
        • Campania – Lazio – Sicilia 16,
        • Calabria 15,
        • Toscana 14,
        • Lombardia – Friuli Venezia Giulia 10,
        • Emilia Romagna 9,
        • Piemonte – Sardegna 5,
        • Marche – Basilicata 3,
        • Abruzzo – Molise 1 ,
        • Val d’Aosta – Trentino – Umbria  0

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Siccità, ad Aprile è mancato un terzo della pioggia: pesanti le anomalie al Nord e in Sicilia https://www.iconaclima.it/italia/clima/siccita-ad-aprile-e-mancato-un-terzo-della-pioggia-pesanti-le-anomalie-al-nord-e-in-sicilia/ Mon, 04 May 2020 09:10:12 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52002 siccità italia aprileIl mese di aprile in Italia è stato complessivamente più caldo e siccitoso del normale. Il mese si è chiuso con una anomalia di +0,9°C a livello nazionale e un deficit di piogge del -31%, ma con una distribuzione territoriale non omogenea: la pioggia è mancata soprattutto in Sicilia e al Nord, mentre ne è …

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Il mese di aprile in Italia è stato complessivamente più caldo e siccitoso del normale. Il mese si è chiuso con una anomalia di +0,9°C a livello nazionale e un deficit di piogge del -31%, ma con una distribuzione territoriale non omogenea: la pioggia è mancata soprattutto in Sicilia e al Nord, mentre ne è caduta molto più del normale in Sardegna.

aprile siccità
Anomalia precipitazioni Aprile 2020

Temperature oltre la norma, specie nei valori massimi

L’anomalia termica di aprile è pari a +0.9°C, dovuta in gran parte agli elevati scarti al Nord (+1.4°C) e in Sardegna (+1.8°C). Pur essendo valori notevoli, a cui oramai ci siamo abituati, non risultano particolarmente rilevanti nell’ambito delle relative serie storiche che in effetti contemplano un buon numero di mesi di aprile molto più miti. In realtà, come nei mesi passati, le anomalie positive sono ancora una volta dovute ai valori decisamente fuori norma delle temperature massime. Considerando, infatti, questo parametro, il mese di aprile risale la classifica raggiungendo il 6° posto a livello nazionale con un’anomalia delle massime di +1.6°C e addirittura il 4° posto per quel che riguarda le regioni settentrionali dove lo scarto delle massime è stato di +2.4°C.

Piogge scarse al Centro-Nord e Sicilia, mentre la Sardegna segna quasi un +50%

Per quanto riguarda le precipitazioni, il deficit complessivo ammonta a -31% rispetto alla media, ossia quasi un terzo di pioggia in meno del normale, ma con una distribuzione non omogenea sul territorio. Questo dato, infatti, è il risultato dei valori inferiori alla norma al Nord (con circa metà delle precipitazioni in meno), al Centro (con più di un terzo delle precipitazioni in meno) e in Sicilia (con tre quarti delle piogge in meno), combinati con i valori sopra la media al Sud (+18%) e in Sardegna (+48%). Anche in questo caso, pur rappresentando una conferma della tendenza verso mesi di aprile sempre più siccitosi, per l’Italia intera non si tratta di un dato di particolare rilievo nell’ambito della serie storica, mentre, ancora una volta, per il Nord lo scarto di -47% rappresenta il 6° deficit più ampio.

Da inizio anno poca pioggia e temperature decisamente elevate

La stagione primaverile ancora in corso si sta comportando nella stessa maniera, ma con anomalie più contenute: +0.6°C per quanto riguarda le temperature medie (anomalie più o meno marcate, ma ovunque positive), -5% per le precipitazioni (combinazione dei valori sotto la media al Centro-Nord e quelli sopra la media al Sud e Isole).
Infine, da inizio anno, i dati si confermano molto più netti con un’anomalia termica decisamente elevata (+1.3°C) e un deficit pluviometrico pari a -34%, diffuso quasi uniformemente in tutto il territorio.

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Nasce IconaMeteo: il nuovo sistema multimediale delle previsioni del tempo https://www.iconaclima.it/meteo/nasce-iconameteo-il-nuovo-sistema-multimediale-delle-previsioni-del-tempo/ Mon, 04 May 2020 08:53:23 +0000 https://www.iconaclima.it/?p=52060 Nasce IconaMeteo, il nuovo sistema multimediale delle previsioni del tempo. I punti di forza IconaMeteo vedrà il lavoro congiunto di meteorologi certificati, modellisti fisico-matematici e di una redazione composta da professionisti della comunicazione. IconaMeteo agirà sotto testata giornalistica. IconaMeteo sarà un sistema multimediale composto da un sito web full-responsive, da App per Android e iOS …

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Nasce IconaMeteo, il nuovo sistema multimediale delle previsioni del tempo.

I punti di forza

IconaMeteo vedrà il lavoro congiunto di meteorologi certificati, modellisti fisico-matematici e di una redazione composta da professionisti della comunicazione. IconaMeteo agirà sotto testata giornalistica.
IconaMeteo sarà un sistema multimediale composto da un sito web full-responsive, da App per Android e iOS (smartphone e tablet).
Asse portante del sistema saranno le previsioni grafiche interattive fino a 7 giorni sull’Italia e sulle singole regioni italiane con icone animate e le previsioni puntuali fino a 7 giorni per tutti i comuni italiani, le località turistiche e le principali città al mondo, con icone animate.
Vasta la sezione di notizie dall’Italia e dal mondo con la cronaca meteo completa e affidabile, non una cronaca basata su sensazionalismi ma solo su dati attendibili e selezionati con un accurato fact checking, per essere uno strumento utile soprattutto in caso di criticità durante gli eventi estremi.

