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IPCC, nessun accordo sui tempi del prossimo rapporto: a rischio il bilancio globale del 2028

La sessantacinquesima plenaria dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change) si è chiusa venerdì 16 ottobre ad Addis Abeba senza una data per la pubblicazione dei prossimi rapporti sul clima. A voler essere precisi, è stata sospesa. Il presidente Jim Skea ha interrotto i lavori perché i negoziati erano andati oltre l’orario previsto e molte delegazioni dei paesi meno sviluppati e dei piccoli stati insulari avevano dovuto lasciare la sede. Decidere in loro assenza avrebbe tradito il principio del consenso, su cui si regge l’intero Gruppo intergovernativo.

A bloccare i lavori è in particolare il disaccordo sulle tempistiche dei tre rapporti dei gruppi di lavoro del settimo ciclo di valutazione (AR7). Secondo il comunicato rilasciato dall’organismo internazionale, «le deliberazioni riprenderanno alla prima occasione utile». Ma non c’è nessuna data, per ora.

Perché è importante

L’Accordo di Parigi prevede un bilancio globale dell’azione climatica ogni cinque anni, il Global Stocktake. Il primo si è concluso alla COP28 di Dubai e si è basato sulla scienza del sesto rapporto di valutazione (AR6), completato nel marzo 2023, come ricorda l’IPCC stesso. Il secondo si chiude con i negoziati Onu di novembre 2028, la COP32.

Per entrare in quel bilancio, i tre rapporti dei gruppi di lavoro dell’AR7 devono uscire entro il 2028. I rapporti – su scienza fisica del clima, impatti e adattamento, mitigazione – sono cruciali perché, scritti da centinaia di esperti e approvati da tutti gli stati membri, forniscono una base scientifica condivisa per la prossima fase dell’azione climatica.

IPCC in stallo, gli interessi in gioco

Lo stallo dura dal gennaio 2024. Da una parte c’è una coalizione di 30 paesi, tra cui stati europei, latinoamericani e piccoli stati insulari, che vuole i rapporti pronti per il 2028. Tra i più attivi in passato ci sono stati l’Unione europea e il Giappone. Anche il Nepal, paese meno sviluppato, ha espresso preoccupazione per la mancanza di un accordo sul pacchetto completo entro il 2028. I Paesi Bassi hanno sostenuto che consegnare i rapporti dopo il bilancio ne ridurrebbe in modo significativo la rilevanza politica.

Dall’altra parte India, Arabia Saudita, Cina, Russia, Kenya e Sudafrica chiedono più tempo, con l’Egitto spesso sulla stessa linea. Secondo un’analisi che era stata pubblicata da Carbon Brief dopo un precedente rinvio, alcune loro proposte spostano al 2029 i rapporti su impatti e mitigazione. In alternativa, indicano il ciclo ordinario di sette anni, che porterebbe la conclusione al 2030.

La mappa non coincide con la solita divisione tra paesi ricchi e poveri. I piccoli stati insulari e i paesi meno sviluppati, i più esposti agli impatti, stanno con chi vuole accelerare (sono anche le delegazioni che venerdì hanno dovuto lasciare la sala). Il blocco del rinvio, a sua volta, riunisce paesi con interessi opposti, come il petrostato saudita.

L’argomento dichiarato dal fronte del rinvio ha una base reale: serve tempo perché scienziate e scienziati dei paesi in via di sviluppo contribuiscano con la propria letteratura e i governi dispongano di risorse per rivedere le bozze. L’AR6 aveva coinvolto oltre 700 autori e autrici di 90 paesi per circa 8.000 pagine e l’AR7, per la prima volta, vedrà oltre metà degli autori selezionati provenire da paesi in via di sviluppo e in transizione.

Il calendario, però, è anche una leva politica. Molti paesi con interessi nei combustibili fossili avevano già provato, senza riuscirci, a tenere le conclusioni dell’IPCC fuori dal primo Global Stocktake. Le criticità maggiori sono legate al rapporto sulla mitigazione, che parla di fonti fossili e di tagli alle emissioni: alcune proposte avanzate dal fronte del rinvio sostengono proprio di lasciare fuori dal bilancio i rapporti su impatti e mitigazione.

Un terzo problema riguarda le regole con cui vengono prese le decisioni. I governi partecipano all’approvazione delle sintesi dei rapporti dell’IPCC, esaminandone il testo riga per riga. Questo può trasformare anche la scelta delle date di pubblicazione in una questione politica. Per evitare che i paesi usassero il negoziato sui contenuti dei rapporti per fare pressione sugli altri sul calendario, l’ufficio di presidenza dell’IPCC aveva deciso di discutere le scadenze soltanto dopo aver concordato la struttura dei rapporti.

Cosa succede ora

Una sospensione non è un fallimento definitivo: la plenaria può riunirsi di nuovo, e la scadenza del 2028 non è ancora persa. Ma lo stallo si trascina ormai da quasi due anni, e ogni mese senza accordo riduce lo spazio per le revisioni dei governi e per le sessioni di approvazione.

Il resto del programma di lavoro non si ferma. Il rapporto speciale su clima e città è atteso per marzo 2027 e un rapporto metodologico sugli inventari degli inquinanti climalteranti di breve durata per la seconda metà del 2027.

Redazione

Redazione giornalistica composta da esperti di clima e ambiente con competenze sviluppate negli anni, lavorando a stretto contatto con i meteorologi e i fisici in Meteo Expert (già conosciuto come Centro Epson Meteo dal 1995).

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