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La macroeconomia dell’inazione climatica: ecco il prezzo del ritardo

Rimandare la transizione non è prudenza contabile, è la scommessa più cara della storia moderna

La spesa per decarbonizzare è una frazione di quello che pagheremo per riparare. Ma per capire davvero il conto bisogna leggere i numeri nel modo giusto — e quasi nessuno lo fa.

Nel dibattito politico e industriale la transizione energetica compare quasi sempre nella colonna sbagliata del bilancio: quella delle uscite. Si contano i miliardi per installare gigawatt di rinnovabili, per convertire un altoforno all’acciaio elettrico, per cappottare gli edifici delle nostre città. È una contabilità precisa nei numeri e sbagliata nell’impianto, perché registra il costo di ciò che facciamo e omette quello di ciò che non facciamo.

L’omissione non è ideologica: è tecnica. Il costo dell’azione ha una fattura, una data e un intestatario. Il costo dell’inazione è diffuso, differito e privo di destinatario identificabile — si presenta sotto forma di premio assicurativo più alto, di raccolto mancato, di ponte da rifare, di casa che perde valore. Nessuno lo firma, e per questo nessuno lo somma. Ma è esattamente lo stesso denaro.

L’errore, in termini economici, è quello che si commetterebbe valutando un’assicurazione contro l’incendio guardando solo il premio annuale e ignorando il valore dell’immobile. Non è una posizione di prudenza: è una posizione scoperta.

Una precisazione che cambia tutto

Prima dei numeri va chiarito un punto su cui la divulgazione economica sbaglia con impressionante regolarità, e sbagliarlo significa consegnare l’argomento agli avversari su un piatto.

Si legge spesso che entro metà secolo il cambiamento climatico “ridurrà il prodotto interno lordo mondiale del venti per cento”. Detto così sembra annunciare una depressione peggiore di quella del 1929, e infatti quando la depressione non arriva la previsione viene archiviata come allarmismo. Non è quello che dicono gli studi.

Il lavoro più citato in materia — la ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dal gruppo del Potsdam Institute, che ha analizzato oltre milleseicento regioni subnazionali in quarant’anni di dati — stima una riduzione del reddito mondiale intorno al diciannove per cento entro il 2050 rispetto a uno scenario senza cambiamento climatico. È un confronto controfattuale, non una previsione di crollo. L’economia mondiale continuerà quasi certamente a crescere: crescerà semplicemente meno, e la differenza fra la traiettoria che avremmo avuto e quella che avremo vale circa trentotto trilioni di dollari l’anno a metà secolo.

C’è un secondo elemento, ancora più scomodo. Quella perdita è in larga parte già acquisita. Deriva dalle emissioni immesse in atmosfera negli ultimi decenni, ed è ormai indipendente da qualunque politica adottata da qui in avanti — nell’ordine dei venticinque anni il sistema climatico ha una memoria che nessuna decisione presente può cancellare. Ciò su cui possiamo ancora incidere è quello che accade dopo: nella seconda metà del secolo la forbice fra uno scenario di forte mitigazione e uno di emissioni elevate si apre drammaticamente, e lì la differenza non è più fra crescere un po’ meno e crescere un po’ di più.

Detta senza attenuazioni: al 2050 stiamo già pagando, e la discussione riguarda il 2080. Che è precisamente il motivo per cui l’argomento fatica a farsi strada in una democrazia con cicli elettorali quinquennali.

Le due colonne

Sul lato dell’investimento le cifre sono note e relativamente concordi. Gli scenari di azzeramento netto elaborati dall’Agenzia internazionale per l’energia richiedono che la spesa globale in energia pulita salga a circa quattromila-quattromilacinquecento miliardi di dollari l’anno entro l’inizio del prossimo decennio. Sembra una cifra irreale finché non la si rapporta al prodotto mondiale lordo: siamo nell’ordine del due-tre per cento annuo, la stessa grandezza di quanto molte economie avanzate spendono in difesa o in istruzione.

