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Contrastare la violenza contro le donne nel contesto del cambiamento climatico

Le condizioni ambientali hanno un impatto significativo sulla qualità della vita e sui diritti delle donne

Il cambiamento climatico sta minacciando la sostenibilità del nostro Pianeta, con effetti sull’ambiente, sulla società, sull’economia e sui diritti umani. La violenza contro le donne è la violazione dei diritti umani più diffusa e pervasiva a livello mondiale: nell’arco di una vita colpisce in media una donna su tre.

Secondo l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne queste due emergenze non possono più essere trattate separatamente. Sebbene lo studio combinato di questi due fenomeni sia ancora agli albori e i dati siano ancora limitati, le prove emergenti suggeriscono che la crisi climatica può contribuire all’aumento della violenza contro le donne sia in contesti di disastri naturali legati al clima – come ad esempio uragani o inondazioni su larga scala – sia durante eventi climatici a lenta insorgenza – come periodi di siccità o ondate di calore. 

In caso di disastri naturali le donne si trovano ad affrontare un rischio maggiore di subire l’intero spettro di violenze, tra cui molestie e abusi sessuali, stupro, violenza da parte del partner, matrimoni precoci, tratta e sfruttamento sessuale. Ad esempio, in seguito al passaggio dell’uragano Maria che ha colpito Porto Rico nel 2017, si è verificato un aumento del 62% delle richieste di assistenza per vittime di violenza sessuale. Una ricerca sul campo condotta in Bangladesh dopo il passaggio del ciclone Sidr nel 2007 ha dimostrato un aumento del tasso di tratta nei distretti colpiti. Dopo l’uragano Katrina (2005), il tasso di stupri tra le donne sfollate nei parcheggi per roulotte è aumentato di 53,6 volte rispetto al tasso di riferimento nel Mississippi per quell’anno. Anche le persone LGBTIQ+ hanno subito danni fisici e violenze nei centri di accoglienza post-disastro. A Vanuatu, segnato dal passaggio di due cicloni tropicali nel 2011, c’è stato un aumento del 300% dei casi di violenza domestica segnalati. Nei luoghi colpiti dai disastri naturali vengono a mancare i servizi essenziali (sanitari e sociali) e lo sfollamento mette le persone in condizioni di vulnerabilità.

Nei paesi in cui le donne non hanno alcuna possibilità di emanciparsi socialmente ed economicamente o in quelli in cui il compito di procacciare cibo e acqua per la famiglia ricade unicamente sui soggetti femminili, anche gli eventi climatici a lenta insorgenza possono rappresentare una minaccia. Qui il cambiamento climatico sta già incidendo maggiormente e negativamente sulla vita delle donne, esacerbando norme sociali dannose e disuguaglianze strutturali, creando tensioni e fattori di stress in casa e nella comunità. In Etiopia si è registrato un aumento delle ragazze vendute per matrimoni precoci in cambio di bestiame per aiutare le famiglie a far fronte agli effetti di una siccità prolungata.

Anche l’Italia non è sicuramente estranea a queste due emergenze. Dal punto di vista climatico – in queste pagine lo riportiamo ogni giorno – ci troviamo in un hot-spot del cambiamento climatico: un territorio in cui gli effetti della crisi climatica corrono più veloci stressando il quadro sociale ed economico. Per quanto riguarda la diffusione della violenza di genere, dall’inizio del 2023 si contano più di cento femminicidi e il numero è maggiore rispetto allo scorso anno. Oltre al femminicidio, apice della violenza, si contano molte altre variabili disfunzionali – ben schematizzate nella figura dell’iceberg della violenza di genere – che vanno dalla minimizzazione della violenza stessa alle forme di controllo, dall’oggettivazione alle aggressioni fisiche.

Secondo una recente survey condotta dalla Fondazione Libellula con un campione di ragazze e ragazzi adolescenti sulla percezione della violenza di genere negli adolescenti – individui che si trovano in un momento cruciale della vita – è emerso che: solo il 33% dei ragazzi tra i 18 e i 19 anni ritiene inaccettabile che un ragazzo diventi violento in seguito a tradimento, contro il 79% delle ragazze e solo il 29% dei ragazzi non è d’accordo con il fatto che “controllo” e “amore” vengano considerati sinonimi, contro il 48% delle ragazze.

Di fatto, in Italia, il raggiungimento dell’equità di genere è un percorso che non è ancora stato seriamente intrapreso e questa situazione alimenta la posizione di vulnerabilità in cui vengono messe le donne e vulnerabile è – etimologicamente – ciò che può essere ferito.

Sempre secondo i dati raccolti dalla Fondazione Libellula che ha fotografato lo stato dell’equità di genere nelle professioni in Italia, una donna su due ha dichiarato di aver subito molestie o discriminazioni nel proprio contesto lavorativo, il 68% ha visto rallentare il proprio percorso di crescita, o quello di altre donne, a causa della maternità e la stessa percentuale ha sentito circolare l’idea che una donna abbia usato la leva della seduzione per fare carriera. Stereotipi che condizionano e penalizzano le donne rallentando e ostacolando i tentativi di emancipazione, anche attraverso carriera e potere, da vecchi mandati culturali ancora prevalenti. Nel nostro paese infatti gli ambiti di responsabilità seguono ancora vecchi stereotipi: sostentamento economico di tutta la famiglia per lui, gestione dei figli e della casa per lei. Le conseguenze non giovano a nessuno: il 40% degli uomini ritiene di non poter parlare liberamente sul lavoro delle proprie responsabilità di cura, mentre il 41% delle donne dichiara disagio nel comunicare una gravidanza e in situazioni di crisi – a mostrarlo i dati del periodo di lockdown –  il meccanismo può diventare ancora più penalizzante per le donne.

Nel 2020, circa 47 mila donne e ragazze in tutto il mondo sono state uccise dai loro partner o da altri membri della famiglia, ovvero in media una donna viene uccisa da qualcuno con cui ha una stretta relazione ogni 11 minuti.

Questo è il quadro di una emergenza che deve essere trattata come tale e, secondo il programma delle Nazioni Unite, inserita come fattore trasversale da prevenire in tutti i campi di studio e di applicazione, compresi quelli sull’emergenza climatica. Tra le linee guida si segnala la promozione di partenariati strategici intersettoriali nei settori del cambiamento climatico e della coalizione per la fine della violenza contro le donne, la raccolta di dati per comprendere l’impatto del cambiamento climatico sulla violenza contro le donne e sui fattori di rischio, l’aumento degli investimenti nella prevenzione e nella risposta alle violenze di genere e una attenzione particolare alla tutela delle donne che difendono i diritti umani, anche garantendo che i responsabili siano realmente chiamati a risponderne.

 

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Elisabetta Ruffolo

Elisabetta Ruffolo (Milano, 1989) Laureata in Public Management presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Milano. Head of communication di MeteoExpert, Produttrice Tv per Meteo.it, giornalista e caporedattrice di IconaClima. Ha frequentato l’Alta scuola per l’Ambiente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per il Master in Comunicazione e gestione della sostenibilità.

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