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L’incertezza non ci piace, eppure avrebbe un valore inestimabile

Il modo in cui la scienza gestisce l’incertezza e la comunica ai responsabili politici può modificare l’impatto di un rischio grave e minaccioso, come quello legato al cambiamento climatico

C’è chi sostiene che all’incertezza ci si debba rassegnare. Chi procrastina le proprie azioni e decisioni per eccesso di incertezza. Qualcuno addirittura ha detto che, di fronte all’incertezza perpetua, preferirebbe vivere nella disperazione.

Iniziamo con un esempio. Una tazzina colma di caffè sta per cadere da un tavolo sul pavimento. Ne siamo certi: il caffè si rovescerà e la tazzina si romperà in pezzi. In quanti pezzi si romperà? Farà male a qualcuno? E quanto male potrà fare? Questi sono, invece, risultati altamente incerti a cui non è possibile dare una risposta.

Ma il fatto che le incertezze siano grandi, non vuol dire che i rischi associati siano piccoli. Peccato che all’individuo, l’incertezza non piaccia, ne è avverso. Tanto che fatica sia ad accettarla che a comunicarla, amplificando inevitabilmente il rischio che ne può conseguire. Da quello che possiamo osservare, anche la sfera dell’informazione è prevalentemente incapace di comunicare l’incertezza e di suggerirne un “utilizzo”. Anzi, spesso la maschera da (pericolose) certezze.

L’incertezza caratterizza la vita, come la si potrebbe “utilizzare”?

Se da un lato l’incertezza legata a una probabile minaccia (ad esempio, il cambiamento climatico) appare come qualcosa da misconoscere per non perdersi in una visione estrema del futuro, dall’altro l’incertezza dovrebbe essere la condizione ideale per invogliare l’individuo a scoprire le proprie possibilità. 

L’anno 2020 può diventare un caso emblematico 

Per provare a trovarci qualcosa di buono, i mesi passati vanno analizzati considerando lucidamente la profonda incertezza in cui sono precipitate le nostre vite. In questo lungo precipizio gli unici appigli che siamo riusciti a mettere a fuoco sono il nostro senso di responsabilità, le azioni politiche (che collegano le azioni delle persone agli impatti sulle persone), ma soprattutto le soluzioni scientifiche.

Il senso di responsabilità dipende da ciascuno di noi e non è determinabile, quindi è incerto. Le azioni politiche dipendono dai politici in carica e dalla loro consapevolezza (quindi anche dal modo in cui vengono formati e informati) restano incerteMentre le soluzioni scientifiche sono la cosa più preziosa che abbiamo a disposizione, ma NON sono in grado di mettere sul campo “certezze inconfutabili” (che che ne dica il Ministro per gli Affari regionali e le autonomie Francesco Boccia).

Dichiarazione del Ministro Boccia, 20 Aprile 2020 «Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema. […] Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza. Noi politici ci prendiamo la responsabilità di decidere, ma gli scienziati devono metterci in condizione di farlo»
Se un Ministro si spinge a tali affermazioni pubbliche, le cause possono risiedere nella sua personale scarsa conoscenza del metodo scientifico, ma anche in qualche pecca in cui la comunicazione troppo spesso inciampa.

La scienza, con le sue dichiarazioni, alcune volte si affretta a comunicare ciò che è quasi noto, spacciandolo per certo. Questo è un errore grave – anzi gravissimo – perché l’obiettivo della scienza non può essere solo quello di ridurre il più possibile l’incertezza, ma di saperla comunicare al meglio, proprio per potenziare i risultati del processo decisionale. E questa valorizzazione dell’incertezza deve avvenire soprattutto se può esserci un forte vantaggio nell’azione immediata.

