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La siccità entra nei modelli di rischio delle banche

Uno studio della Banca Centrale Europea misura quanto i prestiti bancari dell'area euro siano legati a imprese esposte alla scarsità d'acqua. L'Italia, tra Nord e Sud, compare più volte tra le aree più vulnerabili, ma i numeri raccontano una storia più complessa di quanto sembri.

Quanto pesa la crisi climatica sui bilanci delle banche europee? Un Occasional Paper della Banca Centrale Europea pubblicato a dicembre 2025 dal titolo Nature at risk: Implications for the euro area economy and financial stability, firmato da un team di undici autori guidato da Andrej Ceglar, prova a dare una risposta numerica, e lo fa incrociando dati creditizi granulari con un nuovo indicatore di rischio ambientale chiamato nature value-at-risk (NVaR).

Il metodo: un “value-at-risk” per la natura

L’idea di fondo, mutuata dal mondo della finanza, è semplice: così come il value-at-risk misura le perdite potenziali di un portafoglio in caso di shock di mercato, l’NVaR stima quanta parte del valore economico prodotto da un settore rischia di andare persa in caso di degrado di un servizio ecosistemico, in primis la disponibilità e la qualità dell’acqua. Per farlo, i ricercatori hanno incrociato il database creditizio AnaCredit, che copre circa 4.400 miliardi di euro di prestiti bancari nell’area euro, con dati di filiera produttiva e indicatori ambientali ad alta risoluzione.

Il risultato più citato dello studio è che oltre il 40% dei portafogli di prestiti bancari risulta legato a imprese fortemente esposte alla siccità e dipendenti dall’approvvigionamento di acque superficiali, con oltre tre quarti di questa esposizione concentrati nell’Europa meridionale e occidentale. A questo si aggiunge che oltre il 10% dei prestiti dell’area euro è considerato a rischio per il degrado della protezione naturale dalle alluvioni, con le aree più critiche concentrate nell’Europa centrale e meridionale.

Il contesto italiano

Il paper non isola una cifra specifica per l’Italia, ma il paese compare comunque due volte in modo esplicito. Il Sud Italia viene citato, insieme alla Penisola Iberica, come una delle regioni che soffrono storicamente di stress idrico cronico, anche se lo studio sottolinea che ormai anche aree tradizionalmente considerate più ricche d’acqua, come Germania, Francia e Benelux, hanno iniziato a sperimentare siccità severe, segno che il fenomeno non è più un’esclusiva mediterranea.

Il Nord Italia, invece, compare in un contesto diverso: quello della scarsità delle acque sotterranee, legata a un’intensa estrazione industriale e agricola. Lo studio lo colloca, insieme a Belgio, Estonia, Nord della Francia e Nord della Germania, tra le aree a maggiore vulnerabilità economica per il cattivo stato delle falde acquifere.

Più debito o meno credito?

Il dato del 40%, però, va letto con attenzione. Non dice che le imprese nelle zone a rischio si indebitano di più, né che le banche stiano già diventando più caute nel concedere prestiti in quelle aree. Si tratta piuttosto di una fotografia della composizione attuale del credito: quanto dello stock di prestiti già erogati è concentrato su imprese esposte al rischio siccità.

Lo studio si spinge però oltre la semplice fotografia, avvertendo che la crescente scarsità idrica e il degrado della qualità dell’acqua potrebbero diventare fonti rilevanti di rischio di credito nei prossimi anni, con il potenziale di amplificare le vulnerabilità sistemiche del sistema finanziario dell’area euro. Gli stessi autori, tuttavia, ammettono che serve ulteriore ricerca, in particolare parlano di un vero e proprio “stress test della natura” applicato a parametri standard come la probabilità di default, che al momento della pubblicazione non era ancora stato sviluppato.

Manifattura e mattone in prima linea

A livello settoriale, lo studio individua nella manifattura il comparto più esposto, sia in termini di rischio diretto legato al proprio consumo d’acqua, sia di “rischio endogeno” ovvero la possibilità cioè che le stesse attività finanziate dalle banche contribuiscano a degradare gli ecosistemi da cui dipendono, in un circolo vizioso. Il settore immobiliare risulta invece il più esposto in termini assoluti nei portafogli bancari, ma non per una particolare fragilità ecologica: semplicemente perché rappresenta da solo circa il 26% del totale dei prestiti censiti da AnaCredit, un peso che amplifica qualunque rischio associato.

Il bilancio: campanello dall’arme o diagnosi già confermata?

Nel complesso, lo studio della BCE conferma qualitativamente che l’Italia, a Nord come a Sud, sia pure per ragioni diverse, rientra tra le aree europee a maggiore esposizione fisica e creditizia legata all’acqua. Resta però un punto da tenere a mente quando si maneggiano numeri come quel 40%: si tratta di una stima modellistica, costruita simulando uno scenario di siccità estrema con probabilità dell’1% annuo, non di una perdita già registrata nei bilanci delle banche. È un esercizio di value-at-risk, non una fotografia di bilanci già impattati. La differenza tra rischio stimato e perdita realizzata, tanto quanto quella tra un’esposizione aggregata europea e un dato isolato per singolo paese, non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori: è ciò che separa un campanello d’allarme da una diagnosi già confermata.

Cosa significa per banche e imprese?

Per le imprese, in particolare quelle nei settori più esposti (manifattura, ma anche costruzioni, commercio all’ingrosso ed estrazione) il segnale è che la dipendenza da acqua superficiale o di falda sta diventando un fattore di rischio operativo tanto quanto lo è oggi, ad esempio, il prezzo dell’energia. Lo studio segnala che il degrado della qualità dell’acqua e la sua scarsità aumentano i costi operativi e possono interrompere i processi produttivi, non solo in agricoltura ma anche nell’industria considerata indoor che finora si considerava relativamente protetta dal clima. Per le imprese italiane del Nord, in particolare, il paper individua un rischio meno raccontato dai media rispetto alla siccità del Sud: la pressione sulle falde acquifere legata a un’estrazione industriale e agricola intensiva.

Per le banche, il paper introduce un concetto più insidioso di quanto sembri a prima vista: il “rischio endogeno” o doppia materialità. Non si tratta solo di valutare se i propri debitori sono esposti alla siccità, ma di riconoscere che le banche stesse, finanziando attività ad alto impatto idrico, contribuiscono ad aggravare lo stress sulle risorse da cui quegli stessi debitori dipendono, un circolo che può amplificare nel tempo il proprio rischio di credito. Lo studio individua proprio nella manifattura il settore dove questo meccanismo è più marcato: le banche che finanziano industrie ad alto consumo d’acqua stanno, in un certo senso, minando la sostenibilità futura dei propri stessi prestiti.

Secondo lo studio la priorità operativa è lo sviluppo di uno stress test dedicato, l’assenza di questo strumento oggi significa che né le imprese né le banche dispongono ancora di una misura standardizzata per quantificare quanto, concretamente, questo rischio possa tradursi in condizioni di credito più severe o in perdite operative. Il primo step di questo campanello d’allarme è dunque quello di costruire gli strumenti di misurazione che mancano.

Elisabetta Ruffolo

Elisabetta Ruffolo (Milano, 1989) produttrice Tv e Giornalista. Approda a Meteo Expert nel 2016 dove si occupa di coordinare le attività di divulgazione scientifica in ambito televisivo e radiofonico sulle reti Mediaset. Laureata in Public Management presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Milano. Ha frequentato l’Alta scuola per l’Ambiente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per il Master in Comunicazione e gestione della sostenibilità.

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