Estrazione mineraria dai fondali marini: Trump accelera i permessi
L’amministrazione Trump ha semplificato le norme per l’estrazione mineraria dai fondali marini, favorendo aziende come The Metals Company. La mossa mira a ridurre la dipendenza dalla Cina sui minerali critici, ma scatena proteste ambientaliste per i rischi ecosistemici. Un passo verso la corsa alle risorse oceaniche in acque internazionali.
L’amministrazione Trump ha varato misure per accelerare l’estrazione mineraria dai fondali marini, aprendo nuove frontiere per le risorse sottomarine. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha approvato una norma che dimezza le valutazioni di impatto ambientale e le audizioni pubbliche, velocizzando le licenze per attività esplorative e commerciali. Questa decisione, emessa nelle scorse settimane, risponde a un ordine esecutivo presidenziale mirato a rafforzare l’industria mineraria oceanica contro il dominio cinese sui metalli critici.
La norma NOAA e l’interesse strategico
La regola Deep Seabed Mining: Revisions to Regulations for Exploration License and Commercial Recovery Permit Applications consolida i processi di revisione in un unico iter più rapido, senza eliminare le tutele ambientali secondo la portavoce NOAA Kim Doster. L’obiettivo è garantire una fornitura stabile di minerali come manganese, cobalto, nichel e rame, estratti dai noduli polimetallici sui fondali. Trump ha sottolineato che questa indipendenza è vitale per la sicurezza nazionale, riducendo la dipendenza dalla Cina e promuovendo l’innovazione tecnologica americana.
The Metals Company in prima linea
Il giorno dopo la pubblicazione della norma, The Metals Company, leader nella raccolta di noduli polimetallici, ha ampliato la sua richiesta di licenza per un’area nelle Samoa Americane, quasi doppia rispetto ai piani iniziali. Il CEO Gerard Baron ha celebrato la norma come una “modernizzazione significativa” del quadro normativo del Deep Seabed Hard Minerals Resource Act del 1980. L’azienda punta alla zona di Clarion-Clipperton nell’Oceano Pacifico, supportata dal piano di mappatura dei minerali critici offshore.
Opposizione ambientalista e rischi ignoti
Gli ambientalisti, da Greenpeace a scienziati indipendenti, denunciano pericoli irreversibili per gli ecosistemi profondi e poco esplorati. Le operazioni potrebbero generare polveri, rumori e perdite di biodiversità, con impatti su comunità indigene del Pacifico vicine alle aree proposte. L’International Seabed Authority non ha ancora standardizzato le pratiche in acque internazionali, dove gli USA non hanno ratificato la Convenzione ONU sul diritto del mare. Questa deregulation rischia di innescare una corsa globale all’estrazione mineraria dai fondali marini prima di regole condivise.