
L’uragano Melissa ha devastato la Giamaica con venti a 295 km/h e oltre un metro di pioggia, affermandosi come uno dei più potenti uragani atlantici mai registrati. Un’analisi lampo dell’Imperial College di Londra suggerisce un legame diretto: il cambiamento climatico causato dall’uomo avrebbe reso la tempesta circa quattro volte più probabile rispetto all’era preindustriale.
Gli esperti del Grantham Institute hanno stimato che l’alterazione climatica attuale abbia potenziato Melissa di circa il 10%, aumentando la sua velocità massima del vento di circa 19 km/h. Il meccanismo è chiaro: gli oceani più caldi, come quelli dei Caraibi, agiscono da carburante per tempeste più violente. Nello specifico, Melissa si è intensificata su acque che erano da 1,2°C a 1,4°C sopra la media, una condizione resa almeno 500-800 volte più probabile dall’attività umana.
Il riscaldamento globale non incide necessariamente sul numero degli uragani in assoluto, ma quelli che si formano saranno con ogni probabilità più forti e distruttivi. Con il 2025 che eguaglia il record del 2005 per il numero di uragani di Categoria 5, gli “oceani caldi sono come una caldaia accesa troppo a lungo”, preannunciando un probabile aumento di queste tempeste “mostruose”.
Quanto più calda è la superficie del mare, tanto maggiore è il vapore acqueo che evapora e sale, alimentando e intensificando la tempesta. Il riscaldamento globale causato dall’uomo ha di fatto alzato la temperatura di questo “carburante”, rendendo gli oceani come una vera e propria caldaia sempre accesa. L’acqua più calda permette alla tempesta di raggiungere velocità del vento maggiori e, dato che l’aria calda trattiene più umidità, di scaricare piogge molto più intense e catastrofiche. Nel caso di Melissa, la sua rapida e distruttiva intensificazione è avvenuta su acque ben al di sopra della media stagionale, una condizione che non sarebbe stata possibile in un clima più freddo. In pratica, abbiamo reso l’Atlantico un laboratorio perfetto per i mostri meteorologici.