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Il conto del clima: quanto ci costa davvero il riscaldamento globale?

Secondo Triodos Bank, il caldo estremo e la siccità dell’estate 2026 potrebbero sottrarre circa 180 miliardi di euro all’economia dell’Unione europea

Per l’Italia la perdita stimata supera i 20 miliardi. Non è denaro che scompare soltanto dai bilanci pubblici: è ricchezza che non viene prodotta e che si trasforma in raccolti inferiori, prezzi più alti, lavoro meno produttivo e maggiori costi per famiglie, imprese e Stato.

Per anni abbiamo vissuto con l’idea che il cambiamento climatico fosse una minaccia distante, confinata allo scioglimento dei ghiacciai, all’innalzamento degli oceani o alle immagini dei documentari naturalistici. Oggi la realtà ci mette davanti a un fatto molto più concreto e vicino: il riscaldamento globale ha un prezzo, ed è già molto alto.

Le ondate di calore, la siccità prolungata e gli eventi atmosferici estremi non distruggono soltanto ecosistemi. Riducono la produzione agricola e industriale, rallentano il lavoro, mettono sotto pressione i sistemi energetici e sanitari, danneggiano le infrastrutture e costringono gli Stati a impiegare risorse crescenti per affrontare emergenze e ricostruzioni. Il conto arriva infine anche nelle case dei cittadini, attraverso il carrello della spesa, le bollette, il reddito e le tasse.

A fornire un ordine di grandezza è il rapporto Hot Summer Economics, pubblicato l’8 agosto dagli economisti di Triodos Bank. L’analisi prende in esame gli effetti dell’estate 2026 su agricoltura, produzione energetica, trasporti e produttività del lavoro e stima che il caldo estremo possa ridurre di circa l’1 per cento il prodotto interno lordo dell’Unione europea, provocando una perdita vicina ai 180 miliardi di euro.

La cifra è quasi equivalente alla crescita economica attesa per l’intera Unione Europea nel 2026. In altre parole, una parte molto consistente dell’aumento di ricchezza previsto per quest’anno potrebbe essere cancellata dagli effetti del caldo e della siccità. Non si tratta ancora di un bilancio consuntivo: l’estate non è conclusa e le stime dipendono da modelli economici nei quali alcuni effetti possono sovrapporsi. Gli stessi autori, tuttavia, spiegano di avere adottato ipotesi relativamente prudenti e avvertono che il danno complessivo potrebbe essere persino sottostimato.

Una perdita che non coincide con la spesa dello Stato

Quando si parla di 180 miliardi di perdite europee o di oltre 20 miliardi per l’Italia, non bisogna immaginare un’unica somma prelevata dalle casse pubbliche. Si tratta soprattutto di ricchezza che l’economia non riesce a produrre: ore di lavoro cancellate o meno produttive, raccolti inferiori, attività rallentate, trasporti ostacolati e impianti energetici costretti a ridurre la produzione.

Per l’Italia, seconda economia più colpita tra quelle analizzate dopo la Francia, Triodos stima una riduzione della crescita di circa 1,1 punti percentuali, equivalente a oltre 20 miliardi di euro. Il Paese presenta una forte esposizione fisica perché una quota rilevante della sua economia dipende dall’agricoltura, dall’edilizia, dall’industria e dal turismo, settori particolarmente vulnerabili alle temperature estreme. Una maggiore abitudine al caldo attenua in parte l’impatto di ogni singola giornata torrida, ma non è sufficiente a neutralizzare gli effetti di periodi sempre più lunghi e intensi.

Una parte della perdita economica finisce inevitabilmente per riflettersi anche sui conti pubblici. Una produzione più bassa significa minori entrate fiscali, mentre incendi, alluvioni, crisi idriche e ondate di calore richiedono maggiori spese per protezione civile, sanità, indennizzi e riparazione delle infrastrutture. Il risultato è una pressione doppia: diminuiscono le risorse generate dall’economia proprio mentre aumenta il bisogno di intervento pubblico.

Questo non significa che ogni euro perso venga automaticamente sottratto a sanità, scuola o trasporti. Significa però che uno Stato costretto a spendere quote crescenti per affrontare emergenze dispone di meno margine per investimenti programmati, riduzione delle tasse e miglioramento dei servizi.

Il clima entra nel carrello della spesa

Il primo canale attraverso il quale il riscaldamento raggiunge le famiglie è il cibo. Il caldo e la siccità hanno già ridotto le previsioni europee per i raccolti e per la produzione di latte nel 2026. Triodos stima che la minore produzione agricola e il conseguente trasferimento sui prezzi possano sottrarre circa 0,15 punti percentuali al PIL dell’Unione.

Quando i raccolti diminuiscono, l’offerta di prodotti alimentari si restringe e i costi sostenuti dagli agricoltori aumentano. Irrigazione, energia, mangimi, assicurazioni e protezione delle colture diventano più onerosi. Non tutti questi rincari arrivano immediatamente sugli scaffali e non tutti i prodotti reagiscono nello stesso modo, ma la pressione finisce progressivamente per raggiungere i consumatori.

Il cambiamento climatico si trasforma così in una forma di inflazione fisica: non nasce dall’eccesso di domanda o dalla politica monetaria, ma dalla riduzione della quantità di beni che il territorio è in grado di produrre. Una banca centrale può aumentare i tassi di interesse, ma non può far piovere sui campi, ricaricare una falda o ricostruire in pochi mesi un raccolto distrutto.

Più condizionatori, meno energia disponibile

Il secondo canale riguarda l’elettricità. Durante le estati più calde, l’uso dei condizionatori smette di essere soltanto una scelta di comfort e diventa, soprattutto per anziani, malati e bambini, uno strumento di protezione sanitaria. La domanda di energia aumenta quindi proprio nei giorni in cui il sistema elettrico può incontrare le maggiori difficoltà.

