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Piantare alberi oggi per ridurre le emissioni domani? Pro e contro del business delle compensazioni

Le foreste sono essenziali per la stabilità climatica, ma piantare alberi - come unica strategia -non sarà sufficiente. La pratica del “carbon offsetting” può rivelarsi una pericolosa distrazione dall’obbiettivo di ridurre sensibilmente e al più presto le emissioni di gas serra

Carbon offsetting è un termine inglese, traducibile come “compensazione del carbonio” che capita sempre più spesso di leggere o ascoltare quando l’argomento è il cambiamento climatico e l’urgenza di mitigarlo, cioè di ridurre le emissioni di gas climalteranti. Si noti che la strategia internazionale di mitigazione punta esplicitamente ad obiettivi che comprendono anche compensazioni ed assorbimenti quando usa espressioni quali “net zero carbon emissions”: si usa l’espressione “emissioni nette” perché anche in un futuro fortemente decarbonizzato resterà una quota ineliminabile di gas serra che dovrà essere compensata dagli assorbimenti (ad esempio tramite la riforestazione). La questione, come si può immaginare, è estremamente complessa e attorno ad essa sta crescendo una vasta letteratura scientifica, mentre assistiamo alla nascita del business delle compensazioni.

Nel breve spazio che segue cercheremo di fare un po’ di chiarezza, con l’aiuto di qualche numero, per dimostrare che il discorso delle compensazioni del carbonio è potenzialmente molto pericoloso e si presta facilmente a pratiche e annunci ingannevoli.

Emissioni annuali di CO2 derivanti dal consumo di combustibili fossili e dall’industria, espresse in miliardi di tonnellate. Prima della recente discesa dovuta alla pandemia si nota la riduzione avvenuta nel 2009 legata alla crisi finanziaria. Fonte del grafico: https://www.carbonbrief.org/global-carbon-project-coronavirus-causes-record-fall-in-fossil-fuel-emissions-in-2020

Iniziamo da qualche numero e da alcuni concetti di base: l’umanità oggi emette circa 40Gt di CO2 (40 miliardi di tonnellate) ogni anno. Gli scienziati hanno prodotto delle stime di quanto biossido di carbonio possiamo ancora “permetterci” di emettere (carbon budget) perché si possa avere una ragionevole probabilità di non oltrepassare determinate soglie di temperatura. Le stime naturalmente possono variare da studio a studio, ma gli ordini di grandezza, ciò che conta, sono simili. Un lavoro presentato su “Communications Earth and Environment” di Nature (di cui si parla approfonditamente qui) suggerisce, ad esempio, che per restare entro la soglia di +1.5°C con una probabilità compresa tra il 33 ed il 67%, il “carbon budget” rimanente dopo il 2020 è di 440Gt di C02, un budget che, ai tassi correnti di emissione, esauriremo in circa 10 anni. Gli autori sottolineano che vi è anche una probabilità del 17% che questo budget sia zero, cioè che la soglia di 1.5°C sia già stata virtualmente superata, poiché come sappiamo il sistema climatico possiede una sua inerzia e non abbiamo ancora sperimentato tutto il riscaldamento corrispondente alle forzanti radiative presenti oggi. I dettagli a volte possono essere importanti, ma quello che certamente questi numeri ci insegnano è che le attuali emissioni di gas climalteranti sono così imponenti che in ogni caso, se non verranno ridotte drasticamente, entro una manciata di anni ci troveremo a superare soglie climatiche pericolose.

Questi numeri, benché sgradevoli e scomodi, indicano inequivocabilmente la strada da percorrere velocemente e senza esitazioni: quella di ridurre fortemente le emissioni di gas serra da subito e di continuare a ridurle sensibilmente anno dopo anno fino a che si saranno quasi azzerate.  Dove entrano in gioco quindi le compensazioni? Perché molte aziende – lo vediamo fare ad esempio ad alcune compagnie aeree – ci tengono a farci sapere che pianteranno alberi per compensare le loro emissioni?

Orca, l’impianto di rimozione diretta del CO2 dall’aria con sequestro nel sottosuolo costruito in Islanda dall’azienda Climeworks. Si tratta di una tecnologia ancora molto costosa e assai energivora. Fonte dell’immagine: https://climeworks.com/

Facciamo un piccolo passo indietro e cerchiamo di capire brevemente di cosa si parla quando si fa riferimento all’assorbimento del carbonio dall’atmosfera. I sistemi per rimuovere il biossido di carbonio dall’atmosfera, detti anche NETs (Negative Emissions Technologies) comprendono alcune tecnologie che sono ancora in un fase di ricerca, dagli effetti e dalla praticabilità controversi, e che in generale saranno comunque molto costose se applicate su larga scala  (ad esempio la BECCS,  Bioenergy with Carbon Capture and Storage, le tecniche di Enhanced Weathering, o la DACCS, Direct Air Capture with Carbon Storage).

