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Coronavirus e stop dei voli, avrà effetti sul clima?

Il settore del trasporto aereo è uno dei più inquinanti al mondo e in questo momento sta attraversando una grave crisi. Può lo stop dell’aviazione mitigare il cambiamento climatico?

Il settore dell’aviazione contribuisce a circa il 2.4% delle emissioni globali di anidride carbonica, ma solamente una percentuale compresa fra il 5 e il 10% della popolazione mondiale vola ogni anno. Volare è forse l’azione più inquinante che possiamo intraprendere nelle nostre vite. L’emergenza sanitaria attuale sta generando una crisi dell’aviazione definita “like no other we have known” dal CEO di British Airways pochi giorni fa (13 Marzo 2020). Potrebbe essere questa l’occasione per ridurre l’impatto climatico del traffico aereo?

Quanto inquina l’aviazione

Ben il 2.4% delle emissioni globali di CO2 dovute all’utilizzo di combustibili fossili è prodotto dal trasporto aereo. A questo si devono aggiungere ulteriori fattori tra cui gli effetti di altri gas climalteranti e inquinanti emessi (come il vapore acqueo e gli NOx) e il contributo al riscaldamento climatico delle scie di condensazione e dei cirri (tipo di nubi alte), che si formano a causa del passaggio degli aerei. Considerando tutti i fattori sopra menzionati, il contributo totale del trasporto aereo al cambiamento climatico è stato quindi calcolato al 5%. A questo si dovrebbero ulteriormente sommare le emissioni legate alla produzione e dismissione degli aerei e alle operazioni a terra.

Quanto inquina un singolo volo

A questa percentuale non indifferente si aggiunge il fatto che solamente una piccola parte della popolazione mondiale beneficia di quello che può essere a buon diritto chiamato un lusso: anche in paesi ricchi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra solo la metà della popolazione vola in un anno e solamente il 12-15% utilizza abitualmente questo mezzo di trasporto. Nel 2017 almeno l‘80% della popolazione mondiale non aveva mai preso un volo. Questo significa che le emissioni per persona sono particolarmente elevate: un volo andata e ritorno fra Londra e San Francisco è equivalente a più della metà delle emissioni medie annuali di un cittadino britannico o più di due volte le emissioni prodotte da un’auto familiare in un anno. Le emissioni sono tre volte tanto per un posto in business, che corrisponde a una porzione di aereo maggiore.

Quanto inquinerà in futuro

Non solo, la ridotta percentuale di popolazione avente accesso all’aviazione significa anche che il settore ha ampia possibilità di espansione. Il numero di persone che utilizzano il trasporto aereo è in costante crescita. Crescita che sopravanza i miglioramenti apportati nel campo dell’efficienza della combustione: le emissioni del settore aumentano nonostante gli sforzi per ridurle. Sono aumentate del 32% dal 2013 al 2018 e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’aviazione civile (ICAO) prevede che triplicheranno entro il 2050. Considerando la crescita annuale prevista del numero di passeggeri del 5% (tra il 2015 e il 2018 ha sempre superato il 7%), le emissioni dell’aviazione fra il 2015 e il 2050 consumerebbero il 27% delle emissioni di CO2 consentite all’umanità per mantenere il riscaldamento globale a 1.5°C, il 7% per il limite di 2°C.

Cosa sta succedendo

In queste ore il settore del trasporto aereo è in piena crisi: le restrizioni imposte dagli stati agli spostamenti e la paura del contagio stanno drasticamente riducendo i passeggeri; le azioni delle compagnie aeree sono in caduta libera, con perdite superiori a quelle medie delle borse mondiali. Il 5 marzo, la International Air Transport Association ha previsto perdite per quest’anno pari a un quinto degli interi guadagni del settore dello scorso anno e questa stima deve essere ancora aggiornata alle restrizioni successive imposte, ad esempio, dagli Stati Uniti ai collegamenti con l’Europa (14 marzo) e all’interno dell’Europa stessa.

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Andamento azionario delle compagnie aeree, confronto con l’andamento medio del mercato. Fonte: The Economist

Flybe, la compagnia aerea regionale più grande d’Europa, è fallita il 5 marzo; molte compagnie, come la svedese SAS AB, stanno congedando temporaneamente la grande maggioranza del loro staff; altre stanno riducendo i propri voli: Lufthansa ha già tagliato metà dei voli per aprile e si prevede che la riduzione dovrà essere anche maggiore.

Le compagnie sperano che la crisi segua lo stesso andamento delle precedenti, dopo l’11 settembre 2001 o la crisi finanziaria del 2008, con una drastica riduzione della domanda per qualche mese, seguita da una ripresa della crescita. Tale ripresa si è infatti già verificata in Cina, dove il traffico aereo interno ha già superato il minimo di metà febbraio.

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Andamento dei ricavi del settore del trasporto aereo. Fonte: The Economist

Tuttavia, tale ripresa sarà tanto più difficile tanto più a lungo si protrarrà la crisi. Il boss di una delle maggiori compagnie di noleggio degli aeroplani (il noleggio copre ormai il 50% delle flotte mondiali) ha dichiarato di aver ricevuto richieste di contenimento degli affitti anche da compagnie apparentemente solide. Questo indica che le preoccupazioni per il futuro non mancano anche fra esse.

Cosa può significare per il clima

Come proseguirà la crisi e se proseguirà a lungo dipende anche dagli effetti su comportamenti e attitudini. Le grandi aziende ad esempio potrebbero rendersi conto di poter ridurre i costi legati ai viaggi di lavoro dei manager; l’opinione pubblica potrebbe ripensare i vantaggi e gli svantaggi dei collegamenti transcontinentali, con una conseguente riduzione della domanda. La crescita dei movimenti a favore della riduzione del traffico aereo per il contenimento delle emissioni (vedi Greta e il suo viaggio in barca a vela) potrebbe anche fare la sua parte.

Purtroppo però è necessario considerare che la crisi toglierà risorse ai tentativi di riduzione delle emissioni, diminuendo ad esempio gli investimenti in modelli di veicoli a minore impatto. Non resta che sperare in una diminuzione dell’utilizzo del trasporto aereo, tale da determinare una riduzione netta delle emissioni, nonostante i minori investimenti in tecnologie pulite.

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Elisa Terenghi

Nata a Monza nel 1994, mi sono laureata in Fisica del Sistema Terra presso l’Università di Bologna nel marzo 2019, conseguendo anche l’Attestato di formazione di base di Meteorologo del WMO. Durante la tesi magistrale e un successivo periodo come ricercatrice, mi sono dedicata all’analisi dei meccanismi di fusione dei ghiacciai groenlandesi che interagiscono con l’oceano alla testa dei fiordi. Sono poi approdata a Meteo Expert, dove ho l’occasione di approfondire il rapporto fra il cambiamento climatico e la società, occupandomi di rischio climatico per le aziende.

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