Dicembre 2025, tra i più anomali della serie storica nazionale, chiude il quarto anno più caldo per l’Italia. I dati Copernicus
Il 2025 si conferma come il quarto anno più caldo della serie storica italiana costruita con i dati della rianalisi climatica di Copernicus. A chiudere il sipario, il terzo dicembre più caldo dalla metà del secolo scorso. Temperatura dei mari ad un soffio dal record del 2024. Lieve surplus delle precipitazioni.
Dopo otto mesi di caldo anomalo, un solo mese con anomalia leggermente negativa e due mesi in media, il terzo dicembre più caldo della serie storica nazionale ha chiuso il sipario sul 2025, il quarto anno più caldo per il nostro Paese dalla metà del secolo scorso, dietro al 2023, al 2022 e all’anno record 2024.
Questo, e tanto altro, è ciò che emerge dall’analisi dei dati storici del territorio italiano prodotti da ERA5 ed ERA-Land, la rianalisi climatica sviluppata dal Copernicus Climate Change Service (C3S) del Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine (ECMWF), disponibile attraverso il Climate Data Store di Copernicus.
Si tratta di dati uniformemente distribuiti su fitte griglie 3D, derivati dai rilievi di stazioni meteorologiche, palloni sonda, boe, navi, aerei e satelliti: un prezioso strumento utilizzato dalla comunità scientifica internazionale per studiare il clima della Terra e i suoi cambiamenti.
Temperatura dell’aria a 2 metri dal suolo: anomalia dicembre +1,9°C, anomalia 2025 +1,2°C
Secondo i dati ERA5-Land di Copernicus, la temperatura media dell’aria registrata in Italia lo scorso dicembre è stata di 6,46°C: ben 1,86°C in più rispetto alla media del trentennio 1991-2020. Per il nostro Paese, l’ultimo mese del 2025 è stato il terzo dicembre più caldo dal 1950.
La temperatura si è quasi sempre mantenuta abbondantemente al di sopra della media fino al 21-22 del mese, sostenuta dalle miti correnti occidentali, in più occasioni perturbate, e da fasi anticicloniche di natura subtropicale. La circolazione atmosferica ha iniziato ad assumere un assetto tipico, anche se non esclusivo, della stagione invernale solo intorno a Natale, con configurazioni anticicloniche di blocco sull’Europa settentrionale e centrale, e discesa verso il Mediterraneo di masse d’aria fredda provenienti dal settore nord-orientale del Continente. Il 2025 si è chiuso con l’irruzione dai Balcani di aria artica continentale, gelida e relativamente secca, e temperature al di sotto della media in tutta l’Italia: il giorno più freddo dell’anno per il Paese, al pari del 14 gennaio. Durante i prolungati periodi di stabilità atmosferica – ad esempio tra il 7 e il 15 del mese e da Santo Stefano a fine anno – il fenomeno dell’inversione termica ha favorito il ristagno di aria più fredda, umidità e inquinanti nelle zone di pianura, in contrasto con i cieli limpidi e il caldo fortemente anomalo in collina e in montagna, con zero termico spesso posizionato oltre 3000 metri di quota.

Il 2025 si è così chiuso con un’anomalia media annua nazionale di +1,16°C, che lo pone al quarto posto del ranking degli anni più caldi per l’Italia dal 1950, dietro a 2023 (+1,24°C), 2022 (+1,36°C) e 2024 (+1,50°C): quattro anni consecutivi caldissimi, gli unici oltre la soglia di +1°C per il nostro Paese, ben distaccati dai precedenti e chiari indicatori di una accelerazione del riscaldamento globale, e delle sue conseguenze.
Dal 1950 al 2025, quindi in 76 anni, la temperatura media annua dell’Italia ha subìto un incremento statisticamente significativo di 1,95°C: una variazione enorme, spinta soprattutto dal trend estivo e, secondariamente, da quello invernale. Il settore geografico che ha sperimentato il riscaldamento più rapido è stato il Nord (+2,43°C in 76 anni), seguito dal Centro, dalla Sardegna, dal Sud peninsulare e, infine, dalla Sicilia (+1,40°C in 76 anni).
La temperatura così elevata del 2025 è il risultato di nove mesi di caldo anomalo, estremo in gennaio, in dicembre e, soprattutto, in giugno, un solo mese con anomalia leggermente negativa a livello nazionale (ottobre) e due mesi in media (maggio e novembre).

La distribuzione delle anomalie di dicembre sul territorio italiano evidenzia l’eccezionalità del caldo al Nord, nelle zone interne del Centro Sud e della Sardegna, soprattutto sulle Alpi, sulle Prealpi e sui monti più elevati dell’Appennino, dove la temperatura ha superato di almeno 2,5 gradi il valore medio del periodo. L’arco alpino ha sperimentato localmente temperature fino a 4 gradi oltre la norma. Il dettaglio per settore geografico indica anomalie di +2,36°C al Nord (secondo dicembre più caldo dal 1950, dopo dicembre 2015), +1,58°C al Centro, +1,46°C al Sud, +1,14°C in Sicilia, +1,85°C in Sardegna (terzo dicembre più caldo).

