Territorio

Amazzonia e popoli indigeni minacciati da crisi climatica e politiche criminali: è un problema per tutti

L'ennesimo omicidio di un attivista indigeno riaccende i riflettori su una situazione drammatica. "Riconoscere e garantire i diritti dei popoli indigeni è di gran lunga il modo più efficace e giusto per proteggere il pianeta e la biodiversità", avverte Alice Farano di Survival International

Chi difende l’Amazzonia e i popoli indigeni continua a rischiare la vita in Brasile. Dopo l’uccisione, a giugno, del giornalista britannico Dom Phillips e dell’attivista Bruno Araújo Pereira, a settembre la Foresta Amazzonica ha perso un altro custode.

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Janildo Guajajara, Guardiano dell’Amazzonia, è stato ucciso a settembre. © Social media

Si tratta di Janildo Guajajara, un membro dei popoli indigeni che faceva parte del gruppo dei Guardiani dell’Amazzonia ed è stato ucciso ad Amarante, una piccola cittadina di trafficanti di legname vicina al Territorio di Arariboia, nello stato brasiliano di Maranhão.

Da tempo subiva minacce: la sua attività in difesa della foresta e delle popolazioni che la abitano aveva ostacolato trafficanti di legname e accaparratori di terra.

Janildo è il sesto membro dei Guardiano dell’Amazzonia assassinato in pochi anni: la denuncia arriva da Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni.

Ne abbiamo parlato con Alice Farano, di Survival.
I Guardiani dell’Amazzonia sono un gruppo di uomini della tribù Guajajara che – stanchi di aspettare invano l’intervento delle autorità – si sono assunti volontariamente la responsabilità di proteggere quanto resta della loro foresta nel Territorio Indigeno di Arariboia, nell’Amazzonia nord-orientale, delle centinaia di famiglie guajajara che la abitano, e dei loro molto meno numerosi vicini Awà incontattati.

La loro foresta, infatti, è pesantemente invasa da accaparratori di terra e trafficanti di legname, che la disboscano per il suo legno pregiato. Le immagini satellitari sono allarmanti: il territorio di Araiboia appare come un’isola di verde in mezzo a un mare di deforestazione.

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Il territorio indigeno di Arariboia, nello stato del Maranhão, è un’isola di verde circondata dalla deforestazione. ©Survival

I Guardiani sono sempre in prima linea: pattugliano il territorio per individuare gli accampamenti illegali dei taglialegna e consegnarli alle autorità, e per questo rischiano la vita; Janildo Guajajara è il sesto Guardiano ucciso in pochi anni. Nonostante le minacce di morte, continuano il loro lavoro perché sanno che è cruciale per la sopravvivenza della foresta e degli Awá incontattati: prima che iniziassero ad operare, una decina di anni fa, la riserva era attraversata da 72 strade illegali per il traffico di legname, ora ne restano solo 5.

Quali sono le minacce più gravi per i popoli indigeni dell’Amazzonia?

Purtroppo la situazione è estremamente drammatica anche per molti altri popoli indigeni in Brasile. L’agenda anti-indigena di Bolsonaro e la sua retorica razzista hanno dato il via libera agli invasori, incoraggiandoli a impossessarsi dei territori indigeni sapendo che non avrebbero dovuto rispondere dei loro crimini in tribunale. Alcune aree dell’Amazzonia sono praticamente delle zone di guerra: interi territori sono invasi da cercatori illegali d’oro e bande criminali che operano nell’impunità.

Ad aggravare la situazione, i cambiamenti climatici

Sì: nonostante siano coloro che meno hanno contribuito ad alimentarli, i popoli indigeni – dell’Amazzonia ma anche nel resto del mondo – sono tra i più colpiti dai cambiamenti climatici, sia perché vivono in luoghi dove l’impatto è tendenzialmente maggiore, sia perché i loro stili di vita dipendono dall’ambiente naturale in cui vivono.
Inoltre, le loro terre vengono pesantemente distrutte da attività come l’estrazione di petrolifero e minerali, la deforestazione, gli allevamenti intensivi… che sono tra le principali cause della crisi climatica.

Ma non solo: oggi sono minacciati sempre più anche dalle cosiddette soluzioni che vengono proposte per combattere i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità. In molti casi, si tratta in realtà un modo per accaparrarsi terre e risorse, mercificare e finanziarizzare la natura. Mi riferisco ad esempio alle cosiddette Soluzioni Basate sulla Natura (NBS), e in particolare ai progetti di compensazione del carbonio e alla creazione di Aree Protette. Si tratta di false soluzioni perché anziché contrastare le vere cause della distruzione ambientale e chi ne è più responsabile – il sovra-consumo crescente e lo sfruttamento delle risorse naturali per profitto trainati dal Nord globale – colpiscono maggiormente i popoli indigeni e i loro territori, e ci forniscono l’illusione di intervenire, confortante ma falsa, mentre di fatto permettono ai governi e alle imprese più inquinanti di continuare a inquinare pur promuovendosi come “verdi”.

