Il cambiamento climatico non è più soltanto previsione: è cronaca di un presente estremo
Il 26 agosto una parte di ghiacciaio si è staccata sull’Himalaya e ha cancellato villaggi, ponti e centrali lungo il confine tra Nepal e Tibet. Nello stesso corridoio geografico, appena tredici mesi prima, una piena di origine glaciale aveva già distrutto il Ponte dell’Amicizia e colpito Rasuwagadhi.

I due eventi non hanno avuto lo stesso meccanismo, ma la loro successione impone di fermarsi: ciò che fino a pochi decenni fa avremmo considerato rarissimo e difficilmente immaginabile due volte nello stesso luogo è diventato realtà nel giro di poco più di un anno. Non è soltanto una tragedia da raccontare. È un fatto concreto attraverso il quale comprendere che cosa sta già accadendo e che cosa potrebbe accadere ancora.
Interi villaggi sono stati investiti da una massa di ghiaccio, fango, acqua e rocce. Strade, ponti, abitazioni, centrali idroelettriche e strutture di frontiera sono stati cancellati. L’ufficio doganale di Rasuwagadhi è stato distrutto. Un ponte collegato a Trishuli Bazar è stato spazzato via. Riprese verificate da Betrawati, nella municipalità di Uttargaya, mostrano acqua, fango e detriti scendere lungo il versante e ricoprire una parte dell’abitato. Sul versante tibetano il valico di Gyirong, uno dei principali passaggi commerciali tra Nepal e Cina, è stato sommerso. Pellegrini, lavoratori, abitanti delle vallate e viaggiatori sono stati travolti mentre attraversavano una delle principali vie di collegamento tra Kathmandu e Lhasa.
Al momento in cui scriviamo, persino il numero delle vittime rimane incerto e le fonti divergono. Alle ore 15:00 CEST del 27 agosto Reuters riferiva almeno 359 morti e oltre mille dispersi tra Nepal e Cina, mentre l’Associated Press riportava almeno 353 vittime e più di 1.300 persone ancora irreperibili. La differenza dipende dai tempi e dai criteri con cui autorità e mezzi d’informazione raccolgono dati in territori ancora difficili da raggiungere. In alcune zone non sono rimaste strade percorribili e intere comunità sono raggiungibili soltanto con gli elicotteri. Il bilancio, inevitabilmente, cambierà ancora.
Dietro ciascuno di questi numeri c’è qualcuno che stava tornando a casa, lavorando, accompagnando un familiare, attraversando un confine o raggiungendo un luogo sacro. Ci sono persone che aspettano una telefonata, che cercano un nome negli elenchi dei sopravvissuti, che non sanno se la propria casa esista ancora. La prima responsabilità di chi racconta questa tragedia è non perdere di vista tutto questo.
La piena glaciale dell’8 luglio 2025, provocata dallo svuotamento di un lago sopraglaciale in Tibet, aveva distrutto il Ponte dell’Amicizia e travolto Rasuwagadhi. Su quella prima catastrofe, e su ciò che significa vedere lo stesso corridoio geografico colpito due volte in tredici mesi da fenomeni diversi, torneremo con un approfondimento dedicato.
Una montagna diventata un’onda
Le ricostruzioni convergono su un’origine: il massiccio del Langtang Lirung, nel distretto di Rasuwa. La parte inferiore di un ghiacciaio si sarebbe staccata a circa 5.200 metri di quota, precipitando per approssimativamente 1.200 metri verso il fondovalle. Il glaciologo Simon Cook, dell’Università di Dundee, colloca il punto di distacco una quindicina di chilometri a ovest dell’area colpita, con un movimento iniziale verso nord-ovest e una successiva corsa verso valle.
Non è caduto soltanto ghiaccio. La massa ha trascinato neve, rocce e sedimenti, trasformandosi progressivamente in una valanga di ghiaccio e roccia e poi in un flusso di detriti capace di incorporare altra acqua e altro materiale durante la discesa. L’analisi dell’International Centre for Integrated Mountain Development indica che il volume si è riversato nel Lhende Khola, il torrente che alimenta il Bhote Koshi e quindi il Trishuli: è quella la catena idrografica lungo la quale il disastro si è propagato.
Secondo un geologo del governo cinese citato da Reuters, la colata avrebbe raggiunto una velocità prossima ai cinquanta metri al secondo, circa 180 chilometri orari, estendendosi per oltre venti chilometri. Più a valle, secondo ICIMOD, citato da Reuters, nell’area di Galchhi il livello del fiume sarebbe salito fino a nove metri in appena trenta minuti. Almeno sei impianti idroelettrici sono stati danneggiati e la catena degli effetti ha modificato i corsi d’acqua per oltre cento chilometri.
