COP30, Papa Leone: la cura del creato come condizione per la pace
Alla COP30 di Belém il messaggio di Papa Leone XIV ha introdotto una lettura netta del negoziato climatico: la crisi del clima è inseparabile dalla giustizia, dalla stabilità internazionale e dalla pace. Una posizione che mette in discussione l’idea, ancora diffusa, che il clima sia un tema “tecnico” o, peggio, secondario rispetto ai conflitti geopolitici.
Pace e creato, un legame che molti trascurano
Il Papa parte da un principio semplice, ma politicamente scomodo: «Se vuoi coltivare la pace, prenditi cura del creato».
È un richiamo che mette a nudo un presupposto fragile del dibattito internazionale: che sicurezza e clima siano due capitoli separati. Non lo sono. E il Papa lo esplicita: «La ricerca della pace da parte delle persone di buona volontà diventerebbe certamente più facile se tutti riconoscessero la relazione indivisibile tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato».
Tradotto: non puoi parlare di pace mentre continui a devastare gli ecosistemi da cui dipendono le persone.
In un mondo in fiamme, anche letteralmente
Nel suo messaggio alla COP30, Papa Leone non ignora le guerre in corso. Anzi, le mette accanto al caos climatico: «In mezzo a un mondo che è in fiamme, a causa sia del riscaldamento globale che dei conflitti armati, questa Conferenza dovrebbe diventare un segno di speranza».
Qui apre un altro fronte: l’urgenza di un dialogo multilaterale vero, capace di scambiare posizioni e rinunciare a interessi di corto respiro. Qualcuno potrebbe accusarlo di idealismo, ma sarebbe ingiusto archiviare così il punto. L’attuale frammentazione geopolitica è proprio la ragione per cui il Papa insiste sul multilateralismo: senza cooperazione, la finestra dei +1,5 °C si chiude.
La crisi climatica è una questione morale
Il testo ricorda che già negli anni ’90 Giovanni Paolo II definiva la crisi ecologica «una questione morale», che esige «una nuova solidarietà» tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo.
Leone XIV prosegue su questa linea: i primi a soffrire gli impatti climatici sono le popolazioni vulnerabili. Non per fatalismo, ma perché le loro comunità sono esposte, indebitate, e spesso escluse dai processi decisionali: «Coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’inquinamento». È un punto che molti governi preferirebbero evitare, perché implica riconoscere responsabilità storiche e materiali.
Il Papa invita a non accontentarsi delle dichiarazioni di principio: «È vitale trasformare parole e riflessioni in scelte e azioni basate sulla responsabilità, sulla giustizia e sull’equità». E precisa che la transizione non riguarda solo gli Stati: «Le azioni di risposta dovrebbero includere governi locali, ricercatori, giovani, imprenditori, organizzazioni religiose e ONG».
È una correzione utile a un presupposto diffuso: che la transizione sia un processo top-down. Non è così. E se continuiamo a trattarla in quel modo, rallentiamo tutto.
Il nodo: il fallimento non è dell’Accordo di Parigi
A dieci anni dall’Accordo di Parigi, Leone XIV non fa sconti: «Dobbiamo ammettere che il cammino per raggiungere gli obiettivi fissati resta lungo e complesso».
E rilancia una verità scomoda: non serve riscrivere gli strumenti, serve finalmente applicarli.
In un altro messaggio diffuso a COP30, il Papa aveva già chiarito che non è l’Accordo a fallire, ma la volontà politica. Ed è difficile dargli torto: le emissioni globali restano altissime, i finanziamenti insufficienti, le perdite e i danni aumentano.
Una nuova architettura finanziaria globale
La parte più politica del messaggio riguarda la finanza internazionale: «Che questa conversione ecologica ispiri lo sviluppo di una nuova architettura finanziaria internazionale incentrata sulla persona umana […] tenendo conto anche del legame tra debito ecologico e debito estero».
Qui il Papa sposta l’attenzione sul vero collo di bottiglia: senza riformare le regole della finanza globale, i Paesi vulnerabili non potranno sviluppare politiche climatiche all’altezza. Un punto che molti governi occidentali tendono ad annacquare, per ovvie ragioni.
Costruire un mondo pacifico attraverso la cura
La conclusione del messaggio non è un motto spirituale, ma un impegno politico rivolto ai negoziatori: «Possano tutti quelli che partecipano a questa COP30 impegnarsi a proteggere e prendersi cura del creato che ci è stato affidato da Dio, per costruire un mondo pacifico.»
E riecheggia il suo altro intervento ai vescovi del Sud globale: «Siamo custodi del creato, non rivali in lotta per depredarlo».
È una frase che colpisce perché spazza via un altro presupposto tossico del dibattito: che il clima sia un’arena competitiva, dove si “difendono interessi nazionali”. Il Papa dice l’opposto: la competizione per le risorse è parte del problema.
NOTE: questo articolo è stato generato con il supporto dell’intelligenza artificiale.