E soprattutto è una cifra parziale, perché non si tratta di denaro aggiuntivo ma in larga misura di denaro spostato. Il riorientamento, del resto, è già cominciato: il mondo destina oggi circa duemiladuecento miliardi di dollari l’anno all’energia pulita contro millecento a petrolio, gas e carbone. Due a uno. Dieci anni fa il rapporto era sostanzialmente alla pari, il che significa che il mercato dei capitali ha già preso una direzione mentre il dibattito politico è ancora fermo a chiedersi se prenderla.

La transizione, insomma, non consiste nel trovare risorse dal nulla: consiste nell’accelerare uno spostamento di flussi che comunque verrebbero impiegati, dal momento che il sistema energetico va ricostruito periodicamente in ogni caso, e un impianto va sostituito a fine vita indipendentemente da cosa pensiamo del clima. La domanda non è se investire, ma in che cosa — e quel bivio si presenta ogni volta che una centrale arriva a fine corsa, non in una data stabilita da un trattato.

Sul lato opposto la contabilità è più sfuggente, ma non per questo meno reale. Le perdite economiche causate da eventi meteorologici estremi hanno superato per diversi anni consecutivi la soglia dei trecento miliardi di dollari annui, dei quali solo una porzione — attorno al quaranta per cento — risulta coperta da polizza. Il resto è la cosiddetta lacuna di protezione: danni che ricadono direttamente su famiglie, imprese e bilanci pubblici. In Italia l’alluvione dell’Emilia-Romagna del maggio 2023 ha prodotto danni stimati in circa nove miliardi di euro, di cui una frazione minima assicurata, in una regione che genera quasi un decimo del prodotto nazionale.

Va detto che queste cifre non sono attribuibili al clima per intero: pesa moltissimo anche l’esposizione, cioè il fatto che negli ultimi cinquant’anni abbiamo costruito valore economico proprio dove il rischio è più alto, lungo le coste e nelle pianure alluvionali. Ma è una distinzione che consola poco, perché i due fattori non si sottraggono: si moltiplicano.

L’assicurazione è il canarino nella miniera

Il primo comparto a incorporare il costo dell’inazione non è stato la politica pubblica: è stata l’industria del rischio, per la semplice ragione che è l’unica il cui modello di business consiste nel prezzare correttamente il futuro.

I riassicuratori — i colossi che assicurano le compagnie assicurative — hanno riscritto i propri modelli attuariali prima e più in fretta di qualunque legislatore. La categoria statistica dell’evento “centenario” ha smesso di essere utile nel momento in cui gli eventi centenari hanno cominciato a ripresentarsi ogni otto o dieci anni: un modello che si fonda sulla stazionarietà delle serie storiche non funziona più quando la serie storica non è stazionaria. E il rischio, quando smette di essere calcolabile, cessa semplicemente di essere assicurabile.

Le conseguenze sono già visibili. In California diversi grandi assicuratori hanno sospeso l’emissione di nuove polizze casa a causa del rischio incendi; in Florida il mercato privato si è progressivamente ritirato dalle zone costiere, con una compagnia pubblica costretta al ruolo di assicuratore di ultima istanza e un numero crescente di operatori privati usciti dal mercato o falliti.

La reazione a catena è meccanica. Senza copertura assicurativa il credito ipotecario diventa più caro o irreperibile, perché nessuna banca eroga un mutuo trentennale su un immobile non assicurabile. Senza credito il valore degli immobili scende, e con esso il patrimonio delle famiglie del ceto medio, che in gran parte d’Europa è investito quasi interamente nella prima casa. Nei territori dove questo avviene si contrae contemporaneamente la base imponibile locale, proprio nel momento in cui aumentano le spese di emergenza. Lo Stato subentra come assicuratore residuale, e ogni euro destinato alla gestione permanente delle calamità è un euro sottratto a sanità, istruzione e ricerca.

L’Italia è, in Europa, uno dei paesi più esposti a questa dinamica, per una combinazione di rischio idrogeologico e sismico elevatissimo e di penetrazione assicurativa storicamente bassa. Non a caso il legislatore è intervenuto con la legge di bilancio 2024, rendendo obbligatoria per tutte le imprese con sede o stabile organizzazione in Italia la copertura contro terremoti, alluvioni, frane ed esondazioni.

