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L’acqua salata è la risorsa più preziosa per i Paesi del Golfo Persico

Sulla costa del Bahrain, nei giorni scorsi, un drone ha colpito un impianto di desalinizzazione. Non una raffineria, non un terminal petrolifero, non un deposito militare. Il bersaglio era il luogo dove l’acqua del mare viene trasformata nell’acqua potabile che scorre nei rubinetti delle case, nelle scuole e negli ospedali. In un Golfo che per decenni è stato raccontato come il cuore mondiale del petrolio, la guerra ha mostrato con chiarezza che oggi esiste un’infrastruttura altrettanto strategica, e forse ancora più fragile: quella che rende potabile l’acqua salata.

L’infrastruttura che permette di avere il bene primario per la vita su questo pianeta: l’acqua.

Secondo le prime ricostruzioni, il drone è apparso sui radar quando era ormai troppo vicino alla costa per essere intercettato. In un cielo già saturo di allarmi, di missili difensivi e di tracciati luminosi, è stato solo un segnale in più sugli schermi delle difese aeree. L’esplosione non ha prodotto immagini spettacolari: niente colonne di fumo nero, nessuna devastazione visibile nelle immagini diffuse dai media internazionali. Ma il punto colpito era di quelli che cambiano il significato di una guerra. Un impianto di desalinizzazione è, nel Golfo del 2026, una delle infrastrutture più vitali che esistano.

Per anni la narrativa strategica della regione è stata dominata dal petrolio. Lo Stretto di Hormuz è stato descritto come la strozzatura energetica del pianeta, il punto da cui passa una parte decisiva del commercio globale di greggio. Petroliere, raffinerie, oleodotti e terminali sono stati considerati gli obiettivi principali di ogni eventuale conflitto. Ma dietro le luci delle città costruite grazie al petrolio esiste un’altra dipendenza meno visibile.

Senza l’acqua prodotta dagli impianti di desalinizzazione, quelle stesse città non potrebbero semplicemente esistere.

Nel Golfo Persico la dipendenza da questa tecnologia è quasi totale. In gran parte della regione non esistono fiumi significativi, le falde sotterranee sono limitate o sovrasfruttate e le precipitazioni sono scarse. L’acqua potabile arriva quasi interamente dal mare. Gli impianti di desalinizzazione prelevano acqua salata, la filtrano attraverso sistemi complessi e la trasformano nell’acqua che alimenta le reti urbane.

Una vecchia analisi della CIA, tornata in questi giorni al centro dell’attenzione, sottolineava già più di un decennio fa quanto questo sistema fosse vulnerabile. All’epoca oltre il novanta per cento dell’acqua desalinizzata del Golfo proveniva da appena cinquantasei grandi impianti distribuiti lungo poche centinaia di chilometri di costa. Il numero complessivo di impianti oggi è molto più alto, circa quattrocento, ma la produzione continua a concentrarsi in poche strutture gigantesche di scala industriale.

Questo significa che interi Paesi dipendono da un numero estremamente limitato di infrastrutture. In Kuwait oltre il novanta per cento dell’acqua potabile arriva da sei grandi impianti. In Oman la quota supera l’ottantacinque per cento. In Arabia Saudita circa il settanta per cento dell’acqua urbana proviene dalla desalinizzazione, mentre il resto è fornito da falde interne sempre più sotto pressione. In Stati più piccoli come Qatar e Bahrain la dipendenza è ancora più marcata, perché il territorio offre pochissime alternative naturali.

Le cifre raccontano una realtà quasi paradossale. Le monarchie del Golfo sono state a lungo descritte come petro-stati, economie costruite sulla ricchezza del petrolio. Ma negli ultimi anni alcuni studiosi hanno iniziato a utilizzare un’espressione diversa: “regni dell’acqua salata”. Senza gli impianti di desalinizzazione, non esisterebbero i quartieri residenziali, gli ospedali, le infrastrutture turistiche e neppure la vita quotidiana di milioni di persone che abitano nelle metropoli del deserto.

Per capire quanto questa dipendenza sia critica basta leggere un documento diplomatico americano emerso anni fa grazie alle rivelazioni di WikiLeaks. Nel cablo, datato 2008, i diplomatici statunitensi spiegavano che il gigantesco complesso di desalinizzazione di Jubail, sul Golfo Persico, forniva fino al novanta per cento dell’acqua potabile destinata a Riyad, la capitale saudita situata centinaia di chilometri nell’entroterra.

Il documento conteneva una frase che oggi suona inquietantemente concreta: se quell’impianto o le sue infrastrutture di trasporto fossero stati seriamente danneggiati, la città di Riyad avrebbe dovuto essere evacuata nel giro di una settimana. Nella gerarchia delle infrastrutture strategiche saudite, l’impianto di Jubail era considerato secondo solo al gigantesco stabilimento petrolifero di Abqaiq.

All’epoca simili scenari sembravano esercizi teorici da uffici di intelligence. Oggi, con missili e droni che colpiscono realmente installazioni civili lungo le coste del Golfo, quelle ipotesi appaiono molto meno astratte.

Un altro elemento che colpisce nelle analisi di questi giorni riguarda le scorte d’acqua disponibili nelle grandi città della regione. A differenza del petrolio o del gas, che possono essere accumulati in grandi riserve strategiche, l’acqua potabile viene prodotta quasi continuamente e immessa direttamente nelle reti urbane. I serbatoi cittadini garantiscono solo margini di sicurezza limitati.