La siccità riduce la produzione idroelettrica, mentre le centrali nucleari e termoelettriche possono essere costrette a diminuire l’attività quando manca l’acqua necessaria al raffreddamento o quando i fiumi raggiungono temperature troppo elevate. Anche l’efficienza dei pannelli solari può diminuire durante le giornate più torride.

Secondo Triodos, la combinazione tra minore produzione, aumento della domanda e rincaro dei prezzi all’ingrosso potrebbe sottrarre altri 0,12-0,15 punti percentuali al PIL europeo. Per le famiglie questo significa una maggiore pressione sulle bollette, anche se il trasferimento effettivo dipende dai contratti, dal sistema energetico nazionale e dagli eventuali interventi pubblici.

L’adattamento presenta quindi un paradosso. Il condizionamento protegge la salute e consente di continuare a lavorare, ma aumenta il consumo di elettricità proprio quando l’offerta può essere più fragile. Per questo la risposta non può consistere soltanto nell’installazione di nuovi apparecchi: servono edifici meglio isolati, città più verdi, sistemi di ombreggiamento e abitazioni capaci di restare fresche consumando meno energia.

Quando il caldo ferma il lavoro

La componente economicamente più importante è però la perdita di produttività. Il corpo umano non lavora nello stesso modo a qualsiasi temperatura. Superata una soglia generalmente compresa tra 25 e 30 gradi, la capacità lavorativa comincia a diminuire, soprattutto nelle attività fisiche svolte all’aperto o in ambienti privi di climatizzazione.

Agricoltori, operai edili, addetti alla logistica, lavoratori portuali e personale impiegato nelle attività turistiche sono tra i più esposti. Le pause devono diventare più frequenti, gli orari vengono ridotti o spostati e aumentano il rischio di infortuni, l’assenteismo e i problemi di salute. Il caldo può ridurre anche le prestazioni negli uffici, peggiorando il sonno, la concentrazione e le capacità cognitive.

Il rapporto cita ricerche secondo le quali, durante periodi di caldo persistente, per ogni grado sopra la soglia dei 30 gradi la produzione oraria può ridursi di circa il 3 per cento. Applicando le evidenze disponibili alla struttura economica dei diversi paesi, Triodos individua proprio nella produttività del lavoro la principale fonte di perdita per l’Europa.

Anche i trasporti contribuiscono al danno complessivo. Fiumi con livelli troppo bassi limitano il carico delle imbarcazioni, il calore può deformare strade e rotaie e gli incendi interrompono collegamenti e catene logistiche. La riduzione della capacità ferroviaria, stradale e fluviale, insieme all’aumento dei costi di trasporto, potrebbe sottrarre altri 0,15 punti percentuali al PIL europeo.

I costi che il PIL non riesce a misurare

La stima dei 180 miliardi non comprende pienamente tutto ciò che viene perduto. Il prodotto interno lordo misura la produzione economica, ma non è in grado di rappresentare adeguatamente il valore di una vita, la distruzione di un ecosistema o il peggioramento della salute.

Triodos richiama una stima di circa 20.400 decessi legati al caldo in Francia, Germania, Spagna e Italia durante la sola ondata di calore tra il 22 e il 28 giugno. Valutando gli anni di vita perduti, il rapporto calcola per i decessi dell’estate un costo sociale compreso tra 1,5 e 7 miliardi di euro. A questo si aggiungono i danni provocati dagli incendi ai boschi, ai terreni agricoli, alla biodiversità e ai servizi offerti dagli ecosistemi.

Alcune spese sostenute dopo un disastro possono perfino far aumentare formalmente il PIL, perché ricostruire una strada, curare un paziente o mobilitare mezzi antincendio genera attività economica. Sarebbe però assurdo considerare il disastro un vantaggio: quelle risorse vengono impiegate per ripristinare ciò che esisteva già e non per creare nuovo benessere. La contabilità economica può registrare la ricostruzione, ma non sempre riesce a misurare ciò che è stato distrutto.

Adattarsi non basta

Una parte dei danni può essere ridotta attraverso l’adattamento. Modificare le colture e i calendari agricoli, migliorare l’irrigazione, isolare gli edifici, spostare gli orari di lavoro e rafforzare le infrastrutture può limitare le perdite. Secondo una delle stime richiamate da Triodos, queste misure potrebbero ridurre di circa il 40 per cento il danno alla produttività del lavoro, senza però eliminarlo.

Esiste inoltre una forte disuguaglianza nella capacità di proteggersi. Le famiglie con maggiori risorse possono installare condizionatori, migliorare l’isolamento delle abitazioni e sostenere bollette più elevate. I cittadini con redditi bassi vivono più spesso in edifici inefficienti, in quartieri con meno verde e in condizioni di maggiore esposizione. Lo stesso caldo non produce quindi le stesse conseguenze per tutti.

L’adattamento è indispensabile, ma da solo non può fermare un processo nel quale ogni nuovo aumento della temperatura rende le estati successive più dannose. Per questo deve essere accompagnato dalla riduzione delle emissioni che alimentano il riscaldamento globale.

L’analisi di Triodos Bank dimostra che rinviare la transizione e l’adattamento non evita i costi, ma li trasferisce sulle imprese, sui lavoratori, sulle famiglie e sui bilanci pubblici. La scelta non è più tra spendere per il clima e non spendere. Il conto è già arrivato.

La vera scelta è se continuare a pagarlo dopo ogni emergenza, sotto forma di produzione perduta, rincari, danni e vite umane, oppure investire prima per ridurne l’entità. Proteggere il clima non è soltanto una questione ambientale: è diventato uno dei modi più concreti per proteggere l’economia e il benessere quotidiano.

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