Dalla crisi alla rinascita: il mondo accelera sul ripristino della natura

Il ripristino degli ecosistemi sta raggiungendo una scala senza precedenti. Nel mondo sono circa 252 milioni gli ettari di territori degradati interessati da interventi di recupero, un’estensione paragonabile a quella del Kazakistan. I progetti coinvolgono 149 Paesi e hanno contribuito alla creazione di oltre un milione di posti di lavoro nel settore ambientale. Un risultato significativo, che testimonia una crescente mobilitazione internazionale per contrastare la perdita di biodiversità e recuperare gli ambienti naturali danneggiati dalle attività umane.
A fotografare i progressi è il rapporto The Restoration Progress Report: Nature’s Comeback, pubblicato il 29 ottobre 2026 dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) insieme ai suoi partner. Si tratta della prima valutazione complessiva dei progressi compiuti nel ripristino dei diversi tipi di ecosistemi, terrestri e acquatici, a cinque anni dall’avvio del Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi.
Nonostante i risultati incoraggianti, il rapporto evidenzia anche una criticità: il ritmo degli interventi non è ancora sufficiente per raggiungere gli obiettivi globali fissati per il 2030.
Il ripristino della natura coinvolge un’area grande quanto il Kazakistan
Nel 2021, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) hanno lanciato il Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi, un’iniziativa globale nata con l’obiettivo di fermare e invertire il degrado della natura.
In quell’occasione, governi e organizzazioni internazionali si erano impegnati a ripristinare circa un miliardo di ettari di ecosistemi degradati, una superficie superiore a quella della Cina. A cinque anni di distanza, il nuovo rapporto fa il punto sui progressi raggiunti e documenta interventi in corso su circa 252 milioni di ettari in 149 Paesi.
La mobilitazione ha prodotto anche ricadute sociali ed economiche. I progetti di ripristino riconosciuti come UN World Restoration Flagships sono associati alla creazione di oltre un milione di posti di lavoro nel settore ambientale, mentre milioni di persone hanno ricevuto una formazione sulle attività di recupero degli ecosistemi. Secondo le stime riportate dall’UNEP, entro il 2030 il ripristino della natura potrebbe generare complessivamente oltre 32 milioni di nuovi posti di lavoro.
Sono inoltre aumentati gli impegni politici e le iniziative dedicate ad ambienti che in passato hanno ricevuto meno attenzione, tra cui ecosistemi di acqua dolce, mangrovie, barriere coralline e foreste di alghe.
Perché ripristinare gli ecosistemi è importante anche per il clima
Il recupero degli ambienti naturali non riguarda soltanto la tutela della biodiversità. Foreste, fiumi, zone umide, oceani e altri ecosistemi svolgono funzioni essenziali per la vita delle comunità umane: contribuiscono alla disponibilità di acqua e cibo, sostengono numerose attività economiche, proteggono le coste e aiutano a contenere gli effetti degli eventi meteorologici estremi.
Il ripristino può inoltre offrire un contributo importante alla lotta contro il cambiamento climatico. Gli ecosistemi in buono stato possono assorbire e immagazzinare anidride carbonica, contribuendo a limitare la concentrazione di gas serra in atmosfera. Recuperare gli ambienti degradati significa quindi anche rafforzare la capacità del pianeta di affrontare il riscaldamento globale.
Il rapporto cita alcune stime particolarmente significative: intervenire sul 15% delle aree prioritarie a livello mondiale potrebbe evitare il 60% delle estinzioni di specie previste. Le pratiche agroforestali, che integrano alberi e coltivazioni o allevamenti, potrebbero inoltre migliorare la sicurezza alimentare di 1,3 miliardi di persone.
Questi benefici mostrano come la tutela e il recupero della natura possano contribuire contemporaneamente ad affrontare diverse emergenze globali, dalla crisi climatica alla perdita di biodiversità, fino alla sicurezza alimentare.
Obiettivo 2030, i progressi non sono ancora sufficienti
Nonostante la crescita degli interventi, il mondo è ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi stabiliti per il 2030. Il quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022 e concordato nel 2023, prevede infatti di sottoporre a ripristino efficace almeno il 30% degli ecosistemi degradati entro la fine del decennio.
I 252 milioni di ettari attualmente interessati da interventi rappresentano appena il 34% del parametro indicativo globale associato a questo obiettivo. Le differenze tra i diversi ambienti sono inoltre molto marcate.
Sulla terraferma i progressi hanno raggiunto quasi la metà del traguardo previsto e il percorso viene considerato relativamente in linea con gli obiettivi. La situazione è più complessa per gli ecosistemi marini e costieri, che hanno raggiunto appena il 23% del parametro di riferimento, e soprattutto per quelli di acqua dolce, dove il dato si ferma al 5%.
Quest’ultimo risultato è particolarmente preoccupante anche perché gli ecosistemi di acqua dolce sono tra quelli che stanno subendo il degrado più rapido. Fiumi, laghi e zone umide sono sottoposti a pressioni sempre maggiori, con conseguenze sulla biodiversità e sulle risorse idriche da cui dipendono milioni di persone.
Servono più investimenti e progetti di lungo periodo
Un altro ostacolo importante riguarda le risorse economiche. Secondo il rapporto, gli investimenti annuali destinati al ripristino degli ecosistemi dovrebbero aumentare di oltre quattro volte, passando dagli attuali 64 miliardi di dollari a 296 miliardi entro il 2030.
La difficoltà è legata anche ai tempi con cui si manifestano i benefici degli interventi. I costi del ripristino sono spesso immediati, mentre i vantaggi, come una maggiore protezione dalle alluvioni, una migliore qualità dell’acqua, lo stoccaggio del carbonio e il recupero della biodiversità, possono richiedere anni prima di diventare pienamente visibili.
Per questo, sottolinea l’UNEP, non basta finanziare singoli progetti: occorre costruire modelli economici capaci di sostenere nel tempo la tutela e il recupero degli ecosistemi, coinvolgendo governi, istituzioni finanziarie e investitori privati.
Anche il modo in cui vengono progettati gli interventi è determinante. Ripristinare la natura non significa semplicemente piantare alberi o recuperare singole aree, ma considerare gli ecosistemi nel loro insieme, favorendo la connessione tra habitat e coinvolgendo le comunità locali. Un ruolo importante spetta anche alle popolazioni indigene, le cui conoscenze e competenze possono contribuire alla gestione sostenibile del territorio.
Il 2030, in questo scenario, deve essere considerato una tappa intermedia e non il punto di arrivo. I progressi documentati dal rapporto dimostrano che il ripristino della natura può essere realizzato su scala molto ampia, ma per invertire davvero la perdita di biodiversità sarà necessario accelerare gli interventi, rafforzare gli investimenti e garantire che i risultati ottenuti siano duraturi.
Il report delle Nazioni Unite è disponibile, in inglese, a questo link.