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Decarbonizzazione difficile da attuare: perché alcuni settori dell’industria faticano ancora

La decarbonizzazione sfida i settori industriali come acciaio, chimica e cemento con emissioni di processo elevate e costi proibitivi. Tecnologie come idrogeno verde e CCUS sono essenziali ma insufficienti senza investimenti massicci. L’Italia punta su patti industriali per ridurre le emissioni del 30% entro il 2030.

L’industria con decarbonizzazione difficile da abbattere italiana, che include comparti come acciaiochimicacementocarta e ceramica, genera circa il 19% delle emissioni di gas serra totali nel Paese. Questi settori consumano il 25% dell’energia finale e affrontano emissioni di processo difficili da eliminare, anche con rinnovabili diffuse. Il prezzo del gas naturale in Italia è destinato a salire del 120% rispetto agli Usa entro il 2030, mentre il costo della CO2 crescerà dell’80-85%, penalizzando le imprese energivore.

Settori “difficili da abbattere” e divari competitivi

Nel settore acciaio, l’Italia mostra efficienza europea ma un gap del 35% con extra-Ue, riducibile al 15% grazie al CBAM, il meccanismo di aggiustamento carbonio al confine. I rottami metallici pesano per il 70% sui costi totali, rendendo la produzione vulnerabile. La chimica soffre un divario del 20% con la Cina, dove l’energia costa il 45% in meno senza tasse sulla CO2. Per il cemento, la CO2 incide per il 75% sul divario competitivo, con CCUS come soluzione chiave.

Il comparto carta dipende dal gas naturale per il 20% dei costi, contro il 10% negli Usa, necessitando di biometano. La ceramica vede oltre il 60% del gap legato al gas, con elettrificazione e biometano come rimedi principali. Questi divari minacciano la competitività industriale europea, spingendo verso soluzioni integrate.

Tecnologie per la decarbonizzazione industriale

Per tagliare il 30% delle emissioni “difficili da abbattere” (hard to abate) entro il 2030 rispetto al 2022, servono sette leve: efficienza energeticabiometanoelettrificazione processieconomia circolareCCUSidrogeno e nucleare. L’idrogeno a basse emissioni e la cattura CO2 sono cruciali ma non bastano da sole, richiedendo applicazioni selettive. Le linee guida GSE distinguono questi settori, enfatizzando tecnologie dedicate oltre l’elettrificazione.

In Italia, servono 30-80 miliardi di euro entro il 2050 per decarbonizzazione completa, coprendo idrogeno verde, elettricità e CCS. L’Industrial Decarbonization Pact, sottoscritto da Assocarta, Federacciai e altri, promuove sviluppo sostenibile nei settori ad alto consumo. Il PNIEC e PNRR investono su idrogeno, biocombustibili ed elettrificazione, ma mancano misure per CCS.

Investimenti e azioni concrete in Italia

Progetti reali dimostrano la fattibilità: Edison Next ha siglato un contratto ventennale con Acciaierie Venete per un fotovoltaico da 6,7 MWp e decarbonizzato Michelin a Cuneo, tagliando 18.000 tonnellate di CO2 annue. Allianz Research indica gap oltre 2.000 miliardi di dollari per acciaio e 1.200 per ammoniaca, con crescita investimenti all’8-11% annuo.

La UE fissa la riduzione emissioni CO2 del 55% entro 2030 rispetto al 1990. Servono procedure autorizzative snelle, incentivi e prezzi energetici competitivi, come il rinnovo di Energy Release. L’industria italiana può trasformare la transizione energetica in vantaggio, integrando filiere e infrastrutture per una decarbonizzazione nei settori “hard to abate” efficace.

La complessità sistemica richiede coordinamento tra politiche energetiche e industriali. Senza interventi mirati, i settori hard to abate rischiano la marginalizzazione, ma con innovazione e sostegno, l’Italia guiderà la rivoluzione verde manifatturiera.

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