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Energia: il “modello Spagna” e il paradosso italiano tra carbone e rinnovabili

Mentre l’Europa accelera verso la neutralità climatica, il confronto tra Italia e Spagna nel settore energetico restituisce l’immagine di due velocità opposte. Se Madrid corre verso la decarbonizzazione con risultati tangibili in bolletta, Roma sembra impantanata in una transizione frenata da vecchie dipendenze e scelte politiche controverse che rischiano di isolarla dal resto del continente.
Il divario dei prezzi: una questione di mix
Partiamo dal dato che tocca più da vicino cittadini e imprese: il costo dell’elettricità. In Spagna, la bolletta pesa circa il 30% in meno rispetto all’Italia. Non è un caso, ma il risultato di una scelta strutturale. Mentre l’Italia continua a generare ben il 44% della sua energia da impianti a gas, la Spagna ha ridotto questa quota al 19%. Questa minore dipendenza dai combustibili fossili non solo protegge Madrid dalla volatilità dei mercati internazionali, ma rende la sua economia più resiliente e competitiva.
Rinnovabili: il sorpasso spagnolo
Il confronto sulle fonti pulite è altrettanto emblematico. Nel 2019, l’Italia partiva in vantaggio, coprendo il 40% del proprio fabbisogno con le rinnovabili contro il 37% della Spagna. Tuttavia, le proiezioni per il 2026 raccontano una storia di sorpasso: la Spagna punta decisa al 55%, mentre l’Italia stenta ad agganciare il 48%. Quello che era un primato italiano si è trasformato in un inseguimento affannoso, frenato da burocrazia e mancanza di una visione industriale di lungo periodo.
Il ritorno al passato: carbone e lo scontro sull’ETS
Ma sono le ultime mosse politiche a destare le maggiori preoccupazioni tra gli esperti di clima. L’Italia ha recentemente firmato una proroga che sposta lo spegnimento delle centrali a carbone — la fonte energetica più inquinante in assoluto — al 2038. In un momento in cui la crisi climatica morde con siccità ed eventi estremi, tornare a scommettere sul carbone per i prossimi dodici anni appare come un pericoloso anacronismo.
A completare questo quadro inquietante c’è l’ostilità verso il sistema ETS (Emission Trading System). La posizione italiana di voler frenare il meccanismo europeo che impone un prezzo alle emissioni di CO2 è un segnale di rottura con la strategia Green Deal di Bruxelles. Il sistema “chi inquina paga” è il motore economico della transizione; bloccarlo significa non solo rallentare la difesa del clima, ma anche privare il Paese degli incentivi necessari per innovare i propri processi industriali.
L’Italia si trova a un bivio
Da una parte c’è la strada tracciata dalla Spagna: investimenti massicci in eolico e fotovoltaico per abbattere costi ed emissioni. Dall’altra, la tentazione di restare legati al passato, tra gas, carbone e opposizione ai meccanismi di controllo delle emissioni. Se non invertiremo la rotta, il prezzo da pagare non sarà solo una bolletta più cara del 30%, ma un debito ecologico e tecnologico che le future generazioni non potranno permettersi di onorare.

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