Assicurazioni ed eventi meteo estremi: stiamo entrando nell’era del “climate risk pricing”?
Per molto tempo il rischio climatico è rimasto ai margini delle decisioni economiche quotidiane, percepito come qualcosa che riguarda esclusivamente l’ambiente, la politica internazionale o al massimo la cronaca in casi di emergenze. Oggi invece sta entrando in uno spazio molto più vivo e sensibile, un tema sempre più vicino alle famiglie italiane, ovvero il valore delle case, il costo delle polizze e le scelte di chi concede un mutuo.
Sicuramente non stiamo parlando di un cambiamento improvviso ma di un processo che purtroppo si sta consolidando in modo sempre più evidente. Basta ricordare le alluvioni che hanno colpito l’Emilia Romagna nel 2023, con migliaia di abitazioni danneggiate e intere aree messe in ginocchio, oppure quanto accaduto di recente in Sicilia, quando una vasta frana ha interessato il territorio di Niscemi dopo piogge intense, rendendo necessaria l’evacuazione di oltre mille persone e l’istituzione di una zona rossa. Episodi di questo tipo dimostrano che non si tratta di proiezioni teoriche, ma di eventi che incidono direttamente sul patrimonio delle famiglie e sulla tenuta economica di interi territori.
E nonostante l’Italia sia tra i Paesi europei più esposti a frane, alluvioni e terremoti, la diffusione delle assicurazioni contro eventi estremi resta ancora limitata. I dati riportati da ANIA, sulla base dell’Indagine sui Bilanci delle Famiglie di Banca d’Italia, confermano che solo il 9,3% delle abitazioni è assicurato contro
eventi climatici come alluvioni e inondazioni, il 6,8% contro il rischio sismico e appena il 5,8% dispone di entrambe le coperture. Questo significa che la maggioranza delle famiglie resta esposta proprio mentre la frequenza e l’intensità di questi catastrofici eventi estremi aumenta.
Il quadro economico rende il tema ancora più evidente, come evidenzia ASviS, tra il 1980 e il 2023 le perdite economiche legate a eventi climatici in Italia hanno superato i 135 miliardi di euro, una cifra che racconta una pressione costante sul sistema produttivo e di conseguenza sulla finanza pubblica. I dati sono davvero preoccupanti, ed è difficile non rendersi conto del rischio sempre maggiore a cui vanno incontro tanti italiani con la sfortuna di abitare in zone fragili del paese. Dal report pubblicato da Greenpeace “Quanto costa all’Italia la crisi climatica” , emerge che circa 1,3 milioni di persone vivono in aree ad alto rischio frane e 6,8 milioni in zone esposte a rischio alluvioni, a dimostrazione di quanto il rischio sia distribuito e non confinato a poche zone marginali.
Di fronte a questo scenario, il settore assicurativo sta cambiando approccio, non si limita più a classificare intere province come più o meno rischiose, ma utilizza strumenti molto più raffinati per valutare l’esposizione effettiva di un immobile. I dati satellitari del programma Copernicus (sistema di osservazione della Terra dell’Unione Europea) vengono oggi integrati con modelli di analisi avanzati per stimare in modo dettagliato il rischio di alluvione o di altri eventi estremi, consentendo alle compagnie di modulare premi e condizioni in base alla vulnerabilità reale del territorio.
In questo passaggio prende forma il cosiddetto climate risk pricing, un sistema in cui il prezzo della polizza non è più determinato soltanto da parametri generici, ma dall’esposizione climatica specifica di un territorio, e talvolta di un singolo edificio. Quando il rischio viene misurato con maggiore precisione, il costo dell’assicurazione si
adegua e di conseguenza cambia anche l’equilibrio economico di un investimento immobiliare.
Le implicazioni vanno oltre il settore assicurativo, il rischio climatico sta iniziando a essere considerato anche nelle valutazioni delle banche e degli operatori immobiliari, perché un immobile con premi assicurativi elevati o con coperture difficili da ottenere può risultare meno solido come garanzia finanziaria. Nel tempo, questa dinamica potrebbe accentuare le differenze di valore tra territori più esposti e aree considerate più sicure.
Non si tratta quindi soltanto di un aumento delle polizze dopo un’alluvione o di una maggiore attenzione individuale, ma dell’ingresso stabile del rischio climatico nei meccanismi di prezzo e nelle decisioni economiche. In un Paese in cui la casa rappresenta spesso il principale patrimonio familiare, l’era del climate risk pricing non è una formula tecnica, ma un cambiamento che può incidere in modo diretto sulla distribuzione del valore immobiliare e sulla sicurezza finanziaria delle famiglie già messe alla prova da incertezze economiche.
Redatto da Martina Hamdy