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Montagne italiane sotto stress, la drammatica situazione con neve in calo e ghiacciai in ritirata

Le nostre montagne sono un pilastro per acqua, clima, turismo e agricoltura, ma l’inverno 2024-2025 conferma il calo di neve, l’aumento del rischio valanghe e il ritiro dei ghiacciai.

Le nostre montagne sono al centro di un passaggio delicato: da un lato rappresentano una risorsa vitale per oltre 1,1 miliardi di persone nel mondo, dall’altro mostrano segni sempre più evidenti di fragilità. Le aree montane coprono circa il 27% della superficie terrestre e garantiscono acqua, cibo, energia e reddito a comunità che spesso vivono in condizioni di povertà e insicurezza alimentare. In questo contesto, l’inverno 2024-2025 sulle Alpi italiane offre un quadro chiaro dello stato di salute del nostro ambiente d’alta quota, tra deficit di neve, incremento degli incidenti da valanga e accelerazione della deglacializzazione.

Montagne risorsa globale: acqua, cibo, energia e turismo

Le montagne non sono solo paesaggi spettacolari: forniscono tra il 60 e l’80% dell’acqua dolce mondiale, indispensabile per la vita, l’agricoltura e l’uso civile. In molti Paesi in via di sviluppo le popolazioni di alta quota dipendono dalla agricoltura di montagna, spesso più sostenibile e a basso impatto ambientale rispetto ai modelli intensivi di pianura. Le aree montane sono anche un serbatoio di biodiversità e un presidio fondamentale contro il dissesto idrogeologico. A questo si aggiunge il ruolo economico del turismo di montagna, sia invernale sia estivo, e il contributo decisivo alla energia rinnovabile, in particolare idroelettrico e solare, che sfruttano l’acqua di fusione nivale e le condizioni di elevata insolazione alle alte quote.

Stato di salute delle Alpi: l’analisi del Sistema nazionale

Il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente monitora quotidianamente le nostre montagne, raccogliendo dati su climaneveghiacciaivalanghe e permafrost, per comprendere le dinamiche in atto e fornire basi scientifiche ai piani di adattamento climatico e di mitigazione. Il bilancio dell’inverno 2024-2025 sulle Alpi italiane è chiaro: stagione povera di innevamento, aumento dei periodi con manto instabile, proseguimento del ritiro glaciale. Questo quadro non riguarda solo l’ambiente naturale, ma anche la disponibilità futura di risorsa idrica, l’energia idroelettrica, la frequentazione turistica e la sicurezza delle comunità alpine.

Neve sull’arco alpino: deficit diffuso e fusione anticipata

In Piemonte l’inverno 2024-2025 è stato nuovamente avaro di nevicate, con un deficit nivometrico del 20-40% che colloca la stagione tra le quattro meno nevose degli ultimi 60 anni, soprattutto alle quote inferiori e nei settori meridionali. Il numero di giorni con neve al suolo è calato fino al 50% in alcune zone, complice la presenza di temperature miti e di episodi di pioggia su neve che hanno accelerato la fusione. Anche dove sono arrivate nevicate più intense in primavera, la durata del manto è stata ridotta, con fusione completa anticipata di circa un mese rispetto all’anno precedente.

In Valle d’Aosta la stagione 2024-2025 ha mostrato un calo delle precipitazioni nevose compreso tra il 20 e il 40% su base regionale, con settori orientali più penalizzati e zone occidentali e nord-occidentali relativamente favorite. Le nevicate primaverili del 2025 hanno compensato solo in parte la carenza invernale, lasciando comunque un bilancio negativo. In Lombardia l’innevamento è risultato ridotto rispetto al 2023-2024, con avvio tardivo alle quote medie e minore persistenza del manto nevoso sotto i 1800-2000 metri, nonostante alcuni episodi significativi in alta quota. Anche in Veneto l’inverno da dicembre ad aprile è stato più caldo della media climatica e si è chiuso con un marcato deficit di neve, con fino a due metri in meno di accumulo a 2200 metri e una carenza tra il 45% e il 75% nei fondovalle dolomitici.

