Satelliti ed emissioni: l’impatto nascosto della nuova corsa allo spazio

Il numero di satelliti in orbita attorno alla Terra sta crescendo a un ritmo senza precedenti. In poco più di dieci anni si è passati da circa 1.200 a oltre 12.000 unità operative, e le proiezioni parlano di decine di migliaia di nuovi satelliti entro i prossimi decenni. Una trasformazione guidata soprattutto dalle grandi costellazioni per le telecomunicazioni, che però apre una questione ambientale ancora poco esplorata: quella delle emissioni legate ai lanci e al rientro dei satelliti nell’atmosfera.
Come ha riportato la Yale School of the Environment, la crescita dell’economia spaziale sta introducendo nell’atmosfera terrestre un tipo di inquinamento nuovo, per quantità e per caratteristiche. Ogni lancio rilascia gas e particolato direttamente nella stratosfera; ogni satellite, una volta conclusa la sua breve vita operativa (spesso non oltre i cinque anni), viene fatto rientrare e distrutto durante la discesa. Un ciclo continuo che si ripete migliaia di volte.
Il problema non è solo quanto si emette, ma anche dove finiscono queste emissioni. I prodotti della combustione dei razzi e della fusione dei satelliti vengono immessi negli strati alti dell’atmosfera, dove i tempi di permanenza sono lunghi e gli effetti chimici e radiativi molto più incisivi rispetto a quelli prodotti al suolo.
Campionamenti diretti dell’aria hanno individuato nanoparticelle contenenti alluminio, rame, piombo, litio e altri elementi derivanti dalla combustione di satelliti e stadi di razzi. L’ossido di alluminio, in particolare, è considerato critico perché può interferire con i processi chimici che proteggono lo strato di ozono. Secondo alcuni studi, la fusione in atmosfera di un singolo satellite può generare decine di chili di queste particelle, destinate a rimanere sospese anche per decenni.
Le emissioni non arrivano però solo dai rientri dei satelliti: anche i lanci contribuiscono all’impatto climatico. Sebbene la CO₂ prodotta sia ancora limitata rispetto ad altri settori dei trasporti, i razzi rilasciano fuliggine e altri inquinanti direttamente nella stratosfera. Modelli climatici indicano che, con i tassi di crescita previsti del settore spaziale, questo tipo di inquinamento potrebbe riscaldare significativamente la stratosfera e ridurre l’ozono, soprattutto nell’emisfero nord.
Il passaggio a nuovi carburanti, come il metano liquido, viene spesso presentato come una soluzione. Ma il vantaggio per singolo lancio rischia di essere compensato da razzi molto più grandi e da una frequenza di missioni molto più elevata. In altre parole: meno emissioni per volo, ma molti più voli.
Alcune alternative sono allo studio: satelliti progettati per non bruciare completamente in atmosfera, rientri controllati, materiali meno inquinanti, strutture modulari riutilizzabili. Soluzioni tecnicamente possibili, ma più costose. Ed è qui che il nodo diventa politico ed economico: introdurre criteri ambientali stringenti significa mettere in discussione un modello industriale basato su rapidità, sostituzione continua e grandi numeri.
Diversi ricercatori paragonano la questione dei satelliti a una versione “in quota” delle crisi ambientali che già conosciamo: crescita accelerata, benefici immediati, impatti sottovalutati. Con una differenza sostanziale: questa volta l’inquinamento non si accumula solo a terra, ma sopra le nostre teste.