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I territori indigeni del Maranhão vengono presi di mira aggressivamente dai trafficanti di legname illegale perché è lì che si trova l’ultima area di foresta primaria dell’Amazzonia orientale. ©Survival

Tutta l’Amazzonia sta soffrendo, ma per la foresta e i diritti dei popoli indigeni la situazione è particolarmente critica nelle regioni brasiliane. Cosa sta succedendo?

La situazione in Brasile è particolarmente critica perché sin dal primo giorno della sua presidenza, Bolsonaro ha dichiarato guerra ai popoli indigeni e sta promuovendo un vero e proprio “genocidio legalizzato”: le sue azioni e le sue politiche sono genocide perché mirano consapevolmente a spazzare via i popoli incontattati e ad aprire i territori indigeni allo sfruttamento commerciale distruggendo, in parte se non del tutto, interi popoli che da quelle terre dipendono completamente per la vita oltre che per il loro benessere culturale, spirituale ed economico.

Bolsonaro vuole togliere loro l’autonomia, vendere i loro territori per il taglio del legno e le attività minerarie, e “assimilarli” contro il loro volere. Sta spingendo il PL490, conosciuto anche come “Progetto di Legge della Morte” che riunisce gli elementi più pericolosi di una serie di disegni di legge ed emendamenti costituzionali che mirano a derubare i popoli indigeni delle loro terre a favore dell’agrobusiness e dello sfruttamento minerario, e a permettere il contatto forzato con le tribù incontattate.

Ma il movimento indigeno in Brasile è attivo, ben organizzato e forte, e sta conducendo una grande lotta per il proprio futuro e la propria autonomia. È difficile prevedere cosa succederà alle elezioni di ottobre, ma mi auguro che entri in carica un nuovo Presidente e un nuovo partito, che consulti i popoli indigeni, li consideri come partner di pari livello, che dia valore alle loro conoscenze e alle loro diversità e inizi a riparare i danni fatti da Bolsonaro.

Quali soluzioni per proteggere l’Amazzonia e le popolazioni indigene?

Riconoscere e garantire i loro diritti, e in particolare quello a vivere nella e della loro terra, è cruciale per permettere ai popoli indigeni di sopravvivere ma anche di prosperare. Ma non solo: è di gran lunga il modo più efficace, e giusto, di proteggere il pianeta e la biodiversità.

Non è un caso, infatti, che i territori indigeni siano quelli più ricchi di biodiversità al mondo: in generale, questi popoli si prendono cura del loro ambiente anche a beneficio di tutti noi. In molte aree dell’Amazzonia, ad esempio, i territori indigeni costituiscono delle vere e proprie barriere alla deforestazione dilagante. Anche per questo, questi popoli devono essere al centro degli sforzi di protezione ambientale e le loro voci devono avere la priorità nell’impegno comune per contrastare la crisi climatica e la perdita di biodiversità.

Come si sta muovendo la comunità internazionale, e cosa dovrebbe fare?

La pressione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale è cruciale. Anche i tanti successi che Survival International ha ottenuto in oltre 50 anni di lavoro dimostrano che la mobilitazione dell’opinione pubblica è davvero la forza più efficace per ottenere il rispetto dei diritti dei popoli indigeni. Persino in questi anni così difficili di presidenza Bolsonaro, i popoli indigeni e i loro alleati sono comunque riusciti – grazie alle pressioni nazionali e internazionali – ad arginare alcune delle misure più controverse e pericolose promosse dal suo governo. Senza questo incessante lavoro di monitoraggio e lobbying, la situazione sarebbe ancora più drammatica. 

I popoli indigeni e le loro organizzazioni hanno bisogno di sostegno. Da un lato dobbiamo continuare ad aiutarli a fare pressione sul governo brasiliano, dall’altro dobbiamo pretendere che, al di là degli obblighi previsti o meno per legge, i nostri governi e le aziende occidentali che fanno affari con il Brasile indaghino con la massima diligenza le filiere, assicurandosi di non commerciare minerali, legname o prodotti dell’agrobusiness a spese delle vite e delle terre indigene. In questo senso, potrebbe fare molta differenza anche un comportamento più esigente e responsabile da parte dei singoli consumatori, ovvero di ognuno di noi.

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Valeria Capettini

Nata a Milano nel 1991, mi sono laureata in Lettere per poi conseguire una laurea magistrale in Comunicazione. Dal 2021 sono iscritta all'Albo dei Giornalisti della Lombardia. Nel 2016 sono entrata a far parte della squadra di Meteo Expert: un'esperienza che mi ha insegnato tanto e mi ha permesso di avvicinarmi al mondo della climatologia lavorando fianco a fianco con alcuni dei maggiori esperti italiani in questo settore. La crisi climatica avanza, con conseguenze estremamente gravi sull’economia, sulla sicurezza e sulla vita stessa di un numero sempre maggiore di persone. Un'informazione corretta, approfondita e affidabile è più che mai necessaria.

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