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Clima, foreste, agricoltura e allevamento

L’agricoltura può diventare un alleato nella mitigazione climatica?

La storia dell’agricoltura è profondamente intrecciata a quella nostra specie: è grazie all’agricoltura che la preistoria è diventata storia e che gli uomini hanno potuto disporre di quel surplus alimentare che ha permesso ai nostri antenati di costruire società complesse, dove alcuni di loro, liberati dal lavoro manuale, poterono creare le premesse per le successive rivoluzioni scientifiche e culturali. Non è questo lo spazio per ripercorrere, nemmeno sommariamente, i passi che hanno segnato l’evoluzione di questa appassionante vicenda; a chi ancora non lo avesse fatto suggeriamo senz’altro la lettura del saggio di Jared Diamond “Armi, acciaio e malattie”, probabilmente il suo libro più bello e citato.

Chi ha letto Diamond ha imparato che il legame tra l’agricoltura e l’uomo è più profondo e forte di quanto si possa immaginare a prima vista. Si tratta infatti di un legame bidirezionale nel senso che se, da una parte, sono stati gli uomini a “inventare” la coltivazione dei campi (insieme all’addomesticamento di alcuni animali), dall’altra è stato il contesto naturale (il clima, la disponibilità di alcune specie alimentari e di animali addomesticabili) a determinare il successo e la prosperità delle società antiche. Ci stiamo gradualmente avvicinando al tema di questo articolo, poiché le caratteristiche del clima furono certamente uno fra i principali fattori che contribuirono alla sviluppo delle società agricole, alla loro diversificazione, al loro successo o al loro fallimento. Si ritiene che fino a tempi piuttosto recenti l’impatto dell’uomo sul clima sia stato modesto, almeno stando a quanto ricostruito dalla maggioranza degli studiosi (alcuni, ad esempio William Ruddiman, hanno suggerito invece che già in tempi preistorici vi potesse essere stata una significativa interferenza umana, un’idea minoritaria nota come “the early anthropecene ipothesis” ).

Sia come sia, l’agricoltura fin dal sua comparsa ha avuto necessariamente un impatto sull’ambiente tramite la deforestazione ed il dissodamento dei suoli. La deforestazione poteva anche essere effettuata tramite una tecnica (nota come “slash and burn) che consisteva nel bruciare una porzione di foresta e coltivare il terreno reso fertile dalle ceneri e pulito dalle infestanti. In genere il terreno veniva abbandonato dopo quattro o cinque anni poiché esaurito e si procedeva quindi a incendiare altre parti della foresta (interventi come questi, ovviamente, erano sostenibili solo se attuati da pochi uomini aventi a disposizione ampie foreste). Gli effetti climatici della deforestazione, attuata anche per creare aree di pascolo, sono molteplici.

A livello locale (ma con potenziali impatti regionali o perfino globali se le superfici disboscate sono molto ampie) si possono osservare cambiamenti del microclima associati alla variazione dell’evapotraspirazione (il flusso di vapore dalle foglie degli alberi verso l’atmosfera), conseguenze legate al mancato ombreggiamento del suolo, e alla variazione dell’albedo (in genere un bosco è più scuro rispetto al suolo erboso, e questo è particolarmente vero, ovviamente, nelle aree a lungo innevate).

Su scala globale la deforestazione è responsabile di una quota considerevole della CO2 che si è accumulata nell’atmosfera, a causa dell’ossidazione del carbonio fissato nella vegetazione e nello strato superficiale del suolo. Le pratiche agricole, inoltre, sono responsabili dell’aumento della concentrazione del protossido di azoto, N2O, un gas 300 volte più potente della CO2 nel trattenere il calore terrestre e, soprattutto, della crescita della concentrazione del metano, CH4 (emesso principalmente dalla fermentazione enterica durante la digestione del bestiame) .

