Cambiamento climatico, fermare la crescita delle temperature entro il 2050 è ancora possibile

Contrastare il cambiamento climatico e fermare la crescita delle temperature globali entro la metà del secolo è ancora possibile, ma richiede interventi rapidi e coordinati su più fronti. A indicarlo è un nuovo rapporto di Climate Analytics, pubblicato alla vigilia della COP31, secondo cui una rapida eliminazione dei combustibili fossili, accompagnata da una drastica riduzione delle emissioni di metano e di altri agenti climatici, potrebbe rallentare sensibilmente il riscaldamento globale e portare le temperature a un picco prima del 2050.
Lo studio analizza il contributo delle diverse strategie di mitigazione, valutando quanto possano ridurre la velocità del riscaldamento, contenere il superamento della soglia di 1,5 °C fissata dall’Accordo di Parigi e riportare successivamente le temperature al di sotto di questo limite.
Secondo le simulazioni, la combinazione tra l’abbandono dei combustibili fossili e la riduzione dei fattori climatici di breve durata potrebbe dimezzare il ritmo del riscaldamento globale durante gli anni 2030. In questo scenario, le temperature raggiungerebbero un picco di circa 1,7 °C nel 2049, per poi iniziare gradualmente a diminuire.
Il rapporto arriva mentre i governi si preparano a riunirsi ad Antalya, in Turchia, per la COP31. Le decisioni prese in questo decennio, sottolinea Climate Analytics, saranno determinanti per limitare gli effetti del cambiamento climatico nei prossimi decenni.
Cambiamento climatico: perché ridurre le emissioni di metano è importante
Una parte centrale della ricerca riguarda i cosiddetti fattori climatici di breve durata (Short-Lived Climate Forcers, SLCF), un insieme di sostanze che contribuiscono al riscaldamento globale, ma rimangono nell’atmosfera per un periodo relativamente breve rispetto alla CO₂. Tra queste figurano il metano, gli idrofluorocarburi (HFC) e il carbonio nero, noto anche come black carbon.
La loro permanenza atmosferica più breve fa sì che la riduzione delle emissioni possa produrre benefici sulle temperature in tempi relativamente rapidi. Intervenire su queste sostanze non può sostituire il taglio delle emissioni di anidride carbonica, fondamentale per contrastare il cambiamento climatico nel lungo periodo, ma può contribuire a rallentare più rapidamente il riscaldamento.
Secondo le simulazioni di Climate Analytics, le riduzioni più ambiziose delle emissioni di questi agenti potrebbero diminuire il ritmo del riscaldamento di circa il 12% nel periodo 2026-2035 rispetto allo scenario di riferimento. Nello stesso arco temporale, l’eliminazione graduale dei combustibili fossili produrrebbe una riduzione di circa l’8%.
È però dalla combinazione delle due strategie che emergono i risultati più significativi. Durante gli anni 2030, infatti, la loro azione congiunta potrebbe dimezzare il ritmo del riscaldamento, portandolo da circa 0,26 °C per decennio a 0,13 °C. Si tratta di un valore paragonabile ai ritmi di riscaldamento osservati negli anni Sessanta.
Rallentare la velocità con cui aumentano le temperature avrebbe conseguenze importanti anche sulla capacità di adattamento delle società e degli ecosistemi. Un riscaldamento più graduale lascerebbe infatti più tempo per prepararsi agli impatti del cambiamento climatico e ridurrebbe la rapidità con cui si intensificano i rischi legati agli eventi estremi.
Il metano è il principale obiettivo tra i fattori climatici di breve durata
Tra le sostanze analizzate, il metano è quella su cui una riduzione delle emissioni può produrre i maggiori benefici in termini di temperature. Le misure per contenerne le emissioni potrebbero evitare circa 0,09 °C di riscaldamento entro il 2050 e fino a 0,24 °C entro il 2100, se aggiunte a uno scenario che prevede già un’ambiziosa transizione fuori dai combustibili fossili.
Una parte consistente di questi benefici dipende dagli interventi in agricoltura e nella gestione dei rifiuti, due settori che continueranno a rappresentare fonti importanti di metano anche con il progressivo abbandono di carbone, petrolio e gas.
