Recovery Plan e mobilità: ignorate le città e gli spostamenti brevi, ma il 75% dei cittadini compie tragitti inferiori ai 10 km

foto: IconaClima

Continua a far discutere il Recovery Plan proposto dal Governo Conte, e gli esperti fanno pressione sul neo premier Mario Draghi per delle modifiche.

Nella mattinata di mercoledì 17 febbraio, proprio mentre il nuovo capo del governo era impegnato in un lungo discorso in Senato in cui tra i diversi temi toccati è spiccata proprio l’importanza attribuita alla questione ambientale, online si è svolto uno degli appuntamenti di Mobilitars, simposio digitale progettato e organizzato da Bikenomist per presentare approcci, strumenti, soluzioni e tecniche per ricostruire città sane e resilienti.
Tra gli ospiti della mattinata – dedicata nello specifico ad approfondire quanto i cambiamenti climatici influenzino, e influenzeranno, la vita della città – c’era anche Anna Donati, esperta di tutela del territorio, mobilità sostenibile e infrastrutture di trasporto. Portavoce dell’Alleanza Mobilità Dolce (Amodo), tra le altre cose è stata per diversi anni Responsabile nazionale dei trasporti del WWF Italia e nel 2001 è stata eletta al Senato della Repubblica, dove si è impegnata su tematiche relative ai trasporti collettivi e alla mobilità sostenibile.

Nella cornice di Mobilitars, la dottoressa Donati ha focalizzato il suo intervento soprattutto sul Recovery Plan, che con lo stanziamento di 209 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti, di cui almeno il 37% deve essere dedicato agli investimenti green, rappresenta un’opportunità reale di svolta per la mobilità italiana. Tuttavia, avverte Donati, il Recovery Plan così come è stato presentato dal precedente Esecutivo non attribuisce la priorità necessaria alla città e alla mobilità urbana, tematiche che in realtà dovrebbero essere centrali. Secondo i dati presentati dall’esperta, infatti, la stragrande maggioranza degli spostamenti avviene su distanze brevi: il 75,1% delle persone compie tragitti inferiori ai 10 km che nel negli spostamenti urbani richiedono 15 minuti o meno nel 59,6 per cento dei casi.

Spostamenti brevi e veloci, insomma, che tuttavia inquinano molto: come illustra Donati circa il 70% della CO2 emessa dal trasporto dei passeggeri è prodotta in ambito locale, e il 22% deriva proprio da spostamenti inferiori ai 10 km.

Anche per quanto riguarda gli investimenti ferroviari vengono privilegiate le grandi opere e le reti di lunga distanza, ma le risorse per i nodi metropolitani e le ferrovie regionali sono limitate.
Tra le criticità rilevate da Donato ci sono anche anche la scarsità degli investimenti per il trasporto rapido di massa; il fatto che che si preveda la realizzazione di appena 1000 km di reti ciclabili urbane entro il 2026; l’assenza di misure per la pedonalità, la moderazione del traffico e la sicurezza in città; la scarsità di risorse destinate alla sicurezza delle strade; l’assenza dell’elettrificazione dei trasporti come obiettivo.

La priorità della mobilità urbana è stata ribadita anche da Piero Pelizzaro, Chief Resilience Officer presso il Comune di Milano, che ha parlato di come Palazzo Marino si stia muovendo in questo senso attraverso una serie di progetti, che vanno dall’incremento delle piste ciclabili alla concretizzazione della cosiddetta città in 15 minuti.

Come ha sottolineato Pelizzaro, il Comune di Milano sta ancora fronteggiando l’emergenza Covid, ma sta anche cogliendo l’opportunità per accelerare dei processi che si stavano già sviluppando per favorire il distanziamento fisico e l’utilizzo di alternative all’auto privata. Tra gli obiettivi del Comune anche quello di preparare la città ai cambiamenti climatici: «è tardi per pensare solo alla mitigazione – ha avvertito Pelizzaro -, urge un piano per l’adattamento».

L’incontro che si è svolto mercoledì è visibile integralmente qui:

Leggi anche:

Milano si prepara alla transizione ambientale: presentato ai cittadini il Piano Aria e Clima

Se il Covid-19 ridisegna le città: dopo lockdown e distanziamento il mondo cerca il “quartiere dei 15 minuti”

Recovery Plan, critica Legambiente: «più che un piano partecipato, è un piano delle partecipate»

Questo sito usa i cookie

Leggi e imposta le preferenze