Prendendo spunto dalla recente emergenza sanitaria per il COVID-19, la scienza poteva essere quasi certa che gli impatti (in termini di contenimento del contagio) del distanziamento sociale potessero essere enormi, anche quando non era in grado di quantificare questi impatti. La scienza poteva essere quasi certa che igienizzare con cura mani e superfici potesse portare ad ottimi risultati, anche quando non c’era modo di misurarne gli effetti. Al contrario, la scienza è sempre stata incerta (e lo è tuttora) sull’impatto devastante di un ritorno immediato alla vita pienamente sociale. Ma la scienza può (e dovrebbe sempre) dare valore a questa profonda incertezza legata all’impatto sociale, comunicando il rischio ai decisori politici con l’obiettivo di ridurlo al massimo.

La certezza – a dire il vero – è un traguardo che va ben oltre gli obiettivi della scienza. La scienza mira a discutere la realtà, spesso modellizzandola, sviluppando le possibilità e quantificando l’incertezza in termini di probabilità. L’imprecisione scientifica (possiamo chiamarla anche così) è espressa da qualsiasi scienziato attraverso una dichiarazione di probabilità. Questo è un aspetto profondamente radicato nel metodo scientifico. Per uno scienziato una previsione è incompleta senza una chiara quantificazione della sua imprecisione.

Quindi, quali possibilità possono nascere dalla presenza di incertezza?

Entriamo più nel dettaglio della questione climatica, con la premessa che i disequilibri ecosistemici del pianeta Terra e le relative conseguenze sui nostri assetti sociali ed economici non sono – purtroppo – rischi futuri. Gli effetti si sono in parte già concretizzati. L’obiettivo resta, quindi, quello di ridurre il rischio che la situazione peggiori. Questo obiettivo può essere raggiunto solo utilizzando le conoscenze che abbiamo a disposizione.

Nell’utilizzo della scienza del clima sembra ci sia un bug di sistema: i decisori politici vorrebbero basarsi su risultati chiari dei modelli di simulazione climatica che appaiono, invece, ambigui. Le decisioni dovrebbero quindi basarsi su numeri inevitabilmente associati ad un elevato valore di incertezza. La discussione appare senza fine, perché si vorrebbe stabilire un risultato certo e descrivibile che… semplicemente non esiste, perché la certezza non è offerta dalla scienza. Ma – e questo è un punto fondamentale – la mancanza di certezza (quindi di un risultato preciso, senza incertezze) non fornisce nessuna motivazione razionale all’inazione.

Tornando all’esempio della tazzina. Il fatto di non sapere con certezza in quanti pezzi la tazzina si romperà a seguito della caduta dal tavolo, non ci impedisce in alcun modo di provare a non farla cadere.

Il modo in cui la scienza gestisce l’incertezza e la comunica ai responsabili politici è fondamentale e può modificare significativamente l’impatto di un rischio grave e minaccioso, come quello legato al cambiamento climatico.

Far dialogare scienza e politica è tutt’altro che semplice. Come si fa?

A volte, anzi molto spesso, la percezione del rischio associato a un’incertezza è soggettiva. Può infatti essere compresa in modo differente dalla persona scientificamente formata e dalla persona che viene informata. Dipende – purtroppo – anche dalla personalità dello scienziato che decide di informare e dalla sua riconoscibilità.

Facciamo un esempio famoso. Se il premio Nobel Carlo Rubbia, davanti al Senato, sostiene che il clima sia sempre cambiato e che un paio di millenni fa le Alpi erano calde, tanto che Annibale è riuscito ad attraversarle con migliaia di elefanti africani… quale persona, o decisore politico, non penserebbe che questa affermazione sia certa? E che quindi il riscaldamento globale non sia eccezionale? (In realtà, quella degli elefanti di Annibale e delle Alpi a quel tempo più calde di oggi è solo una dannosa leggenda).