Il percorso attuativo, però, racconta da solo la resistenza che la misura ha incontrato. La scadenza originaria era fissata al 31 marzo 2025 per tutti; è stata poi frantumata in un calendario scaglionato che ha accompagnato le imprese per oltre un anno e mezzo. Le grandi imprese sono state le prime, dall’aprile 2025; le medie dall’ottobre successivo; micro e piccole dal primo gennaio 2026; il turismo ricettivo e la somministrazione di alimenti e bevande di piccola dimensione hanno ottenuto dal decreto Milleproroghe un ulteriore rinvio al 31 marzo 2026; la pesca e l’acquacoltura, in sede di conversione, sono arrivate fino al 31 dicembre 2026. Alla fine di questo percorso l’obbligo è oggi pienamente operativo per tutti tranne che per il comparto ittico, e l’inadempimento non comporta sanzioni dirette ma preclude l’accesso a contributi e agevolazioni pubbliche.

Vale la pena leggere questa sequenza per quello che è, al netto delle ragioni di categoria: una misura che non riduce il rischio di un millimetro, ma si limita a redistribuirne il costo dallo Stato ai privati, ha richiesto quattro interventi normativi e diciotto mesi di rinvii. È un indicatore piuttosto eloquente di quanto sia politicamente costoso far emergere un conto che finora restava implicito. E il conto, nel frattempo, cresce.

Climateflation, e le altre due parole

Il termine climateflation è entrato nel lessico economico nel 2022, quando Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, lo usò in un intervento destinato a diventare un riferimento. Descrive gli shock inflazionistici generati direttamente dagli eventi climatici: la siccità che fa crollare la resa del grano in un continente mentre le alluvioni la distruggono in un altro, con effetti immediati sui prezzi mondiali delle materie prime alimentari.

Non è teoria. Le impennate del prezzo del cacao, del caffè e dell’olio d’oliva degli ultimi anni sono state guidate in misura determinante da anomalie meteorologiche nelle rispettive aree di produzione, e in Italia l’inflazione alimentare ha inciso sui bilanci familiari più della componente energetica. Il problema, per una banca centrale, è che si tratta di uno shock di offerta: alzare i tassi di interesse non fa piovere. La politica monetaria si trova a fronteggiare una pressione sui prezzi contro cui i suoi strumenti sono strutturalmente inefficaci, e ogni tentativo di contrastarla comprime la domanda senza toccare la causa.

Onestà intellettuale vuole però che si citino anche le altre due parole dello stesso discorso, perché Schnabel ne indicava tre. La fossilflation è l’inflazione generata dalla dipendenza dai combustibili fossili, e l’Europa l’ha sperimentata in forma acuta nel 2022. La greenflation è quella generata dalla transizione stessa: la domanda impetuosa di rame, litio, nichel e terre rare, in un contesto di offerta rigida e fortemente concentrata geograficamente, spinge in alto i prezzi di input essenziali. Chi sostiene che la transizione sia gratuita sul fronte dei prezzi racconta metà della storia. La differenza sostanziale è nella natura dei due fenomeni: la greenflation è un costo di costruzione, transitorio e legato a una fase di investimento; la climateflation è un costo permanente e crescente.

Riparare non produce ricchezza

C’è poi un errore concettuale che vale la pena smontare, perché ritorna ogni volta che un disastro naturale colpisce un territorio: l’idea che la ricostruzione “faccia bene all’economia”, perché muove cantieri, occupazione e ordinativi.

È la fallacia della finestra rotta, descritta da Frédéric Bastiat nel 1850 — e conviene chiamarla con il suo nome, che è appunto fallacia e non paradosso. Il vetraio che ripara la finestra spaccata da un vandalo guadagna sei franchi, che sono visibili; ma il proprietario avrebbe speso quei sei franchi in un paio di scarpe, e il calzoliere che non li incasserà non compare in nessuna statistica. Alla fine dell’operazione la società ha una finestra e nessuna scarpa, invece di una finestra e un paio di scarpe. Il prodotto interno lordo, che misura i flussi e non gli stock, registra un aumento. La ricchezza reale è diminuita.