Nubifragi temporale maltempo
Foto ANSA

Per aiutare gli utenti a comprendere meglio le complicate dinamiche dei fenomeni atmosferici, sarà sempre presente una ricca sezione video educativa (“meteorologia spiegata bene”) per fornire le chiavi di comprensione dei fenomeni meteorologici e delle loro implicazioni. In aggiunta, per una visione a 360°, non mancherà una sezione video con le principali animazioni dei modelli e delle ultime immagini satellitari. Strumento utile per avere sotto controllo la situazione live sarà il radar meteo in tempo reale su regioni italiane, Italia, Europa con animazione interattiva a step di 10 minuti, oltre alle mappe in tempo Reale su Italia e singole regioni con la rappresentazione di precipitazioni, fulmini, temperature, venti e umidità. Lo speciale neve fornirà puntualmente i dati delle stazioni sciistiche di tutta Italia.

Serve una nuova voce in un settore che sembra ormai saturo?

Da anni nel nostro Paese riscontriamo due grossi problemi:

1) In Italia la meteorologia non è regolamentata. Non esiste un codice deontologico che venga rispettato in questo ambito e negli ultimi anni abbiamo assistito al pericoloso espandersi di siti e App che veicolano una comunicazione meteorologica sensazionalistica, spesso falsa e volta più al clickbaiting che alla corretta informazione. La scienza meteorologica è stata sacrificata nel nome delle junk-news e il risultato è lo smarrimento da parte degli utenti in un corto circuito tra realtà ed esagerazioni mediatiche. Occorre che chi produce informazione si affidi a fonti meteo sicure e verificate, come si dovrebbe fare abitualmente nel lavoro giornalistico.

2) Gli utenti sono stati educati a trattare la meteorologia come un “soggetto unico” che veicola informazioni sul tempo che farà, dettagliate fino al minuto esatto in cui dovrà piovere o addirittura relative al quartiere dove si verificherà l’evento. Non solo. Cresce anche la richiesta di previsioni a lungo termine, anche oltre i 15-20 giorni, e, aspetto assai grave, manca la conoscenza basilare delle regole di auto-protezione in caso di eventi estremi, ormai sempre più frequenti, e quella relativa alla differenza tra i vari livelli di allerta emanati dalla Protezione Civile.

Occorre cercare di intervenire su questi aspetti anche perché viviamo in un Paese ad alto rischio idrogeologico con il 91,1% dei comuni italiani che sorge in un’area considerata a rischio (dati Ispra). La crisi climatica in atto ci impone serietà e rispetto per la scienza e non saranno “notizie” su incredibili sciabolate artiche o su ondate di caldo dai nomi infernali a permettere agli utenti di comprendere la portata degli effetti del riscaldamento globale. L’assuefazione alle notizie allarmistiche sta infatti generando un approccio scettico a temi veri come il riscaldamento globale o l’estremizzazione dei fenomeni meteo, con una sottovalutazione dei pericoli reali e una scarsa capacità di dare credito a vere allerta meteo o situazioni di emergenza.
Occorre dunque intervenire su due livelli: quello in carico all’informazione, offrendosi come fonte autorevole (una agenzia di stampa meteo che fornisce solo notizie verificate) e quello legato alla natura delle previsioni del tempo che non saranno mai oltre i 7 giorni, nel rispetto dell’affidabilità della previsione stessa e degli utenti.

Capire la meteorologia conoscendo il clima

IconaMeteo è l’appendice di una testata giornalistica registrata che, insieme alla piattaforma gemella IconaClima, ha reso Meteo Expert editore. IconaClima è uno strumento per comprendere al meglio e con dati sempre aggiornati la crisi climatica in atto. Tutto grazie ad analisi dettagliate sulla salute del Pianeta, ad approfondimenti sullo stato dei ghiacciai, dei mari e degli oceani, all’analisi dei dati climatici e dei bollettini emessi periodicamente dalla Noaa, dall’agenzia europea Copernicus e dalla Nasa, oltre alle statistiche mensili sull’andamento climatico in Italia e a report su eventi atmosferici estremi curati da meteorologi certificati. Non mancano infine approfondimenti su inquinamento, sostenibilità, settore energetico e risk management.
Informazione e meteorologia, una questione (anche) deontologica

IconaMeteo agirà sotto testata giornalistica e ciò sarà un’ importante garanzia per tutelare gli utenti. In Italia, come abbiamo già evidenziato, non esiste una regolamentazione nazionale nel settore della meteorologia. Le notizie saranno dunque diffuse anche nel rispetto del codice deontologico dei giornalisti così come recita l’articolo 2 della legge professionale 69/1963: “è obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Non è più tollerabile vedere la scienza meteorologica in balia della mala informazione e del sensazionalismo.

Una storia che parte da lontano

Meteo Expert è una struttura privata di ricerca applicata e di previsione in ambito meteorologico e climatologico. Nato come Centro Epson Meteo nel 1995, oggi rappresenta una delle realtà più accreditate d’Europa in questo campo e si avvale di meteorologi certificati e professionisti della comunicazione. Dalla fondazione di Meteo Expert a oggi abbiamo condotto numerose attività e sviluppato nuovi progetti di ricerca, in alcuni casi coinvolgendo in partnership i più prestigiosi istituti di ricerca italiani, come il CNR, il Politecnico di Milano e l’Università di Milano. I progetti di ricerca sono stati sviluppati principalmente in relazione all’analisi meteo-climatica, al confronto tra i modelli, alle simulazioni di lungo termine, alle situazioni di emergenza per fenomeni estremi e alla gestione delle acque in funzione delle condizioni osservate e previste dal punto di vista meteo

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