Inizialmente si era parlato di un terremoto. Il Servizio geologico degli Stati Uniti ha però chiarito che il segnale sismico registrato non è stato prodotto da un movimento tettonico: è stata la stessa caduta della massa di ghiaccio e roccia a generare energia sismica, misurata come evento di magnitudo 5,2 alle 8:37 ora locale (ricostruzione basata sui dati USGS).
È un particolare che restituisce la violenza dell’accaduto. Non è stato un terremoto a far crollare il ghiacciaio. È stato il collasso della montagna a far vibrare la Terra come un terremoto.
Resta ancora da comprendere l’origine dell’enorme quantità d’acqua che ha alimentato il flusso. Tra le ipotesi esaminate da Dave Petley figurano la fusione di una parte del ghiaccio provocata dall’enorme energia del collasso, l’acqua contenuta nei sedimenti e quella già presente nel fiume. Le immagini satellitari e gli esperti interpellati da Reuters indicano inoltre una rapida fusione della neve nelle ore precedenti. Al momento non esistono prove sufficienti per classificare l’evento come la rottura improvvisa di un lago glaciale.
La distinzione è importante. Chiamare ogni disastro di alta montagna “alluvione da scioglimento glaciale” può sembrare un dettaglio terminologico, ma nasconde la vera complessità del pericolo: ghiaccio, roccia, permafrost, neve, acqua, pendenze, infrastrutture e insediamenti possono interagire producendo una successione di eventi nella quale una prima instabilità ne innesca molte altre. E implica misure di prevenzione diverse: nel caso dei laghi glaciali l’abbassamento controllato dei bacini pericolosi, nel caso dei crolli il monitoraggio dell’instabilità dei versanti e del permafrost d’alta quota.
Il ruolo del riscaldamento non va semplificato, ma neppure nascosto
Non possiamo ancora affermare che il cambiamento climatico sia stato la causa unica e diretta del collasso. Serviranno osservazioni sul terreno, dati meteorologici, analisi geologiche e ricostruzioni della stabilità del versante.
Ma la prudenza scientifica non deve diventare un alibi per fingere che questa tragedia sia avvenuta in un contesto climatico normale.
Le immagini satellitari mostrano che nelle ventiquattro ore precedenti il disastro una parte considerevole della neve che ricopriva i ghiacciai della valle era scomparsa, lasciando esposto il ghiaccio. Le temperature elevate e la rapida fusione potrebbero avere aumentato la presenza d’acqua e contribuito all’instabilità della massa glaciale.
Il riscaldamento può ridurre il sostegno esercitato dal ghiaccio sui versanti, aumentare l’acqua di fusione nelle fratture e modificare i cicli di gelo e disgelo. Il degrado del permafrost può indebolire le rocce che per secoli sono rimaste cementate dal ghiaccio. Le precipitazioni intense possono poi intervenire su strutture già fragili. Nessun singolo fattore deve necessariamente spiegare tutto: è la loro sovrapposizione a costruire il disastro.
Gli scienziati parlano per questo di rischi concatenati o di eventi composti. Una montagna non collassa perché ha letto un grafico sulla temperatura globale. Collassa quando una specifica combinazione di condizioni geologiche, termiche, idrologiche e meteorologiche supera una soglia locale. Il cambiamento climatico modifica proprio quelle condizioni di partenza e può rendere più probabile che alcune soglie vengano raggiunte, come osservano gli esperti interpellati da Reuters.
Dire che l’attribuzione di questa singola catastrofe richiederà tempo è corretto. Usare quell’attesa per cancellare tutto ciò che già sappiamo sarebbe invece profondamente scorretto. La natura non reagisce per vendetta, ma il sistema climatico, la criosfera e i versanti d’alta montagna rispondono fisicamente al calore che si accumula: cambia l’acqua disponibile, si indebolisce il ghiaccio che sosteneva i versanti, si modificano il permafrost e i cicli di gelo e disgelo. La violenza delle conseguenze non è una metafora. È ciò che vediamo quando questi cambiamenti incontrano territori fragili e comunità esposte.
Cinque volte più disastri in cinquant’anni
L’Atlante dell’Organizzazione meteorologica mondiale sulla mortalità e sulle perdite economiche da eventi estremi di tempo, clima e acqua, che copre il periodo dal 1970 al 2019, conta oltre undicimila disastri registrati nel mondo, con più di due milioni di morti e 3.640 miliardi di dollari di perdite. Il dato che colpisce di più è la traiettoria: 711 disastri negli anni Settanta, 3.165 negli anni Duemiladieci. Un aumento di circa cinque volte in mezzo secolo. Le perdite economiche sono cresciute ancora di più, di circa sette volte.