Applicato su scala planetaria, il ragionamento spiega perché l’adattamento a posteriori non sia una strategia sostituibile alla mitigazione. Rifare un argine, riasfaltare una strada deformata dal calore, ricostruire un ponte crollato sono spese che riportano il sistema allo stato precedente senza aggiungere un grammo di capacità produttiva. Sono, letteralmente, investimenti a rendimento nullo.

A questo si somma un problema di allocazione temporale del capitale, che è forse l’aspetto più insidioso di tutti. La spesa emergenziale ha una caratteristica politica micidiale: non è comprimibile e non è rinviabile. Il fango va tolto adesso. La rete elettrica intelligente, l’impianto di produzione a basse emissioni, il piano di efficientamento del patrimonio edilizio possono invece essere rimandati di un anno, e poi di un altro. Più il bilancio pubblico si sposta verso la gestione delle emergenze, meno margine resta per gli investimenti che ridurrebbero il numero delle emergenze future. È un circolo vizioso che si autoalimenta, e che agisce sui conti pubblici molto prima che sul clima.

Dove l’argomento è davvero contestato

Sarebbe disonesto presentare questa contabilità come pacifica. Non lo è, e il punto di disaccordo non è quello che si immagina.

Praticamente nessun economista serio sostiene oggi che il cambiamento climatico non abbia costi. La discussione riguarda la loro entità e — soprattutto — il tasso di sconto, cioè quanto valga oggi un danno che si materializzerà fra sessant’anni. È il cuore della celebre divergenza fra Nicholas Stern, che nel rapporto del 2006 adottò un tasso molto basso concludendo per un’azione immediata e massiccia, e William Nordhaus, insignito del Premio Nobel nel 2018, che con tassi più alti arrivava a raccomandare una traiettoria molto più graduale. È un dibattito tecnico solo in apparenza: scegliere un tasso di sconto significa decidere quanto pesa il benessere di chi non è ancora nato, e questa è una scelta etica travestita da parametro.

C’è poi una critica metodologica seria alle stime dei danni: le funzioni econometriche che li quantificano sono calibrate su variazioni climatiche osservate storicamente, e la loro estrapolazione a condizioni che non hanno precedenti nella storia strumentale è un’operazione fragile. Le stime più recenti sono molto più severe di quelle di vent’anni fa, e c’è chi ritiene che il correttivo sia stato eccessivo.

Vale però la pena notare in che direzione punta questa incertezza. In economia il rischio ha un prezzo, e l’incertezza sulle code della distribuzione — gli scenari improbabili ma catastrofici — pesa in favore dell’azione preventiva, non contro. È lo stesso principio per cui si stipula una polizza pur ritenendo improbabile l’incendio: non si assicura il caso medio, si assicura la coda.

Il crinale

La conclusione contabile regge anche adottando ipotesi conservative: prevenire costa meno che riparare, e il divario si allarga con ogni anno di rinvio, perché il capitale immobilizzato nelle infrastrutture fossili aumenta e con esso il valore di ciò che dovrà essere dismesso prima della fine della vita utile. Le stime sugli attivi destinati a restare incagliati in uno scenario coerente con gli obiettivi di Parigi si contano in migliaia di miliardi di dollari, e ogni nuovo impianto fossile costruito oggi con un orizzonte di ammortamento trentennale è un pezzo aggiuntivo di quel conto.

Detto questo, sarebbe una furbizia raccontare la transizione come un affare per tutti. Non lo è. Ci sono settori, territori e patrimoni che ne usciranno strutturalmente penalizzati, e ignorarlo è il modo più sicuro per generare le reazioni politiche che negli ultimi anni hanno rallentato l’intera agenda in mezza Europa. La transizione è una redistribuzione, e le redistribuzioni si governano compensando chi perde, non fingendo che non perda nessuno.

Ma il confronto corretto non è fra la transizione e un’ipotetica continuità indolore. È fra due modi diversi di spendere gli stessi soldi: in anticipo, scegliendo dove e come, oppure a posteriori, sotto dettatura degli eventi. Il primo si chiama investimento. Il secondo si chiama danno. E l’unica differenza fra i due è chi tiene in mano il calendario.

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