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Crisi da inquinamento in Iran tra siccità record e carburante a basso costo

La grave siccità in Iran e il carburante a basso costo stanno alimentando una crisi di inquinamento atmosferico senza precedenti, ma le cause affondano nelle scelte energetiche, industriali e nella gestione delle risorse.

La crisi dell’inquinamento atmosferico in Iran è il risultato di un intreccio di fattori ambientali, economici e politici che si sono consolidati negli ultimi decenni. La recente siccità record, unita all’uso massiccio di carburante a basso costo e di combustibili pesanti per la produzione di energia, ha trasformato le principali città iraniane in epicentri di smog persistente e nocivo per la salute. Secondo le autorità sanitarie iraniane, ogni anno decine di migliaia di persone muoiono prematuramente per cause legate alla cattiva qualità dell’aria, mentre intere province sono costrette a chiudere scuole e uffici per i livelli estremi di inquinamento[1].

La siccità record e il legame con l’inquinamento atmosferico

La recente ondata di siccità estrema ha colpito quasi tutte le province del Paese, con un crollo delle precipitazioni di oltre l’80% rispetto alle medie stagionali e con Teheran che registra valori minimi storici di pioggia[2]. La riduzione dell’acqua disponibile ha prosciugato dighe, fiumi e zone umide, favorendo la formazione di nuovi centri di polvere e sabbia e aggravando la desertificazione su milioni di ettari[2]. In queste condizioni, l’aria diventa un mix pericoloso di polveri sottili, sabbia in sospensione e emissioni inquinanti provenienti dal traffico e dalle industrie. La mancanza di piogge, infatti, riduce drasticamente la capacità naturale dell’atmosfera di “ripulirsi”, facendo aumentare la concentrazione di PM2.5 e altri inquinanti nelle aree urbane più dense.

Carburante a basso costo, veicoli obsoleti e smog urbano

Uno degli elementi centrali della crisi è il sistema dei carburanti sovvenzionati, che rende benzina e diesel molto economici e incoraggia un uso intensivo dell’auto privata e delle moto. Nella sola Teheran circolano milioni di motocicli, oltre il 70% dei quali ha più di vent’anni ed è privo di adeguati sistemi di controllo delle emissioni[1]. Il risultato è una combinazione esplosiva di traffico congestionato, smog fotochimico e livelli di inquinamento urbano tra i più alti al mondo. Le autorità sono costrette a ricorrere regolarmente alla chiusura di scuole e uffici pubblici, o a limitare la circolazione dei veicoli, ma questi provvedimenti tampone non intervengono sulle radici del problema: un parco mezzi vecchio, un trasporto pubblico insufficiente e un modello energetico centrato sui combustibili fossili a basso prezzo.

Combustibili pesanti e crisi del sistema energetico

La carenza di gas naturale, accentuata dalla crescita dei consumi interni e dalla crisi economica, spinge le centrali elettriche iraniane a bruciare sempre più spesso mazut e altri combustibili pesanti durante i mesi freddi[1]. Questi combustibili, oltre a essere altamente inquinanti, rilasciano grandi quantità di particolato, ossidi di zolfo e altri composti tossici che peggiorano ulteriormente la qualità dell’aria nelle aree industriali e metropolitane. In inverno, quando l’uso del riscaldamento aumenta e l’atmosfera è più stabile, le città come Teheran, Isfahan o Tabriz vengono letteralmente soffocate da una cappa di smog invernale persistente. Il ricorso a combustibili di scarsa qualità è il sintomo di un sistema energetico sbilanciato, che privilegia la quantità e il contenimento dei costi immediati rispetto alla tutela della salute pubblica e alla transizione energetica.

Cattiva gestione delle risorse idriche e crisi ambientale diffusa

La crisi non riguarda solo l’aria: la gestione delle risorse idriche in Iran è da anni al centro di forti critiche. L’agricoltura assorbe fino al 90% dell’acqua disponibile, spesso con tecniche di irrigazione poco efficienti, mentre il settore energetico e quello petrolchimico sono particolarmente idrovori[2]. Le infrastrutture idriche sono in molti casi obsolete e inefficienti, con perdite stimate oltre il 20% nella distribuzione urbana[2]. Il prosciugamento di laghi e paludi ha trasformato vaste aree in sorgenti di polveri e tempeste di sabbia che si sommano all’inquinamento atmosferico di origine antropica. In questo quadro, la crisi ambientale in Iran appare come un sistema interconnesso in cui siccità, degrado del suolo, inquinamento dell’aria e pressione sulle risorse idriche si alimentano a vicenda, minando la vivibilità di molte regioni.

Politiche pubbliche, economia e responsabilità strutturali

Le radici più profonde della crisi risiedono nelle scelte di lungo periodo in campo economico e politico. La forte dipendenza dalle entrate petrolifere, le sanzioni internazionali, la mancanza di investimenti strutturali in tecnologie pulite e in un sistema di trasporti pubblici efficiente hanno limitato la capacità dello Stato di affrontare in modo sistemico il problema dell’inquinamento atmosferico in Iran. Le normative sulle emissioni industriali sono spesso basate su standard datati e i controlli risultano deboli o discontinui[1]. In parallelo, la popolazione urbana cresce e la domanda di energia e mobilità aumenta, alimentando un circolo vizioso. La crisi attuale mette così in luce non solo l’effetto della siccità record e del carburante a basso costo, ma anche la necessità di una profonda revisione del modello di sviluppo, delle politiche energetiche e della gestione delle risorse naturali.

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