La moda usa e getta soffoca il Ghana: il dramma del mercato di Kantamanto
Il prezzo nascosto della nostra moda veloce: molti Paesi del Sud globale si trasformano in discariche involontarie
La moda usa e getta è diventata uno dei principali motori dell’inquinamento tessile globale: ogni anno marchi come Shein, H&M e Zara producono miliardi di capi a basso costo, realizzati spesso con fibre sintetiche che non si degradano. Una volta indossati poche volte e scartati, questi abiti finiscono in grandi quantità nei Paesi del Sud globale, trasformando nazioni come il Ghana in discariche involontarie.
Il mercato di Kantamanto ogni settimana riceve circa 15 milioni di capi
Il simbolo più drammatico di questa crisi è il mercato di Kantamanto ad Accra, la capitale, il più grande hub di abbigliamento di seconda mano dell’Africa occidentale. Ogni settimana arrivano circa 15 milioni di capi di abbigliamento usato, spediti principalmente da Regno Unito, Stati Uniti, Europa e sempre più dall’Asia orientale; un volume che corrisponde a circa 225.000 tonnellate all’anno.

Un rapporto di Greenpeace Africa e Greenpeace Germania intitolato “Fast Fashion, Slow Poison: The Toxic Textile Crisis in Ghana”, pubblicato nel 2024 e risultato di un’investigazione durata mesi, aveva già messo in luce le conseguenze disastrose del fast fashion, un modello di produzione basato sulla sovrapproduzione di capi a basso costo e consumo rapido che finisce per inquinare in modo massiccio questo Paese dell’Africa occidentale.

Il mercato di Kantamanto si estende su 42 acri, con 15.000 bancarelle stracolme di scarpe, magliette, giacche, cinture e accessori. I commercianti acquistano balle da centinaia di chili, sperando di rivendere la merce in Ghana e nei Paesi vicini (Burkina Faso, Togo, Nigeria). Ma la realtà è dura: il 30-40% dei capi è invendibile, di qualità bassissima, macchiato, strappato o fuori moda a causa del ritmo forsennato della fast fashion.

Il dramma dei rifiuti bruciati e scaricati nelle discariche
I rifiuti non venduti vengono bruciati ai margini del mercato, scaricati in discariche informali o trasportati dal vento verso la laguna di Korle, che sfocia nel Golfo di Guinea. La laguna è considerata uno dei luoghi più inquinati del Pianeta: i coloranti e i prodotti chimici alterano il pH dell’acqua, avvelenano la falda e contribuiscono al 15,2% delle morti legate all’inquinamento. Le fibre sintetiche (poliestere, nylon) rilasciano microplastiche che persistono per secoli, contaminando mari, pesci e catena alimentare.

Il dramma si è aggravato all’inizio del 2025: un incendio devastante il 1° gennaio ha distrutto il 60-75% del mercato, lasciando migliaia di commercianti senza reddito, due vittime e tonnellate di abiti bruciati che hanno peggiorato l’inquinamento atmosferico. L’impatto non è solo ambientale: le donne migranti dal nord del Ghana trasportano balle da 50-60 kg per meno di 2 dollari al giorno, soffrendo problemi alla schiena e alla salute.
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Per fortuna ci sono organizzazioni locali come The Revival che promuovono la moda sostenibile, focalizzandosi sulla lotta ai rifiuti tessili attraverso l’upcycling, l’istruzione e la creazione di posti di lavoro. Hanno salvato milioni di capi dalle discariche, trasformandoli in giacche, kimono, tappeti e persino mattoni per case; ricevono anche finanziamenti da H&M Foundation e Shein, e puntano a un’economia circolare.

La crisi di Kantamanto è il prezzo nascosto della nostra moda veloce. Finché i Paesi ricchi continueranno a esportare rifiuti sotto forma di “aiuto” o “second hand”, il Ghana pagherà il conto più salato. Servono responsabilità globale, limiti alla produzione e sostegno reale ai riciclatori locali. Altrimenti, la moda usa e getta continuerà a soffocare non solo questa parte d’Africa ma il Pianeta intero.