Ghiacci

Il ghiaccio fonde e il rifugio Casati rischia di collassare

Lo storico rifugio Casati nel cuore del Parco nazionale dello Stelvio, a 3.269 metri d’altezza, rischia il collasso a causa della fusione del ghiaccio. Il rifugio tra Lombardia e Trentino-Alto Adige, conosciuto in tutto il mondo, si erge su uno sperone di roccia e su uno strato di permafrost che, fondendosi, sta facendo scivolare l’edificio.

La costruzione della capanna Casati cominciò nel 1922 su iniziativa del Cai Milano nei pressi del Passo Cevedale e venne inaugurato l’anno successivo. E dopo 100 anni di storia, il rifugio dovrà essere raso al suolo.

Negli anni sono stati effettati diversi interventi per salvare la struttura, ma ora l’unica opzione possibile è quella di abbattere il rifugio Casati e ricostruirlo di nuovo. L’intervento sarà attuato dal Parco dello Stelvio in accordo con il Cai di Milano, a cui appartiene, e il comune di Valfurva, e sarà possibile grazie allo stanziamento di 3 milioni e 600 mila euro da parte della Regione Lombardia. Durante i lavori che partiranno nel 2023 agli escursionisti sarà possibile alloggiare nella vicina capanna Guasti. Lo stanziamento rientra nello schema di convenzione per l’attuazione di progetti che riguardano il Parco dello Stelvio, per un valore complessivo nel prossimo triennio di 11,4 milioni, di cui 10 milioni di euro di risorse regionali nell’ambito del piano Lombardia.

«Questi sono gli effetti del riscaldamento globale. Il disgelo in superficie fa muovere i detriti e la capanna si abbassa con crepe nella struttura e gravi problemi che non sono risolvibili, se non con un approccio radicale», spiega al Corriere Alessandro Nardo, direttore del Parco nazionale dello Stelvio.

 

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«È così, ci abbiamo provato in tutti i modi, ma il rifugio sta collassando lentamente — conferma Renato Alberti, che lo gestisce da oltre 30 anni, insieme alla moglie Laura e al figlio Stefano —. Questo progetto consentirà di regalargli una nuova vita. Stiamo parlando di un luogo magico, con un panorama mozzafiato. A venti metri dalla struttura si possono ancora vedere i tre cannoni austriaci portati dai prigionieri russi durante la prima guerra mondiale. Pesano ognuno 39 quintali, ci hanno messo tre mesi per trasportarli fin quassù. Dalla Val Martello sparavano sulle linee italiane. La capanna, intitolata al socio Cai Gianni Casati, ufficiale morto a Gorizia nel 1916, è raggiungibile sia dalla Lombardia che dall’Alto Adige. La Merkel e i più importanti alpinisti al mondo sono stati qui, centinaia gli escursionisti in estate grazie anche al sentiero che è appena stato sistemato: americani, tedeschi, spagnoli, olandesi, svizzeri, ultimamente anche giapponesi. Salgono per fare il Cevedale e si fermano per qualche notte. Disperdere questo patrimonio storico e turistico sarebbe stato un enorme errore».

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Redazione

Redazione giornalistica composta da esperti di clima e ambiente con competenze sviluppate negli anni, lavorando a stretto contatto con i meteorologi e i fisici in Meteo Expert (già conosciuto come Centro Epson Meteo dal 1995).

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