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Plastic Tax: l’Italia glissa ma i costi aumentano, per l’ambiente e per i conti dello stato

L'Italia continua a rimandare la plastic tax, ma da gennaio entra in vigore quella europea. E rischia di essere un salasso

Con la nuova legge di bilancio per il 2021, il governo ha rinviato l’entrata in vigore della plastic tax, la tassa sulla produzione e il consumo di imballaggi in plastica monouso. Di nuovo.

La tassa sulla plastica era già stata rinviata lo scorso inverno, quando la Manovra 2020 aveva fatto slittare la sua applicazione a luglio e aveva più che dimezzato l’importo previsto. Poi, un altro rinvio è arrivato ad aprile di quest’anno, quando la crisi legata al coronavirus ha indotto il governo a rinviare tutto.

Ora, come confermato dal ministro dell’Economia Gualtieri, la Plastic Tax slitta di nuovo, stavolta al luglio 2021, insieme alla discussa sugar tax che prevede un’imposta di 10 centesimi al litro per le bevande zuccherate.

Cosa prevede la plastic tax italiana

Si tratta di un’imposta sulla produzione e il consumo in plastica monouso, pari a 45 centesimi al chilo, che sarà accompagnata da incentivi destinati alle aziende che realizzano prodotti in plastica biodegradabile e compostabile.

Numerosi studi hanno evidenziato come il problema della plastica, che ha già raggiunto dimensioni allarmanti, sia destinato ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni: si prevede che entro il 2050 la produzione di plastica quadruplichi i volumi attuali, rendendosi responsabile del 20 per cento del consumo di combustibili fossili e andando ad aggravare ulteriormente anche la crisi climatica che il Pianeta deve affrontare.

Le associazioni ambientaliste sottolineano l’urgenza di far fronte alla questione. Già ad aprile, con il precedente rinvio della Plastic Tax, Greenpeace aveva accusato il governo di «sfruttare la situazione emergenziale dovuta al Covid-19 per tutelare gli interessi industriali dei produttori di plastica usa e getta»: secondo l’organizzazione il rinvio della sua applicazione è «inaccettabile», «considerando che i dispositivi medici sono esclusi dalla plastic tax». «La pandemia in corso – aveva aggiunto Greenpeace – ci insegna semmai che non bisogna aggravare il degrado ambientale del nostro Pianeta, come invece contribuisce a fare l’inquinamento da plastica. È quindi necessario non tornare indietro su tutti quei provvedimenti, inclusa la plastic tax, che vogliono garantire una transizione ecologica verso soluzioni con basso impatto ambientale».

Critica anche Legambiente, che dopo l’ultimo rinvio ha denunciato la «mancanza di coerenza e assunzione di responsabilità da parte della politica sull’economia circolare»:

Intanto, dovremo fare i conti con la Plastic Tax Europea

Mentre l’Italia rimanda, a gennaio la tassa sulla plastica imposta dall’Europa è destinata a entrare in vigore davvero, in base a quanto approvato con l’ultimo accordo sul Bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2021-2027. Sebbene il nome possa essere ingannevole, non si tratta di una vera e propria imposta che dovrà essere pagata da aziende e cittadini in base ai loro consumi. In realtà, infatti, la plastic tax europea prevede che siano gli Stati membri a pagare 80 centesimi al chilo per la plastica non riciclata.

L’Unione Europea non entra nel merito di quale debba essere la provenienza del denaro dovuto dagli Stati Membri, che quindi non sono tenuti a intervenire direttamente sul settore della plastica per reperirlo. Resta da chiarire come recupererà il denaro il governo italiano, se non intende prelevarlo da chi, la plastica monouso, la produce e la consuma.

La plastic tax imposta dall’Europa fornirà una fetta importante del denaro necessario per il finanziamento del Recovery Fund. Secondo i calcoli di Politico, l’Italia sarebbe tra i Paesi europei che vanno incontro alle spese maggiori: con un importo di oltre 800 milioni di euro, il Bel Paese è al terzo posto dopo la Germania e la Francia.

plastic tax europa
Le spese annuali stimate per ogni Paese: sul podio Francia, Germania e Italia. Elaborazione e dati: Politico.eu

Come vanno le cose negli altri Paesi

La maggior parte dei paesi europei hanno già adottato, in forme diverse, misure volte a contrastare il consumo di plastica monouso con l’applicazione di imposte. I risultati ci sono: nei mercati nazionali la domanda di articoli in plastica monouso è diminuita.

Per esempio, il Belgio ha introdotto imposte ben più alte di quella attesa in Italia: per le posate usa e getta in plastica si paga una tassa di 3,6 euro al chilo, 3 euro al chilo per i sacchetti di plastica monouso. In Danimarca gli imballaggi che contengono plastica non riciclata hanno un’imposta di oltre 1,70 euro, di circa 1 euro al chilo per quelli che contengono plastica riciclata. Il Paese ha imposto una tassa anche su altre materie plastiche, l’Eps e il Pvc (polistirene espanso sinterizzato e cloruro di polivinile), per i quali si pagano circa 2,70 euro al chilo. In Lettonia si pagano delle imposte diverse in base ai materiali, e perfino la Polonia, che difficilmente spicca per politiche ambientaliste, ha imposto una tassa per lo smaltimento dei rifiuti di plastica.

I passi avanti dell’Italia

Anche se questo stallo della plastic tax è certamente un problema dal punto di vista ambientale ed economico, l’Italia sta facendo passi avanti nel contrastare l’utilizzo della plastica monouso.
Anticipando la relativa direttiva Ue il nostro Paese ha messo al bando i cotton fioc non biodegradabili e compostabili già lo scorso anno, e a partire dal gennaio 2021 entreranno in vigore anche i divieti relativi a stoviglie, piatti e cannucce monouso realizzati in plastica.
La commissione ambiente del Senato ha inoltre approvato un emendamento che estende il divieto previsto dalla normativa europea anche a bicchieri e palloncini:

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Valeria Capettini

Sono nata a Milano nel 1991 e sono da sempre appassionata di giornalismo e scrittura. Dal 2016 lavoro con Meteo Expert, un’esperienza che mi ha insegnato tanto e che mi ha permesso di avvicinarmi all’affascinante mondo della meteorologia e della climatologia, offrendomi l’eccezionale opportunità di lavorare fianco a fianco con alcuni dei maggiori esperti italiani in questo settore. Dopo essermi diplomata al liceo classico, nel 2014 mi sono laureata in Lettere moderne con una tesi sul Giornalismo e sul ruolo dei social media in questo mondo. Nel 2017 mi sono laureata in Comunicazione per l’impresa, i media e le organizzazioni complesse con una tesi sulla brand personality.

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