COP30, a Belém si apre il vertice dei leader
È la prima grande tappa politica della COP30: riuniti in Brasile i capi di Stato e di Governo di oltre 140 Paesi
Tra il 6 e il 7 novembre a Belém, in Brasile, si tiene il Leaders’ Summit della COP30, il vertice che riunisce capi di Stato e di governo da 143 Paesi. È la prima grande tappa politica della conferenza sul clima, che ufficialmente si aprirà il 10 novembre.
Quest’anno, per la prima volta, il summit dei leader precede l’apertura della COP vera e propria. Una scelta dettata dalla carenza di alloggi in città e dalle difficoltà logistiche che hanno minato l’organizzazione della Conferenza, ma di fatto si accentua il peso politico dell’incontro: in questi due giorni si decidono le priorità, le alleanze e il tono del negoziato.
Lula, Guterres e la chiamata all’unità
A ospitare l’evento è Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile, insieme al segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. I due apriranno i lavori con un appello a «rinnovare la fiducia e l’unità globale» nella lotta alla crisi climatica, in un momento in cui la cooperazione internazionale è più fragile che mai.
Il Brasile ha voluto definire questa conferenza come una “implementation COP”, la COP dell’attuazione. Dopo anni di promesse e piani, il messaggio è chiaro: ora bisogna passare ai fatti.
Nella prima giornata si parlerà di foreste e finanza, di oceani e della lotta alla fame. Domani, il 7 novembre, toccherà ai temi più caldi dei negoziati sul clima: transizione giusta, energie rinnovabili e finanziamenti climatici.
Tra le iniziative attese c’è il Tropical Forest Forever Facility, un nuovo fondo proposto dal Brasile per raccogliere fino a 125 miliardi di dollari in dieci anni destinati alla protezione delle foreste tropicali. Il modello prevede pagamenti legati ai risultati, con una parte iniziale di 25 miliardi già assicurata da investitori pubblici e privati.
L’obiettivo è dare finalmente un valore economico concreto alla conservazione delle foreste, garantendo trasparenza e partecipazione delle comunità indigene: due condizioni che saranno decisive per la credibilità dell’intero progetto.
La sfida della finanza climatica
La questione finanziaria sarà uno dei nodi più difficili da sciogliere. Dopo le promesse di COP29 (almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035), i Paesi discuteranno ora la Baku-to-Belém Roadmap, una tabella di marcia per mobilitare fino a 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030.
Il punto non è solo trovare le risorse, ma garantire che arrivino davvero dove servono: ai Paesi più vulnerabili, sotto forma di contributi e non di nuovi debiti. Le proposte in campo includono una riforma delle banche multilaterali, tasse sui settori più inquinanti e un maggiore coinvolgimento della finanza privata.
Adattamento e giustizia climatica
L’adattamento ai cambiamenti climatici è l’altro grande banco di prova della COP30. I negoziatori dovranno fissare obiettivi misurabili per l’obiettivo globale sull’adattamento e rendere operativo il Fondo per perdite e danni.
Secondo l’UNEP, investire in resilienza è anche un’opportunità economica: ogni dollaro speso può generare fino a quattro dollari di benefici, con un ritorno medio del 25% l’anno. Ma per i Paesi più vulnerabili il problema resta l’accesso ai fondi: senza finanziamenti prevedibili e a fondo perduto, non ci può essere vera transizione giusta.
Dieci anni dopo Parigi
La COP30 segna anche il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi. Da allora gli investimenti nelle energie pulite hanno superato quelli nelle fossili, e le rinnovabili sono ormai più convenienti di carbone e gas quasi ovunque. Ma il mondo è ancora lontano dall’obiettivo di contenere il riscaldamento entro 1,5 °C.
Molti Paesi – oltre un centinaio – hanno aggiornato i propri piani climatici, ma le differenze tra le parole e i fatti restano profonde. Belém dovrà dimostrare che le promesse di Parigi possono ancora tradursi in risultati concreti.
NOTE: questo articolo è stato generato con il supporto dell’intelligenza artificiale.