Proviamo a fornire un po’ di numeri, avvertendo che non è sempre facile districarsi fra i dati che si trovano pubblicati in fonti diverse, soprattutto a causa del modo differente con cui possono essere aggregate le varie emissioni. Cominciamo da uno dei dati più solidi che, da solo, ci fornisce un utile indizio sulle dimensioni della questione: si stima che ben un terzo delle terre emerse sia utilizzato per l’agricoltura e l’allevamento. Di questa enorme superficie, 5 miliardi di ettari, ben 3.4 sono dedicati al pascolo, comprese le aree di alpeggio. Non sorprende quindi, alla luce di questi numeri, che l’allevamento costituisca oggi la principale (con i due terzi circa delle emissioni) delle fonti di gas clima alteranti provenienti dal settore agricolo. Se ci concentriamo sul bestiame, inoltre, scopriamo che il grosso di queste emissioni (65%, fonte FAO) proviene dai bovini, come si è visto, soprattutto per il rilascio del metano. I frequenti richiami giunti dal mondo ambientalista e scientifico relativi all’eccessivo consumo di carne non sembrano essere immotivati. Nell’insieme (fonte IPCC) il settore agricolo e forestale contribuisce per circa un quarto, il 24%, al totale delle emissioni globali di gas serra. Si badi che questi numeri nascondono a loro volta una notevole complessità: nel calcolo delle emissioni da parte di un settore come quello agricolo devono infatti sommarsi, fra l’altro, le emissioni legate all’eventuale nuova deforestazione, quelle derivanti dall’uso dei macchinari, quelle legate alla produzione dei pesticidi e dei fertilizzanti sintetici (con questi ultimi che da soli contano per il 13% delle emissioni totali). Accanto a questi problemi, naturalmente, vi sono anche criticità che non coinvolgono direttamente gli aspetti climatici, ma che meritano almeno di essere citate, fra le quali ad esempio le conseguenze sull’ecosistema dell’uso dei pesticidi, l’erosione dei suoli, la loro salinizzazione o l’eutrofizzazione delle acque dovuta al dilavamento dell’azoto e del fosforo sparso sulle terre coltivate.

Dove ci porta questa lunga premessa? Di nuovo, tentiamo una sintesi: c’è un mammifero bipede molto curioso, intelligente e pure un po’ spregiudicato che per alcune migliaia di anni ha camminato su questo pianeta trasformandolo lentamente per renderlo più adatto alla sua sopravvivenza. Se è vero che in alcune aree le trasformazioni del paesaggio e della fauna sono state imponenti anche prima dell’era industriale, prima cioè che petrolio e carbone, convertiti in lavoro, aumentassero in modo smisurato la sua forza, è altrettanto vero che il pianeta ha conservato uno stato globalmente abbastanza stabile (con riferimento a clima e biodiversità) fino a pochi secoli fa. Oggi (mentre scriviamo le bocche da sfamare assommano a quasi 8 miliardi) la nostra attività è in grado di alterare in modo profondo non solo i paesaggi, ma perfino il clima, con conseguenze che sappiamo essere potenzialmente catastrofiche e che potranno mettere a rischio proprio la produzione di cibo e l’agricoltura stessa. Nel seconda puntata di questa disamina sul ruolo delle foreste, dell’agricoltura e dei suoli cercheremo di capire se sia possibile attenuare gli impatti ambientali delle attività agricole e forestali. Potremmo scoprire che da problema, l’agricoltura potrebbe trasformarsi in una (piccola) parte della soluzione e diventare un’alleata nella battaglia per la salvaguardia del clima.

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Lorenzo Danieli

Sono nato a Como nel 1971 e ancora oggi risiedo nei pressi del capoluogo lariano. Dopo la maturità scientifica ho studiato fisica all’Università degli Studi di Milano, dove mi sono laureato con una tesi di fisica dell’atmosfera. La passione per la meteorologia è nata quando ero un ragazzino e si è trasformata successivamente nella mia professione. Con il tempo sono andati crescendo in me l’interesse per la natura e per tutte le tematiche legate all’ambiente, fra le quali le cause e le conseguenze del cambiamento climatico.

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