Il conteggio dei disastri non misura da solo la frequenza fisica degli eventi estremi: dipende anche dall’esposizione delle popolazioni, dalla loro vulnerabilità e dalla qualità delle registrazioni. Il suo valore sta nel mostrare quanto sia cresciuto l’impatto complessivo sulle società. Il segnale fisico del riscaldamento emerge invece da serie indipendenti sulla temperatura, sugli oceani, sui ghiacciai, sulle precipitazioni e sul ciclo dell’acqua.
Nello stesso Atlante c’è una notizia che quasi nessuno cita, ed è la più importante di tutte per chi si occupa di prevenzione: mentre i disastri registrati aumentavano, i morti sono diminuiti di quasi tre volte, da una media annua superiore alle cinquantamila vittime negli anni Settanta a meno di ventimila negli anni Duemiladieci. Non è accaduto per caso: la WMO attribuisce questa riduzione soprattutto ai sistemi di allerta precoce e alla gestione delle emergenze. Il pericolo cresce — e a dirlo sono le serie fisiche indipendenti, non il conteggio dei disastri — ma cresce anche la nostra capacità di limitarne le conseguenze. Nel punto in cui questi due movimenti si incontrano si decide quante persone muoiono.
La catastrofe himalayana mostra però quanto possa essere stretta la finestra disponibile. Una piena capace di innalzare il livello del fiume fino a nove metri in mezz’ora lascia tempi minimi per trasmettere l’allarme ed evacuare. È anche per questo che monitoraggio continuo, comunicazioni resilienti e piani di evacuazione possono determinare la differenza tra un evento naturale estremo e una strage.
Nessun Paese è al riparo, e l’Italia è particolarmente esposta
Chi legge da un continente diverso può essere tentato di archiviare tutto questo come una notizia dall’estero. Sarebbe un errore di lettura, prima ancora che di sensibilità. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi mai registrati, con una temperatura media globale superiore di 1,44 gradi rispetto al periodo 1850-1900, e gli anni dal 2015 al 2025 risultano gli undici più caldi dell’intera serie osservativa in tutti e otto i dataset consolidati. Non è una statistica astratta: è la condizione di partenza nella quale si formano gli eventi.
In Italia, il bilancio dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato con il gruppo Unipol, conta per il 2025 trecentosettantasei eventi meteorologici estremi con danni, il 5,9 per cento in più rispetto all’anno precedente e il secondo valore più alto degli ultimi undici anni, dopo i 383 eventi del 2023. Nell’estate 2026 la vulnerabilità è emersa anche nel sistema energetico: il livello eccezionalmente basso del Danubio ha costretto la centrale nucleare bulgara di Kozloduy a ridurre di circa 120 megawatt la potenza dell’unità 5, per la prima volta in cinquantadue anni a causa di condizioni meteorologiche e idrologiche estreme; Cernavodă è stata temporaneamente fermata e Paks ha ridotto drasticamente la produzione. Nello stesso periodo, la vendemmia italiana è cominciata il 28 luglio, con circa dieci giorni di anticipo, perché il caldo aveva accelerato la maturazione dell’uva.
Sono fenomeni fisicamente diversi e non possono essere ricondotti a un’unica causa immediata. Si manifestano però nello stesso contesto climatico alterato, nel quale l’aumento delle temperature modifica il ciclo dell’acqua, la stabilità dei versanti, la portata dei fiumi e i cicli delle colture. E condividono una conseguenza: infrastrutture e attività progettate per condizioni che stanno cambiando.
Non sono cavie del nostro futuro
C’è un modo apparentemente interessato, ma profondamente ingiusto, di raccontare disastri come questo: descrivere Nepal e Tibet come un laboratorio nel quale osservare in anticipo ciò che potrebbe accadere anche a noi.
La formula è sbagliata due volte. Lo è moralmente, perché un laboratorio è un luogo nel quale qualcuno osserva un fenomeno da una posizione protetta. Qui non ci sono esperimenti e non ci sono cavie: ci sono persone che abitano quei territori, possiedono una storia, lavorano, allevano animali, costruiscono strade, pregano, coltivano campi e crescono figli. Non stanno sperimentando il cambiamento climatico per nostro conto. Lo stanno subendo.
Ma la formula è sbagliata anche nei fatti. Un laboratorio anticipa: mostra oggi ciò che accadrà altrove domani. Qui non c’è nessuna anticipazione. Nel 2025 l’Italia ha contato trecentosettantasei eventi meteorologici estremi con danni, il secondo valore più alto degli ultimi undici anni; nell’estate 2026 il Danubio è sceso fino a compromettere l’operatività di centrali europee e la vendemmia italiana è cominciata in anticipo. Non è un futuro che qualcuno sta provando per noi. È un presente che attraversiamo insieme, con livelli di protezione profondamente diversi.