Per Riyad, secondo stime circolate negli ultimi anni, le riserve disponibili sarebbero dell’ordine di pochi giorni. Negli anni successivi al cablo diplomatico del 2008 l’Arabia Saudita ha cercato di rafforzare la propria strategia idrica costruendo nuovi bacini, ampliando gli impianti e realizzando enormi condutture che collegano il Golfo al Mar Rosso. Ma tutte le analisi concordano su un punto: la dipendenza resta strutturale e il margine di autonomia resta misurato in giorni, non in settimane o mesi.

Situazioni simili emergono anche altrove nella regione. Kuwait City dipende quasi completamente dall’acqua desalinizzata e studi accademici hanno segnalato che danni significativi a uno o due dei principali impianti potrebbero costringere il Paese a ricorrere rapidamente a importazioni d’emergenza. In Qatar e Bahrain alcune analisi indicano che le riserve potrebbero coprire soltanto pochi giorni di consumo in caso di interruzione completa della produzione.

Il problema non riguarda soltanto la quantità di acqua immagazzinata. Il sistema idrico dipende da una combinazione delicata di infrastrutture: stoccaggio, reti di pompaggio, distribuzione urbana, approvvigionamento energetico. Nei mesi estivi, quando le temperature superano spesso i quaranta gradi, il consumo d’acqua aumenta rapidamente e i margini di sicurezza si riducono ulteriormente.

Anche Israele, spesso citato come uno dei pionieri globali della desalinizzazione, affronta oggi vulnerabilità simili. Negli ultimi decenni il Paese ha costruito alcuni degli impianti più avanzati al mondo e oggi circa l’ottantasei per cento dell’acqua potabile israeliana proviene dal mare. Strutture come Sorek, Hadera o Ashkelon producono centinaia di migliaia di metri cubi d’acqua al giorno e rappresentano uno dei pilastri della sicurezza idrica nazionale.

Ma proprio questa concentrazione lungo la costa mediterranea li rende potenziali bersagli militari. Studi scientifici prevedono che entro metà secolo Israele dovrà aumentare drasticamente la propria capacità di desalinizzazione per sostenere la crescita demografica. Ciò significa che questi impianti diventeranno ancora più strategici e, di conseguenza, ancora più vulnerabili.

La vulnerabilità delle infrastrutture idriche non è un’ipotesi puramente teorica. Durante la prima guerra del Golfo, tra il 1990 e il 1991, l’esercito iracheno colpì deliberatamente centrali elettriche e impianti di desalinizzazione in Kuwait. Nello stesso periodo la distruzione delle raffinerie provocò uno dei peggiori sversamenti di petrolio della storia recente, contaminando vaste aree del Golfo e mettendo a rischio gli stessi sistemi di approvvigionamento idrico.

Oggi la situazione è ancora più delicata. Le popolazioni della regione sono molto più numerose, i consumi d’acqua pro capite sono tra i più alti al mondo e il cambiamento climatico sta rendendo ancora più difficile l’accesso alle risorse naturali.

Gli eventi delle ultime settimane mostrano come queste infrastrutture stiano entrando sempre più nel raggio delle operazioni militari. Missili lanciati verso il porto di Jebel Ali negli Emirati sono caduti a poche decine di chilometri da uno dei più grandi complessi di desalinizzazione del pianeta. Altri episodi hanno coinvolto strutture in Kuwait e negli Emirati, danneggiate indirettamente da esplosioni o da detriti di droni intercettati.

L’attacco al Bahrain ha reso evidente un punto fondamentale: la guerra nel Golfo non si gioca più soltanto sul petrolio. Colpire un impianto di desalinizzazione significa colpire direttamente la capacità di una città di continuare a vivere.

Gli esperti sottolineano inoltre che molti di questi impianti sono integrati con centrali elettriche. Nei sistemi di cogenerazione l’energia prodotta viene utilizzata sia per alimentare la rete elettrica sia per alimentare i processi di desalinizzazione. Danneggiare una delle due componenti significa spesso mettere fuori uso l’intero sistema.

Esiste poi un’altra minaccia meno visibile ma altrettanto seria: la contaminazione dell’acqua marina. Molti impianti sorgono accanto a raffinerie, terminal petroliferi o complessi industriali. Un attacco che provochi uno sversamento di petrolio o di sostanze chimiche potrebbe costringere a interrompere temporaneamente la produzione per evitare che gli impianti vengano danneggiati.

In scenari estremi, analizzati da alcuni esperti internazionali, incidenti industriali o nucleari lungo la costa potrebbero contaminare vaste aree marine, rendendo impossibile la desalinizzazione per lunghissimi periodi.

Per i governi della regione la sfida è quindi doppia. Da un lato bisogna proteggere queste infrastrutture con sistemi di difesa aerea, ridondanze tecniche e strategie di sicurezza sempre più sofisticate. Dall’altro occorre ripensare l’intero sistema idrico, riducendo la dipendenza da pochi mega-impianti costieri e investendo in stoccaggio, riuso delle acque reflue ed efficienza.

Ma la guerra ha già cambiato la percezione del problema. Per anni il rischio che una metropoli del Golfo potesse restare senz’acqua nel giro di pochi giorni sembrava una speculazione accademica. Oggi è diventato uno scenario concreto.

In una regione costruita sul petrolio, l’acqua salata del mare è diventata la risorsa più preziosa. E la sua trasformazione in acqua potabile è ormai una delle infrastrutture più strategiche e più vulnerabili del mondo contemporaneo.

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