I rapporti prodotti dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) offrono un metodo robusto per trattare l’incertezza, con un linguaggio calibrato per comunicare coerentemente le informazioni probabilistiche, quantificando l’imprecisione. Quello dell’IPCC è di certo un esempio virtuoso. Sarebbe altrettanto utile una guida su come comunicare al meglio – o non comunicare affatto! – le intuizioni scientifiche prima che vengano adeguatamente analizzate con risultati e relative imprecisioni, condivisi dalla comunità scientifica, fino a prova contraria.

Cosa fare per ottenere una sana politica climatica

Possiamo pensare a uno schema che rifletta la “catena delle cause” riguardo al cambiamento climatico, evidenziando come le azioni delle persone abbiano un impatto sulle persone. La catena riflette la propagazione delle incertezze da un anello all’altro. Queste incertezze non sono mai da sottovalutare: a prima vista, alcune incertezze possono infatti apparire quasi irrilevanti in alcuni anelli, ma avere effetti amplificati in un altro anello. Quindi, in ciascun anello della catena delle cause l’incertezza gioca un ruolo differente, ma sempre significativo.

Catena delle cause, royalsocietypublishing.org -Rielaborazione grafica IconaClima

Per questo l’identificazione di strategie robuste è fondamentale per adempiere al dovere politico della riduzione del rischio climatico a cui è esposta la cittadinanza. E la comunità scientifica, in questo processo, deve avere un ruolo significativo lavorando il più possibile per aumentare la robustezza decisionale, tramite la comunicazione dei risultati e delle relative incertezze, in modo chiaro e coerente.

A questo punto sarebbe importante chiedersi: la “risposta migliore” che attualmente la scienza riesce a mettere a disposizione è adatta alle domande politiche?

Per la maggior parte degli scienziati, il loro personale sostegno alle decisioni politiche si ferma alla comunicazione dei risultati scientifici. A ben guardare, un decisore politico si trova poi davanti una complessità molto difficile da gestire.

Facciamo un esempio. La scienza determina una roadmap per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti in modo che si abbia una probabilità al 50% di rimanere al di sotto della pericolosa soglia del riscaldamento globale, +2°C. A questa “sfida scientifica” segue la rilevante sfida politica del cambiamento che fa emergere molte questioni: ad esempio, se in gioco c’è la vita stessa degli individui, è meglio mirare a una probabilità di riuscita al 50% oppure utilizzare i dati scientifici mirando al 95%?

Quel che è certo è che il cambiamento climatico dovrebbe essere considerato un rischio inaccettabile (pur ammettendo che tradurre gli obiettivi scientifici in risultati non sia affatto semplice). Una maggior disponibilità della scienza è d’obbligo, anche perché la comunicazione scientifica diventa più efficace solo quando gli scienziati si pongono in prima linea (affiancando anche i giornalisti) dopo aver considerato attentamente tutte le leve dei processi decisionali. D’altra parte il mondo politico dovrebbe finalmente intuire quanto il coinvolgimento degli scienziati debba andare oltre la sola presentazione dei risultati dei modelli fisico-matematici; bisognerebbe lavorare anche per screditare un’opinione molto diffusa tra gli scienziati, ovvero che i responsabili politici siano interessati solo ai numeri facili da capire, che si possono spiegare in meno di 15 minuti. I sistemi complessi richiedono molto di più per essere interpretati e guidati.

Ricordando, che sia nella scienza che nella politica, l’onestà accresce la credibilità. E quindi anche l’efficacia nel ridurre quel gravoso rischio a cui tutti noi siamo esposti.

 

 

 

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Serena Giacomin

Fisica, con specializzazione in Fisica dell’Atmosfera. Meteorologa certificata di Meteo Expert, climatologa e presidente dell’Italian Climate Network, il movimento italiano per il clima. Conduce le rubriche meteo in onda sui canali Mediaset e tramite le principali radio nazionali. Oltre alle attività di analisi previsionale, è impegnata nel Progetto Scuole per portare meteo e clima tra i banchi dei bambini e dei ragazzi. Autrice del libro ‘Meteo che Scegli, Tempo che Trovi’.

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