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Rapporto sul clima globale, parte II: l’importanza di studiare gli indicatori del clima presente

Nel primo articolo "Rapporto sul clima globale, parte I" abbiamo parlato del nuovo rapporto sul clima globale 2020 pubblicato dalla World Meteorological Organization (WMO) e dei principali indicatori climatici e il loro andamento. Ora cerchiamo di capirne l’importanza del loro monitoraggio in chiave futura

Il monitoraggio, lo studio e l’elaborazione di scenari di emissioni future di gas climalteranti sono di vitale importanza per prevedere e contrastare i devastanti impatti socio-economici previsti entro la fine del XXI. Essi sono fondamentali sia per i decisori politici che per i cittadini che devono cooperare per un obiettivo comune volto ad evitare tali scenari.

Rapporto sul clima globale, parte I: il 2020 fra i 3 anni più caldi mai registrati

L’Artico è la regione che maggiormente è stata colpita dall’incremento di temperature dovuto ai gas serra e le popolazioni che vivono in quelle terre hanno cominciato a sperimentare varie problematiche legate a questo aumento. Principalmente si tratta di problemi riguardanti infrastrutture ed abitazioni, i cui basamenti giacciono su un permafrost in continua fusione, cambiamenti negli ecosistemi e sofferenza della fauna locale. Se oltre all’artico allarghiamo lo sguardo su scala globale, ci rendiamo conto come una terra più “calda” abbia contribuito negli ultimi vent’anni ad una estremizzazione del clima con sempre più severi eventi meteorologici, che includono ondate di freddo e di calore (queste in misura molto maggiore), inondazioni da piogge estreme, incendi, tempeste (tifoni, uragani etc..) e lunghi periodi di siccità. Quest’ultimi, uniti alla rapida fusione dei ghiacciai alpini, hanno favorito una drastica diminuzione di riserve idriche estive necessarie alle colture e ha reso necessario la pianificazione di interventi volti a creare delle riserve invernali di acqua all’interno di bacini idrici artificiali.

L’aumento delle temperature oceaniche ha provocato una sempre maggiore frequenza di ondate di calore marine, causando impatti devastanti agli ecosistemi marini, e di conseguenza anche economici alle comunità umane che traggono sostentamento da essi. Inoltre, tale riscaldamento, unito all’apporto in continuo aumento di acqua di fusione glaciale, ha contribuito e contribuirà sempre più all’innalzamento dei livelli dei mari, causando inevitabilmente flussi migratori di centinaia di milioni di persone e riorganizzazione delle metropoli costiere, con danni economici ad oggi difficilmente quantificabili e ancora oggetto di studio.

Un altro grande problema legato all’aumento di anidride carbonica è l’acidificazione degli oceani dell’intero pianeta. Essi assorbono oltre il 23% delle emissioni annuali di CO2 contribuendo ad alleggerire l’impatto sull’aumento delle temperature, a scapito di un costo ecologico ed economico altissimo. La CO2 infatti reagisce con l’acqua di mare e ne aumenta l’acidità. Questo mette in pericolo organismi e cicli biogeochimici di interi ecosistemi, che infine impattano anche sulla sicurezza alimentare del cibo derivante dalla pesca e dell’acquacoltura. Inoltre l’acidificazione contribuisce all’indebolimento delle barriere coralline, diminuendone la loro capacita protettive nei confronti delle coste, che sono fonte di reddito di numerose comunità, grazie al turismo.

Complessivamente, i cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale stanno colpendo in maniera decisa le aree più povere e vulnerabili del pianeta tra cui il continente africano e il Sud-Est asiatico. Qui il livello di insicurezza alimentare, definita dal dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti (USDA) come mancanza di accesso coerente a cibo sufficiente per una vita attiva e sana, è sempre più alto a causa di eventi climatici estremi, costringendo ogni anno, circa 23 milioni di persone che vivono in condizioni di estrema povertà, a lunghe migrazioni, per cercare sostentamento necessario per la loro sopravvivenza.  Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, entro il 2050 circa 200-250 milioni di persone si sposteranno per cause legate al cambiamento climatico. Questo significa che in un futuro non troppo remoto, una persona su quarantacinque nel mondo sarà un migrante ambientale.

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Luca Maffezzoni

Nato a Brescia nel 1989, fin dalla giovane età mostra una passione innata verso le tematiche climatiche e ambientali. Dopo aver ottenuto il diploma di Liceo Scientifico consegue prima la laurea triennale in scienze ambientali attraverso la discussione di una tesi riguardante le ondate di calore estive sulla penisola italiana nell’ultimo ventennio. Successivamente, grazie una tesi sperimentale volta allo studio della risposta dei ghiacciai alpini al Global Warming, ottiene la laurea magistrale in scienze e tecnologie ambientali con indirizzo climatico presso il DISAT dell’Università Bicocca di Milano nel Novembre 2015. Dopo una breve esperienza come insegnate di matematica e scienze presso una scuola secondaria di primo grado, ottiene un assegno di ricerca presso L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) della durata di un anno dove si occupa dello sviluppo e mantenimento dell’Archivio Storico Macrosismico Italiano (ASMI). In fine, nel novembre del 2017 si traferisce all’università LJMU di Liverpool dove inizia un dottorato di ricerca volto a studiare gli effetti dei cicloni extratropicali sulla calotta glaciale Groenlandese. Tale esperienza è accompagnata da costante attività di insegnamento all’interno dell’università dove si occupa di fornire agli studenti le basi di statistica, programmazione e utilizzo di Geographic Information System (GIS) necessari per poter lavorare e gestire dati meteorologici, climatici e ambientali.

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