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Recovery fund, c’è accordo. “Per la prima volta nella storia europea, il bilancio è collegato agli obiettivi climatici”

L'Europa c'è, l'accordo sul Recovery Fund segna un importante passo per le politiche dell'Unione. Ora sta ai singoli Stati presentare piani di riforma validi. Disattese le aspettative per la transizione climatica

All’alba di martedì 21 giugno, dopo quattro giorni e quattro notti di negoziati e bilaterali, i ventisette leader europei hanno raggiunto un accordo sul Recovery Fund. E’ un accordo inedito per le politiche dell’Unione, come è inedita anche la portata dell’investimento, si confermano i 750 miliardi di euro. 

Inizialmente il vertice straordinario per raggiungere l’accordo sul fondo di recupero era stato fissato per il 17 e il 18 luglio, ma due giorni di trattative non sono bastati, portando la negoziazione fino a questa mattina. Non è stato un negoziato semplice, non sono mancati momenti di tensione e stallo, dovuti principalmente alle rigide posizioni dei paesi del Nord Europa, i cosiddetti Frugal Four (Olanda, Austria, Svezia e Danimarca).

Per capire come mai il negoziato per il Recovery Fund è stato così complesso, bisogna analizzarne lo strumento.

Il Recovery Fund, o Next Generation Europe, è uno strumento comunitario che prevede la costituzione di un fondo che viene finanziato attraverso l’emissione di obbligazioni; le obbligazioni in questione sono i recovery bond, la cui liquidità prodotta può essere distribuita agli stati membri per aiutarli a riprendersi dalla profonda crisi causata dalla pandemia. L’originalità di questo strumento sta innanzitutto nella comunione del debito: i recovery bond si differenziano dagli eurobond in quanto prevedono la condivisione del rischio solo futuro e quindi non una mutualizzazione del debito passato.

Ma di cosa si compongono i finanziamenti? Si compongono di prestiti e sovvenzioni, le quote di denaro da vincolare in prestiti o in sovvenzioni sono state uno degli argomenti principali dei negoziati, l’accordo raggiunto prevede 390 miliardi di sussidi e 360 di prestiti. Inizialmente la Commissione aveva proposto 500 miliardi di aiuti a fondo perduto (posizione appoggiata anche da Francia e Germania), ma i Paesi “frugali” si sono opposti portando la cifra sotto i 400 miliardi. Con la conclusione dell’accordo, all’Italia si aggiudicano circa 80 miliardi di sussidi e 120 miliardi di prestiti, il Paese tuttavia dovrà accettare forme più intrusive nella gestione del denaro.

Altro tema centrale infatti è stata la governance dello strumento, ovvero chi e come avrà il compito di monitorare l’utilizzo e la destinazione dei fondi del Recovery Fund. L’accordo raggiunto prevede che ogni piano nazionale di riforme dovrà essere valutato dalla Commissione, cui seguirà una decisione a super maggioranza qualificata (del 75%) tra gli stati membri. Questo meccanismo esclude l’ipotesi invece auspicata dai “paesi frugali” della misura di blocco (non potendo raggiungere il 35%) ma viene previsto un “freno d’emergenza” attivabile dai singoli paesi che potrebbero sospendere per alcuni mesi i pagamenti, la cui decisione finale sta comunque in capo alla Commissione.

Restano “gli sconti”, ovvero i rimborsi che i contributori netti continueranno a ricevere per compensare i versamenti al bilancio Ue 2021-2027. In relazione a questo punto, non bisogna dimenticare che il Recovery Fund non può esistere se non c’è un contestuale accordo sul bilancio pluriennale dell’Ue 2021-2027 (1.074 miliardi per sette anni), proprio perché è il bilancio pluriennale a fare da garanzia per l’emissione delle obbligazioni per finanziare il Recovery Fund.

La volontà finale dell’Europa dunque è quella di “essere una Europa solidale” , e di esserlo attraverso un piano di riforme in linea con gli indirizzi di investimento voluti dall’Unione, ovvero costurendo una ripresa che sia equa, sostenibile, inclusiva e volta al raggiungimento degli obiettivi climatici. Resta il nodo dolente dello stato di diritto, che è stato sacrificato perché il blocco dell’est (capofila l’Ungheria di Orban) si è opposto al vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto.

La presidente della Commissione, Ursula von Der Leyen, ha commentato l’accordo raggiunto sul Recovery Fund proponendolo come una opportunità di sviluppo sostenibile: la ripresa dell’Europa sarà green, il nuovo budget darà più forza al Green Deal e alla digitalizzazione” (min: 02:29 – Twitter video) “stiamo investendo nel futuro dell’Europa”.  Anche il Presidente del Consiglio europeo Chales Michel ha scelto di evidenziare questo aspetto, dicendo che “per la prima volta nella storia europea, il bilancio è collegato agli obiettivi climatici”.

I programmi nei quali verranno incanalati i fondi: Recovery and Resilience Facility (RFF), (360 miliardi in prestiti e 312.5 miliardi in sovvenzioni), ReactEU (47.5 mld), Horizon Europe (5 mld), InvestEU (5.6 mld), Rural Development (7.5 mld), Just Transition Fund (10 mld) e RescEU (1.9 mld).

Dalle somme sopra esposte si capisce come i programmi europei per il clima siano stati in parte penalizzati rispetto alla proposta iniziale, il programma Just Transition Fund riceverà non più di 10 mld, con uno scarto notevole rispetto alla proposta iniziale di 37.5 mld. Stessa sorte per il programma InvestEU, dedicato al raggiungimento degli obiettivi climatici da parte delle PMI che avrà una dotazione inferiore a quella inizialmente proposta. La via per il raggiungimento degli obiettivi climatici si dovrà trovare attraverso i programmi di recupero nazionale che dovranno necessariamente essere in linea con gli obiettivi di mitigazione della crisi climatica. 

Ora sta agli stati membri presentare riforme concrete per il rilancio dell’economia nazionale, il Recovery Fund si presenta come una occasione che non può essere sprecata, sia per rilanciare i paesi dopo la profonda crisi dovuta alla pandemia covid-19, sia per rendere sostenibile l’economia dell’intera Unione Europea, trasformando le problematiche climatiche e le sfide ambientali in opportunità in tutti i settori politici e rendendo la transizione equa e inclusiva per tutti.

 

Leggi anche: Recovery fund e crescita verde, un’opzione per risollevare l’economia

 

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Elisabetta Ruffolo

Nata a Milano, classe 1989, laureata in Economia & Management Pubblico presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano, conclude il suo percorso accademico con un elaborato in diritto dell'economia su "La normativa europea sull'equity crowdfunding: problemi e prospettive". Approda a Meteo Expert nel 2016 dove si occupa di coordinare le attività di divulgazione scientifica in ambito televisivo e radiofonico, per le quali è responsabile di produzione. E' responsabile editoriale dei contenuti di IconaClima e IconaMeteo. Studia gestione e comunicazione della sostenibilità presso l'Alta scuola per l'Ambiente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

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