L’agricoltura contribuirebbe per circa il 48% ai benefici ottenibili dalla riduzione del metano nel 2050 e per il 63% nel 2100. La gestione dei rifiuti avrebbe un peso rispettivamente del 32% e del 35%. Anche gli interventi sulle emissioni legate alla produzione e all’estrazione dei combustibili fossili rimangono importanti, soprattutto durante la fase di transizione.
Il rapporto evidenzia inoltre il contributo degli interventi sugli HFC, gas utilizzati soprattutto nei sistemi di refrigerazione e condizionamento e caratterizzati da un elevato potenziale di riscaldamento globale. La loro progressiva eliminazione, già prevista dall’Emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal, può essere ulteriormente accelerata, contribuendo a contrastare il cambiamento climatico.
Per tornare sotto 1,5 °C servono altre misure contro il cambiamento climatico
Uno dei messaggi più importanti dello studio è che nessuna singola misura, e nemmeno la sola combinazione tra abbandono dei combustibili fossili e riduzione dei fattori climatici di breve durata, sarebbe sufficiente per riportare il riscaldamento globale sotto 1,5 °C entro la fine del secolo.
Nello scenario che combina queste due strategie, le temperature raggiungerebbero un picco di circa 1,7 °C nel 2049 e inizierebbero successivamente a diminuire. Entro il 2100, tuttavia, il riscaldamento rimarrebbe intorno a 1,6 °C rispetto ai livelli preindustriali.
Per tornare sotto la soglia di 1,5 °C sarà quindi necessario affiancare a questi interventi altre misure, in particolare la riduzione delle emissioni legate all’uso del suolo, alla deforestazione e ai cambiamenti nella copertura forestale, oltre allo sviluppo di nuove tecnologie per rimuovere CO₂ dall’atmosfera.
Nello scenario più ambizioso considerato, che combina tutti e quattro questi ambiti di intervento, il riscaldamento raggiungerebbe un picco di circa 1,7 °C nel 2043, per poi scendere a circa 1,4 °C entro il 2100. In uno scenario di mitigazione ancora più profonda, che comprende anche ulteriori riduzioni delle emissioni industriali e di altri gas serra, le temperature potrebbero diminuire fino a circa 1,2 °C entro la fine del secolo.
Questi risultati presuppongono però interventi estremamente ambiziosi e coordinati. Rallentare la transizione dai combustibili fossili comprometterebbe la possibilità di tornare sotto 1,5 °C, anche in presenza di importanti riduzioni delle altre emissioni.
Le decisioni della COP31 saranno decisive
«Fermare il riscaldamento globale è ancora possibile, ma non ci sono scorciatoie. La riduzione delle emissioni di metano e di altri gas serra a breve termine può rallentare il riscaldamento nell’immediato, ma non può sostituire l’eliminazione graduale dei combustibili fossili», ha dichiarato Anna Kanduth, analista senior di politica climatica presso Climate Analytics e coautrice del rapporto.
Un concetto ribadito anche da Bill Hare, amministratore delegato di Climate Analytics, che ha sottolineato come ogni anno di ulteriore aumento delle temperature comporti un incremento dei rischi climatici. Gli strumenti per raggiungere un picco del riscaldamento entro il 2050 esistono già, ma la loro efficacia dipenderà dalla rapidità con cui i governi decideranno di utilizzarli.
Con l’avvio della COP31 di Antalya, l’analisi offre quindi un’indicazione importante per i negoziati internazionali: contrastare il cambiamento climatico non significa soltanto ridurre le emissioni nel lungo periodo, ma anche intervenire rapidamente sulle sostanze che possono accelerare l’aumento delle temperature nei prossimi anni.
La possibilità di limitare il superamento della soglia di 1,5 °C e riportare successivamente il riscaldamento al di sotto di questo limite non è ancora perduta. Ma, come evidenzia Climate Analytics, richiede un’azione ambiziosa su tutti i fronti, senza utilizzare la riduzione delle emissioni di metano e degli altri fattori climatici di breve durata come alternativa alla necessaria uscita dai combustibili fossili.