Clima

Il riscaldamento globale renderà gli uragani più intensi e distruttivi?

Già oggi il cambiamento climatico ha reso territori e popolazioni molto più vulnerabili

Quando ci si trova di fronte alla distruzione di uragani come Dorian, la domanda che in molti rivolgono a meteorologi e climatologi riguarda il futuro. Uragani e tifoni saranno ancora più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale? Gli esperti sono d’accordo nel dire che, sebbene non si possa parlare di un aumento della frequenza di questi fenomeni meteorologici, è possibile che in futuro uragani e tifoni diventeranno mediamente più intensi e che il loro impatto sulla terraferma sarà ancora più distruttivo.

Secondo il Geophysical Fluid Dynamics Laboratory, la probabilità che in futuro (con un riscaldamento globale di 2 °C) si formino uragani e tifoni più intensi aumenterà tra l’1 e il 10%. Aumenteranno non di numero ma di intensità: è probabile che entro la fine del XXI secolo si contino più uragani e tifoni di categoria 4 o 5 rispetto ad oggi. Le piogge che accompagnano le tempeste saranno probabilmente del 10-15% più intense e le inondazioni costiere più devastanti a causa dell’innalzamento del livello dei mari.

Uragani e tifoni, cosa cambierà in futuro? Lo abbiamo chiesto alla nostra meteorologa Serena Giacomin:

Al momento non ci sono ancora evidenza statistiche che mettano in chiara correlazione la frequenza degli uragani con il riscaldamento globale. Ci vuole almeno un secolo di dati raccolti con precisione per determinare una tendenza e quindi un cambiamento di tendenza. Ci vuole cautela, la fretta può essere nemica della scienza. Quello che però si può, anzi si deve sottolineare è come il cambiamento climatico stia già oggi rendendo territori e popolazioni più vulnerabili davanti ad una potenza distruttiva maggiorata.

Innanzitutto peserà l’aumento del livello del mare, in parte dovuto a fenomeni di subsidenza d’impatto antropico, a seguito delle estrazioni petrolifere e del pompaggio delle acque sotterranee. Le coste del Texas, ad esempio, hanno subìto un aumento anche superiore ai 15 cm negli ultimi decenni, centimetri sufficienti a rendere la costa più vulnerabile, aumentando gli effetti dell’onda di tempesta che si genera durante un uragano (chiamata storm surge) fino a farli diventare ancora più devastanti rispetto a come sarebbero stati pochi decenni fa.

L’aumento della temperatura superficiale del mare potrà contribuire nella formazione di uragani più potenti. C’è una relazione termodinamica, l’equazione di Clausius-Clapeyron, che lega temperatura ed umidità atmosferica: per ogni mezzo grado in più abbiamo un aumento di circa il 3% del contenuto medio di umidità atmosferica che è da ritenersi, in termini semplici, un vero e proprio combustibile per un uragano di passaggio.

Il mare più caldo serve energia potenziale su un piatto d’argento agli uragani di passaggio: sommiamo più caldo, più umidità, più piogge, e troviamo maggior devastazione. La grande quantità di umidità a disposizione aumenta infatti la possibilità che le precipitazioni diventino esageratamente abbondanti, amplificando esponenzialmente il rischio di inondazioni. 

A Devastating Stall by Hurricane Dorian

When Dorian developed in the Atlantic Ocean during the last week of August 2019, steering winds pushed the storm forward at a respectable rate—about 10-15 miles (16-24 kilometers) per hour. So when the hurricane passed between Puerto Rico and the U.S. Virgin Islands, damage from the storm surge, rain, and wind was modest, explained NASA atmospheric scientist Marangelly Cordero-Fuentes. But as the intensifying storm approached the Bahamas, its forward motion slowed to an excruciating pace.A nightmare scenario unfolded. The second strongest Atlantic hurricane in modern meteorological records stalled over Grand Bahama, the northernmost of the Bahama Islands. Late on September 1 and early on September 2, Dorian was moving at just a few miles per hour and blowing maximum sustained winds as high as 185 miles (295 kilometers) per hour. Dorian was “stationary,” the National Hurricane Center reported. For an extraordinary 40 consecutive hours, the storm hovered over the small island, lashing it with extreme rain, waves, and wind.When Dorian finally began drifting north, it left a wake of catastrophic damage in the Bahamas. Preliminary assessments indicated that nearly 70 percent of homes were underwater at some point. The Red Cross reported roughly 13,000 homes were destroyed or severely damaged.“A storm that stalls means more extreme rain, more extreme winds, more extreme damage,” explained Timothy Hall, NASA Goddard Institute of Space Studies scientist. “Stalling over a populated area is the absolute last thing you want to see a hurricane do.”The visualization above, a combination of rainfall accumulation and wind speed data, highlights Dorian's remarkable behavior. Notice how rainfall rates rose sharply as the storm slowed down on September 2-3, 2019. By September 4, satellites estimated that an extraordinary 60 inches (150 centimeters) of rain fell over parts of Grand Bahama.The rainfall data comes from the Integrated Multi-satellite Retrievals for GPM (IMERG); much of it is collected by the Global Precipitation Measurement (GPM) satellite. The wind data come from the Goddard Earth Observing System Model (GEOS), an experimental weather model that scientists at NASA use to analyze global weather phenomena. The GEOS model ingests wind data from more than 30 sources, including ships, buoys, radiosondes, dropsondes, aircraft, and satellites.The chances that a storm will stall seem to be rising for hurricanes in the North Atlantic. Hall recently published a study with NOAA atmospheric scientist James Kossin reporting that storms have been moving slower and stalling more over the past seven decades. Of the 66 storms that stalled in the North Atlantic basin between 1944 and 2017, nearly two-thirds did so within the past 25 years.Hall sees climate change as a possible driver of this stalling trend, though he cautions that a connection between climate and stalling is not as definitive as the evidence that climate change is altering storms in other ways. For instance, there is more evidence that climate change is making hurricanes stronger and capable of producing more rain.“I’m glad that people are talking about stalling as an additional feature in the hazards of tropical cyclones,” Hall told Science News. “Category is important, but it’s not the be-all, end-all of a storm’s hazard. There’s the physical size of the storm, how it moves, the angle at which it impacts the coastline—all of which are going to have an effect on storm surge and flooding.”https://earthobservatory.nasa.gov/images/145559/a-devastating-stall-by-hurricane-dorian

Pubblicato da NASA Earth su Giovedì 5 settembre 2019

Lo stallo dell’uragano Dorian, tra l’altro, ha accentuato la forza distruttiva dell’uragano che per giorni ha insistito sulle stesse zone, scaricando al suolo una quantità di pioggia eccezionale. Anche questo aspetto potrebbe in futuro essere sempre più ricorrente: l’espansione dell’alta pressione subtropicale con carattere persistente è prevista dalle simulazioni che descrivono i cambiamenti climatici di origine antropica.

Tags

Articoli correlati