Il cambiamento climatico non distribuisce i danni in proporzione alle emissioni prodotte. Il Nepal contribuisce in misura minima al totale mondiale dei gas serra — il profilo dell’UNDP Climate Promise stima la sua quota intorno allo 0,11 per cento — ma figura tra i Paesi maggiormente vulnerabili. La crisi colpisce più duramente chi vive in territori fragili, dispone di meno risorse, ha infrastrutture più esposte e incontra maggiori difficoltà nel ricevere soccorsi, ricostruire o trasferirsi.
Questa è la sostanza della giustizia climatica: non un’espressione da convegno, ma la constatazione che chi ha contribuito meno al problema può perdere la casa, il reddito, il territorio e la vita prima di chi ne ha tratto i maggiori benefici economici. La differenza decisiva fra l’Himalaya e l’Europa non è il calendario. È il livello di protezione.
Che cosa significa agire adesso
Agire non significa promettere genericamente che “non deve succedere mai più”. In un sistema che sta cambiando rapidamente, alcuni rischi non possono più essere eliminati completamente. Significa però ridurre le condizioni che li stanno aggravando e smettere di lasciare sole le comunità esposte.
Servono tagli profondi e rapidi alle emissioni, perché ogni ulteriore frazione di grado aumenta la perdita di ghiaccio, la destabilizzazione delle alte montagne, l’intensità delle ondate di calore e la violenza delle precipitazioni. Servono finanziamenti internazionali per l’adattamento e per le perdite e i danni, non prestiti che aumentino il debito dei Paesi vulnerabili.
Occorrono sistemi transfrontalieri di monitoraggio dei ghiacciai, del permafrost, dei laghi e dei versanti; condivisione tempestiva dei dati tra Nepal, Cina e India; reti di allerta capaci di raggiungere gli ultimi villaggi in pochi minuti; mappe dei rischi aggiornate; piani di evacuazione; regole più severe sulla posizione di strade, insediamenti e impianti idroelettrici.
E occorre, ovunque, smettere di progettare infrastrutture strategiche usando soltanto il clima del passato. Molte dighe, molti ponti, reti fognarie, acquedotti, centrali e piani di protezione civile sono stati dimensionati su serie storiche che non descrivono più pienamente il rischio attuale. La catastrofe himalayana ha attraversato un confine, seguito i fiumi e propagato i propri effetti per oltre cento chilometri: anche la prevenzione deve superare frontiere amministrative e rivalità politiche.
E poi serve una forma di attenzione più difficile: quella che non si esaurisce nell’emozione delle prime ventiquattro ore. La vera prova comincerà tra pochi giorni, quando le immagini spariranno dalle prime pagine. Servirà continuare a parlare dei sopravvissuti, degli sfollati, delle infrastrutture distrutte, delle famiglie senza reddito, dei traumi psicologici e dei costi della ricostruzione. Servirà chiedere chi pagherà e se gli aiuti internazionali arriveranno anche quando la tragedia non sarà più una notizia.
Non è un avvertimento: sta già accadendo
Per anni abbiamo raccontato il cambiamento climatico come una minaccia futura. Abbiamo parlato di scenari, proiezioni e generazioni che avrebbero ereditato le conseguenze delle nostre decisioni. Era, soprattutto, un lavoro di previsione.
Oggi non lo è più soltanto. Il 26 agosto una montagna di ghiaccio e roccia ha prodotto il proprio segnale sismico, è entrata nei fiumi, ha cancellato ponti e villaggi e ha lasciato migliaia di persone in attesa di sapere se qualcuno tornerà. Tredici mesi prima, lo stesso corridoio geografico era già stato devastato da una piena glaciale. Nello stesso periodo, in Europa, i fiumi scendevano sotto i livelli necessari al normale esercizio delle centrali. Sono fatti, non proiezioni.
Non chiamiamo tutto questo un laboratorio. I laboratori si osservano; le comunità si proteggono. I risultati di un esperimento si discutono; davanti a una catastrofe si soccorre, si ricostruisce e si assumono responsabilità.
La domanda non è più quante altre prove ci servano per credere alla crisi climatica. Le prove esistono da decenni e ora arrivano ogni settimana con i notiziari. La tragedia del Nepal e del Tibet non deve perdersi in quell’accumulo di immagini che trasforma perfino l’eccezionale in routine. Dobbiamo fermarci, guardare ciò che è accaduto e comprenderne il significato: due catastrofi nello stesso corridoio geografico in tredici mesi non sono soltanto una coincidenza da registrare, ma il segnale di un rischio che cambia più rapidamente delle protezioni costruite per contenerlo.
La domanda è quante tragedie siamo ancora disposti a guardare, condividere e dimenticare prima di decidere che continuare come prima non è più una scelta accettabile.
Dati aggiornati alle ore 16:00 CEST del 27 agosto 2026. I bilanci delle vittime sono in evoluzione continua e le stime delle diverse fonti divergono.