La siccità non è solo uno shock temporaneo ma provoca effetti cumulativi che si protraggono per diversi anni
Una nuova ricerca guidata dal Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici insieme al Politecnico di Milano, ha analizzato i costi economici di una siccità prolungata
Mentre l’Italia soffoca sotto la quarta ondata di caldo dell’estate 2026, con decine di città in bollino rosso, notti tropicali, afa estenuante, incendi, il Po e molti laghi ai minimi storici, arrivano i conti salati di quello che il clima estremo sta già costando al Paese. In queste giornate di agosto, con temperature che in molte zone hanno sfiorato o superato i 40 °C, afa persistente e una siccità che interessa oltre il 60% del territorio nazionale, la canicola non è solo un disagio quotidiano. È un fenomeno che sta già producendo danni economici e occupazionali pesantissimi, destinati a moltiplicarsi se il riscaldamento globale continuerà a intensificarsi.

La siccità determina danni economici pesantissimi
Secondo uno studio del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e del Politecnico di Milano, pubblicato il 28 maggio su SSRN, sito web dedicato alla rapida diffusione della ricerca scientifica, l’evento siccitoso del 2015-2018, verificatosi in un mondo già più caldo di circa +1,5 °C rispetto all’era preindustriale, è associato a una perdita di 1,45 punti percentuali di crescita del PIL pro capite, pari a circa 24,3 miliardi di euro e a 330.000 posti di lavoro in meno. Se il riscaldamento globale raggiungesse i +2 °C, le stesse condizioni di siccità costerebbero all’Italia circa 74 miliardi di euro e quasi un milione di posti di lavoro (960.000).

A livello europeo il bilancio è ancora più grave: la siccità del 2015-2018 ha generato danni per circa 439 miliardi di euro. In uno scenario a +2 °C, lo stesso evento costerebbe quasi il doppio: 5,21 punti percentuali di PIL (circa 760 miliardi di euro) e 10,8 milioni di posti di lavoro.

Gli effetti si vedono a lungo termine
Lo studio evidenzia un aspetto spesso sottovalutato: i danni della siccità non si esauriscono nell’anno dell’evento. Le perdite maggiori si accumulano nei 6 anni successivi, arrivando a circa un punto percentuale di crescita cumulata perduta. Non è solo l’agricoltura a pagare il prezzo più alto; se il settore primario subisce il colpo immediato più forte ma recupera in due-tre anni grazie ad assicurazioni e riconversioni, edilizia e manifatturiero portano le cicatrici più lunghe e profonde.

“Le siccità pluriennali stanno diventando sempre più frequenti ed è proprio qui che risiede il vero rischio. L’Europa è chiamata a progettare istituzioni e mercati in grado di affrontare condizioni climatiche estreme, un’opportunità da cogliere nel prossimo piano di adattamento” queste le parole di Marta Mastropietro, autrice principale dello studio.

Massimo Tavoni ricercatore del CMCC ha aggiunto:” Questi dati arrivano mentre l’Italia vive un’altra estate di emergenza climatica. Coldiretti segnala danni particolarmente gravi su mais, riso, soia, pascoli, ortaggi, uva, olive e frutta, con un calo del 20% nella produzione di latte. Le regioni più in difficoltà sono Piemonte che ha chiesto lo stato di calamità, Liguria e Lombardia, ma problemi seri si registrano anche in Veneto, Emilia-Romagna, Centro e Sud Italia, con risalita del cuneo salino e costi irrigui in forte aumento”.
Un avvertimento per il futuro
In un momento in cui il caldo africano continua a dominare e la crisi idrica si aggrava giorno dopo giorno, lo studio del CMCC e del Politecnico di Milano non è solo un’analisi del passato: è un avvertimento concreto su quello che ci aspetta se non si accelerano le misure di adattamento.