Fra tutte le possibilità che abbiamo a disposizione quella che oggi appare come la più realistica, efficace ed economica è rappresentata dalla forestazione: piantare alberi, insomma. Una prima osservazione, inevitabile, è che dovremmo davvero cominciare a occuparci seriamente del dramma della deforestazione tropicale, che procede a ritmi serrati alimentata soprattutto dall’enorme domanda di carne dei paesi ricchi (ricordiamo, ad esempio, che l’Italia è il maggior importatore europeo di carne brasiliana). La seconda è che bisogna fare i conti con la realtà e con la dura legge dei numeri. Supponendo di essere finalmente riusciti a contenere la deforestazione quanti alberi sarà possibile fare crescere per davvero, senza ridurre troppo la superficie agricola che ci serve per sfamare una popolazione mondiale in crescita? E quanto biossido di carbonio potranno assorbire i nuovi boschi? E siamo sicuri che fare crescere foreste conduca solo a benefici per il clima? Le risposte a queste domande richiederebbero ben più che queste poche righe (per inquadrare con un po’ di dettaglio la questione si suggerisce questo articolo redatto da ricercatori che lavorano nel campo), ma proviamo a sintetizzarle. Non sappiamo davvero quanti alberi sia possibile piantare senza mettere a rischio la nostra sicurezza alimentare; un’idea suggestiva è quella di piantarli nelle aree marginali dove oggi non esistono foreste, ma bisognerebbe chiedersi il motivo per cui su quei suoli non crescono alberi: sono aree dove pascolano animali? O forse semplicemente sono inadatte alla crescita del bosco perché troppo aride, troppo scoscese, troppo ventose eccetera? Anche ipotizzando scenari di forestazione quasi “fantascientifici” (coprire di nuovi boschi un’area più grande degli USA) e utilizzando stime ottimistiche sulla loro crescita e sui tassi di assorbimento si avrebbe una sottrazione annuale di biossido di carbonio dell’ordine di 7.5Gt, da confrontare con le 40Gt che sono emesse dalle nostre attività: un aiuto, certo, ma non la soluzione.

Con riferimento all’ultima domanda (esistono aree dove la crescita di nuove foreste può peggiorare la crisi climatica?) la risposta è : alle alte latitudini, coperte di neve per molti mesi all’anno, le foreste riducono l’albedo (la riflessione della radiazione solare verso lo spazio) e favoriscono quindi un riscaldamento maggiore della superficie;  i boschi infatti sono scuri e assorbono molta radiazione solare, mentre i campi di neve ne riflettono la maggior parte. Nella regione artica un ulteriore forte riscaldamento sarebbe particolarmente pericoloso perché porterebbe alla fusione del permafrost, uno strato di suolo perennemente ghiacciato che attualmente immagazzina enormi quantità di carbonio. “Più carbonio di tutti gli alberi della terra messi insieme”, secondo l’articolo appena citato di Climalteranti.

Foresta innevata. Foto Pixabay

In conclusione, possiamo riassumere che:

  • La mitigazione degli effetti del cambiamento climatico richiede di ridurre drasticamente le nostre emissioni di gas serra da subito, senza ulteriori indugi (e senza trucchi!).
  • Le promesse di ridurre le emissioni in futuro o gli annunci di compensazione delle emissioni (ad esempio tramite la messa a dimora di alberi) vanno valutate con il dovuto senso critico perché rischiano di essere operazioni di “greenwashing” volte a rimandare sine die la loro riduzione effettiva.
  • Gli alberi da soli non salveranno il mondo, ma è imperativo fermare la deforestazione, specialmente nelle aree tropicali, anche per centrare l’importante obiettivo della salvaguardia della biodiversità. Gli alberi inoltre potranno svolgere una funzione importante nel processo di adattamento al cambiamento climatico e pertanto è razionale e urgente azzerare la cementificazione e cercare di rinverdire le nostre città ed i nostri paesi (troviamo un buon esempio nel progetto milanese Forestami).

 

Per approfondire:

10 myths about net zero targets and carbon offsetting, busted

Il Pianeta sta diventando davvero più verde? Il “global greening” e il caso studio del Sahel

Cambiamento climatico: il ruolo dell’agricoltura e dell’allevamento

Quanto CO2 assorbe un albero?

Foreste, in 20 anni nel mondo si è rigenerata un’area grande quanto la Francia

 

Lorenzo Danieli

Sono nato a Como nel 1971 e ancora oggi risiedo nei pressi del capoluogo lariano. Dopo la maturità scientifica ho studiato fisica all’Università degli Studi di Milano, dove mi sono laureato con una tesi di fisica dell’atmosfera. La passione per la meteorologia è nata quando ero un ragazzino e si è trasformata successivamente nella mia professione. Con il tempo sono andati crescendo in me l’interesse per la natura e per tutte le tematiche legate all’ambiente, fra le quali le cause e le conseguenze del cambiamento climatico.

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