La distribuzione sul territorio delle anomalie del 2025 è relativamente omogenea, frutto di temperature particolarmente elevate al Centro Sud in gennaio, marzo, giugno, luglio e settembre, e di anomalie accentuate al Nord in febbraio, aprile, giugno e dicembre, ad esempio. Le Alpi sono state tra le zone maggiormente penalizzate, con anomalie localmente superiori a 1,5°C. Solo la Pianura Padana, le coste del Medio Adriatico e quelle della Sicilia hanno registrato un’anomalia minore o uguale a +1°C.
Temperatura del mare: anomalia dicembre +0,9°C, anomalia 2025 +1,1°C
Secondo i dati della rianalisi climatica ERA5 di Copernicus, la temperatura delle acque superficiali dei mari che bagnano le coste italiane, compresi fra 36-47°N e 6-20°E (area della mappa sotto riportata), lo scorso dicembre è stata di 17,07°C: 0,86°C in più rispetto alla media del trentennio 1991-2020. Si tratta di un’anomalia piuttosto elevata, che rende l’ultimo mese del 2025 il quinto dicembre più caldo della serie storica, a poco più di un decimo dal record del 2016.

La temperatura media annua del mare registrata nel 2025 è stata la seconda più elevata dalla metà del secolo scorso e si pone a meno di un decimo di grado dal record del 2024 (anomalia +1,16°): ancora una volta, tanto vapore acqueo e tanta energia a disposizione delle perturbazioni, a favore di fenomeni atmosferici particolarmente intensi.
In 76 anni, dal 1950 al 2025, la temperatura delle acque superficiali dei mari che circondano l’Italia ha subìto un incremento statisticamente significativo di 1,13°C: una tendenza accentuata, spinta soprattutto dal trend estivo e da quello autunnale.
Il valore così elevato del 2025 è il risultato di dodici mesi di caldo anomalo: l’ultimo tratto di una strada imboccata nel maggio del 2022, quando la temperatura del mare aumentò sensibilmente, mantenendosi poi al di sopra della media quasi sempre con ampio margine.

Anche in dicembre, come negli undici mesi che l’hanno preceduto, i mari che bagnano la Sardegna e la Corsica, unitamente al Basso Ionio, hanno accumulato un maggiore surplus di calore rispetto agli altri bacini, presentando anomalie in alcuni punti superiori a +1,5°C. La temperatura del mare lungo le coste dell’Alto e del Medio Adriatico si è invece mantenuta leggermente al di sotto della media, mentre le acque superficiali dello Stretto di Sicilia hanno complessivamente raggiunto una temperatura prossima al valore climatico del periodo.

Il 2025 non poteva che chiudersi con una spiccata anomalia positiva sui bacini di Ponente, in particolare intorno alla Sardegna, afflitta da temperature del mare fino a 2°C superiori alla norma. Troppo caldi anche tutti gli altri mari, compresi l’Adriatico e lo Ionio, seppur con un’anomalia quasi ovunque inferiore a +1°C.
Precipitazioni: anomalia dicembre -27%, anomalia 2025 +6%
Secondo i dati ERA5-Land di Copernicus, nel mese di dicembre è caduto sull’Italia un quantitativo medio di precipitazione di 65 mm, il 27% in meno rispetto alla media del trentennio 1991-2020. Non si tratta di un deficit eccezionale, il decennio precedente ospita i tre record storici, ma l’ultimo mese del 2025 è comunque stato il ventiduesimo più secco dalla metà del secolo scorso, nonché il quinto dicembre consecutivo con un’anomalia negativa.

Il 2025 si è chiuso con un’anomalia leggermente positiva: un surplus di precipitazione del 6% che lo colloca al venticinquesimo posto del ranking degli anni più umidi della serie storica, ben distante dal record del 1972 (+41%). Il 2023 resta l’anno più secco della storia meteorologica recente dell’Italia (-47%), seguito dal 2022 (-32%): due anni eccezionali, con deficit di precipitazione pressoché costante.
Dal 1950 al 2025 le precipitazioni non hanno seguito un trend statisticamente significativo, se analizzate su base annua e a livello nazionale. Per trovare una tendenza significativa è infatti necessario suddividere l’Italia in settori geografici e analizzare i dati stagionali. Emerge, così, una netta e significativa diminuzione delle precipitazioni invernali al Centro, al Sud e, soprattutto, in Sardegna.
Il lieve surplus nazionale del 2025 è il risultato di quattro mesi complessivamente secchi (giugno, ottobre, novembre e dicembre), due mesi in media (febbraio e settembre), gennaio, i mesi primaverili, luglio e agosto umidi.

La distribuzione spaziale delle anomalie pluviometriche di dicembre mostra un marcato difetto di precipitazioni in quasi tutte le regioni alpine, sul Triveneto, in gran parte del Centro e lungo il settore tirrenico del Meridione, zone in cui è caduta meno della metà della pioggia attesa. Particolarmente grave il deficit in Friuli Venezia Giulia. Al contrario, Emilia, Basso Piemonte e Ponente Ligure hanno ricevuto una quantità di precipitazione ben superiore alla media del periodo, la provincia di Cuneo più del doppio rispetto al dato climatico 1991-2020. Sono bastati pochi giorni: il maltempo che ha colpito l’Italia durante il periodo natalizio ha portato eccezionali quantitativi di pioggia e criticità idrauliche in Emilia Romagna, il quinto evento estremo in tre anni per questa regione. Tra il 22 e il 26 dicembre, inoltre, la neve ha imbiancato le Alpi e l’Appennino settentrionale, con accumuli anche superiori a 1 metro sulle Alpi occidentali e punte fino a 3 metri in quota nel cuore delle Alpi Marittime, nel comprensorio sciistico di Prato Nevoso. La Puglia, il settore meridionale della Sicilia e quello occidentale della Sardegna hanno ricevuto fino al 30% di pioggia in più della norma.

Il 2025 si è dunque chiuso con un deficit delle precipitazioni, localmente superiore al 10%, sui settori occidentale e centrale delle Alpi e in gran parte del Centro Sud peninsulare, un surplus nel resto del Paese, con punte superiori al 20% tra Lombardia, Veneto ed Emilia, sull’Alta Toscana e sulla Sicilia.