Bali: un paradiso che affoga nella plastica
Spiagge iconiche colpite ripetutamente da vere e proprie ondate di plastica spinte dalle correnti oceaniche e dalle mareggiate
Bali continua a essere una delle destinazioni più sognate al mondo: acque turchesi, onde perfette per il surf, templi immersi nel verde e tramonti infuocati. Eppure, da diversi anni, una realtà molto diversa si presenta sulle sue spiagge più famose, soprattutto durante la stagione delle piogge che va da novembre ad aprile. Quello che dovrebbe essere sabbia bianca si trasforma in un tappeto spesso e multicolore di rifiuti plastici: bottiglie, sacchetti, confezioni di cibo, cannucce, polistirolo e frammenti di ogni dimensione.
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Siamo a livelli definiti come i peggiori di sempre
Nel 2025 e nei primi mesi del 2026 il fenomeno ha raggiunto livelli definiti da molti locali come i peggiori di sempre: spiagge iconiche come Kedonganan, Jimbaran, Kuta, Legian e Seminyak sono state colpite ripetutamente da vere e proprie ondate di plastica spinte dalle correnti oceaniche e dalle mareggiate. Dopo mesi di lavoro estenuante di volontari e organizzazioni come Sungai Watch che ad esempio ha rimosso oltre 115 tonnellate di plastica da un’unica spiaggia, basta una forte mareggiata o un nuovo arrivo di monsone per riportare tutto indietro con cumuli alti anche mezzo metro che si estendono per chilometri.
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Perché succede proprio a Bali?
Le cause sono sistemiche e non si limitano ai turisti che lasciano mozziconi o bottigliette. Le piogge torrenziali nei mesi dei monsoni trasformano i fiumi balinesi in nastri trasportatori di rifiuti. La plastica accumulata in villaggi, mercati, città, finisce in mare e le correnti la riportano sulle coste occidentali e meridionali. Le discariche ufficiali sono sature da anni e nel Paese vige una gestione inadeguata: solo una minoranza dei rifiuti viene raccolta, riciclata in modo efficace. In più una parte significativa del materiale che si deposita sulle spiagge proviene da altre parti dell’Indonesia e del Sud-Est asiatico, trasportato dalle correnti marine. C’è poi l’effetto turista: decenni di crescita esplosiva stimata in oltre 6 milioni di visitatori internazionali all’anno, ha sovraccaricato un sistema già di base inadeguato.
Gli sforzi in corso e i loro limiti
Dal 2019 Bali è stata la prima provincia indonesiana a vietare i sacchetti di plastica monouso, seguita da divieti su cannucce, tazze e contenitori di polistirolo in molti settori. Nel 2025 il governatore I Wayan Koster ha inasprito le misure con il divieto di bottigliette d’acqua in plastica sotto 1 litro (entrato pienamente in vigore quest’anno), piani per vietare la produzione di piccoli packaging monouso e l’ambizioso progetto “Bali zero waste entro il 2027”.
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Organizzazioni come Sungai Watch, Ocean Gardener, EcoBali, centinaia di gruppi locali e internazionali hanno installato barriere fluviali, organizzato pulizie di massa e cercato di sensibilizzare residenti e turisti. Alcuni resort di lusso hanno eliminato decine di tonnellate di plastica all’anno cambiando forniture. Purtroppo però i risultati concreti sulle spiagge rimangono modesti: le ondate di plastica continuano ad arrivare con regolarità drammatica, segno che i divieti a valle non bastano se la produzione e la dispersione a monte non vengono fermate drasticamente.

Il paradosso è crudele: proprio la bellezza che attira milioni di persone rischia di essere soffocata dalla plastica che quelle stesse e l’industria che le serve, contribuiscono a produrre. Bali sta provando a cambiare rotta con leggi sempre più severe e un grande piano di economia circolare, ma il tempo stringe. Il 2026 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui l’Isola ha deciso se salvare il suo paradiso o lasciarlo annegare sotto un mare di plastica monouso.