Pericolo valanghe e nuovi fenomeni in quota

Il quadro nivologico anomalo ha avuto effetti diretti sul rischio valanghe. In Piemonte, nella stagione invernale 2024-2025, sono stati registrati 11 incidenti da valanga con 21 persone coinvolte, 5 feriti e 3 decessi, in prevalenza con grado di pericolo 3-marcato. Molti distacchi sono stati legati a strati deboli nel manto nevoso, formatisi a causa della poca neve di inizio inverno. Sono stati osservati anche episodi di slushflow, colate di neve bagnata, acqua e detriti, una tipologia di valanga finora rara alle nostre latitudini ma potenzialmente molto distruttiva.

In Valle d’Aosta gli incidenti da valanga sono stati 12, con 24 persone coinvolte e un decesso: il mese di marzo si conferma periodo critico in presenza di condizioni di instabilità diffuse. In Lombardia la criticità è risultata mediamente moderata, con prevalenza di grado di pericolo 2-moderato, seppure con alcune fasi di rischio marcato soprattutto sui settori Retici, Adamello e Orobie. In Veneto si contano 8 incidenti da valanga con 17 persone coinvolte e 2 decessi, in gran parte legati alla frequentazione di alta quota da parte di sci alpinisti e sciatori fuori pista. La struttura del manto nevoso, caratterizzata da poca neve iniziale trasformata in brina di profondità, ha costituito una base insidiosa per i distacchi successivi.

Ghiacciai alpini in ritirata e degrado del permafrost

Il 2024-2025 conferma la tendenza alla deglacializzazione delle Alpi italiane. In Piemonte la superficie glaciale si è ridotta di oltre 15 ettari rispetto ai rilievi 2022-2024, con i ghiacciai situati sotto i 3100-3200 metri di quota particolarmente vulnerabili. In Valle d’Aosta il bilancio di massa resta negativo: gli apparati glaciali di medio-grandi dimensioni registrano perdite più contenute, mentre i piccoli ghiacciai continuano a regredire in modo marcato. In Lombardia il trend climatico rimane sfavorevole, con riduzioni della massa glaciale simili al 2024 e spessori in calo di circa 2 metri a 3000 metri nel settore Retico, accompagnati da arretramento delle lingue glaciali ormai sempre più assottigliate.

Sulle Dolomiti venete, i piccoli ghiacciai hanno proseguito la perdita di massa, nonostante siano rimasti coperti di neve fino a metà luglio 2025. L’estensione complessiva dei sei ghiacciai guida del bacino del Piave (Antelao, Popera, Cristallo, Marmolada, Fradusta, Sorapis) è scesa a meno di 1,81 km², circa il 55% in meno rispetto al 1980. Anche il permafrost dolomitico mostra un degrado importante, con riduzione significativa nei siti campione, un segnale critico perché la perdita di terreno permanentemente gelato favorisce franecrolli di roccia e instabilità dei versanti.

Montagna, comunità locali e adattamento al clima che cambia

La trasformazione in atto nelle montagne italiane ha ricadute dirette sulle comunità locali e sui settori economici che dipendono dall’alta quota. La minore neve invernale condiziona il turismo invernale tradizionale e la gestione degli impianti sciistici, mentre il ritiro dei ghiacciai e l’alterazione del regime idrologico incidono sulla disponibilità di acqua per uso potabile, agricolo ed energetico. Il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, insieme alle reti regionali di monitoraggio, lavora per affinare gli strumenti di osservazione climatica, aggiornare le mappe di pericolosità e sostenere politiche di adattamento climatico che tengano conto della specificità dei territori montani.

La salute delle nostre montagne è quindi uno specchio della crisi climatica globale, ma anche un banco di prova per modelli di sviluppo sostenibile capaci di coniugare tutela ambientale, sicurezza e qualità della vita delle popolazioni alpine. Proteggere neveghiacciaiacqua dolce e biodiversità di alta quota significa, in definitiva, proteggere una parte essenziale del nostro futuro comune.

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