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Acquedotti colabrodo, politica in ritardo: nelle reti italiane si perde il 42% dell’acqua

Il volume disperso basterebbe a soddisfare il fabbisogno di tre italiani su quattro

 

Il problema è noto da anni, ma il PNRR ha finanziato gli interventi senza fissare obiettivi di riduzione, mentre siccità e cambiamento climatico non concedono più rinvii

Ogni anno, quando l’estate porta con sé i primi allarmi per la siccità, torna puntuale anche la notizia sulle perdite degli acquedotti italiani. Il dato è ormai familiare a chiunque segua il tema: circa il 42% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione non viene regolarmente erogato agli utenti finali. Tradotto in termini di fabbisogno, è un volume che basterebbe a coprire i consumi di circa il 75% della popolazione del Paese.

È una cifra che colpisce, e giustamente. Ma vale la pena andare oltre il titolo, perché dietro quel numero ci sono almeno tre questioni che il dibattito pubblico tende a lasciare sullo sfondo: cosa si sta effettivamente facendo per intervenire, quanto è davvero completo quel dato e quanto sono aggiornate le informazioni sulle quali si basa.

C’è poi una quarta questione, inevitabilmente politica. Le condizioni critiche di una parte degli acquedotti italiani non sono una scoperta recente e non possono essere attribuite a un’emergenza improvvisa. Governi, amministrazioni territoriali e gestori conoscono da molti anni l’età delle infrastrutture, l’entità delle dispersioni e le forti differenze esistenti tra le diverse aree del Paese. Eppure gli interventi sono arrivati spesso in ritardo, sono stati frammentari e, soprattutto, raramente sono stati accompagnati da obiettivi nazionali chiari e verificabili.

Gli interventi del PNRR: molta tecnologia, nessun traguardo sul risultato

Il PNRR ha destinato quasi due miliardi di euro a interventi riguardanti almeno 45.000 chilometri di rete idrica, attraverso specifici bandi ministeriali.

Il principio alla base di molte di queste attività è semplice: più circoscritta è la porzione di acquedotto sottoposta a controllo, più rapidamente è possibile individuare una differenza anomala tra l’acqua immessa e quella effettivamente consegnata. È ciò che si cerca di ottenere con la cosiddetta distrettualizzazione: la rete viene organizzata in settori monitorabili separatamente, ciascuno dotato di propri strumenti di misurazione.

A questo si affiancano tecnologie pensate per intercettare i guasti prima che diventino visibili in superficie. L’osservazione satellitare del terreno aiutare a localizzare le anomalie, le scansioni radar delle condotte interrate e i sensori acustici capaci di captare il rumore delle microperdite.

Una volta individuati i punti più vulnerabili, le risorse possono essere concentrate sul risanamento delle tubazioni deteriorate o sul completo rifacimento dei tratti che non offrono più adeguate garanzie di tenuta.

Il problema non è la qualità di questi strumenti: sono, nei fatti, proprio ciò che servirebbe per gestire una rete complessa ed estesa come quella italiana. Il problema è che il PNRR misura prevalentemente la loro realizzazione, non il loro effetto.

Non è stato fissato, per esempio, un obiettivo del tipo: ridurre le perdite da una determinata percentuale del 2019 a un’altra percentuale entro la conclusione del Piano. È l’approccio adottato, invece, per un’altra priorità del PNRR, quella della giustizia civile, dove la diminuzione della durata dei procedimenti è stata trasformata in un obiettivo quantitativo esplicito.

Per la rete idrica si è scelto di finanziare tecnologie, lavori e chilometri di acquedotto interessati dagli interventi, lasciando però indefinito il risultato finale in termini di acqua realmente recuperata.

È una scelta che riflette uno dei limiti ricorrenti della politica italiana: è più semplice annunciare risorse stanziate e opere avviate che assumersi la responsabilità di un risultato preciso. Ma per i cittadini non conta quanti sensori siano stati acquistati o quanti chilometri siano stati monitorati. Conta quanta acqua sia stata effettivamente risparmiata e quanta ne arrivi finalmente a destinazione.

Un dato parziale: riguarda soltanto gli usi civili

C’è poi un limite che riguarda la natura stessa del 42%. Quella percentuale si riferisce esclusivamente all’acqua distribuita attraverso le reti pubbliche per gli usi civili, compresi quelli domestici.

Il dato deriva dal Censimento delle acque per uso civile dell’Istat, che non comprende le dispersioni relative agli impieghi agricoli, industriali o ad altre destinazioni.

Non è un dettaglio marginale. In un Paese nel quale la pressione sulle risorse idriche aumenta durante le stagioni siccitose, non conoscere con la stessa precisione ciò che accade fuori dal perimetro delle reti civili significa disporre soltanto di una parte del quadro.

Il 42% è il numero più visibile per i cittadini, perché riguarda direttamente l’acqua distribuita nei centri abitati e può tradursi in riduzioni della pressione, interruzioni del servizio o limitazioni ai consumi. Ma non coincide necessariamente con il volume complessivo d’acqua che viene disperso ogni anno nei diversi sistemi di approvvigionamento e distribuzione del Paese.

Dati che arrivano tardi e che, comunque, non mostrano miglioramenti

Se la fotografia è parziale, è anche vecchia. I dati nazionali più completi disponibili risalgono al 2022, ma l’Istat li ha pubblicati soltanto nel 2024: due anni di ritardo per sapere quanta acqua viene dispersa da un sistema che nel frattempo continua a cambiare.

Il Censimento viene aggiornato ogni due anni e, per l’edizione attesa nel 2026, non risulta ancora indicata sul sito dell’Istituto una data ufficiale di pubblicazione, anche se alcune indicazioni raccolte presso l’Istat fanno ipotizzare una diffusione nell’ultimo trimestre dell’anno.

Esistono informazioni più recenti, relative al 2024, ma sono limitate alle reti dei principali capoluoghi e non consentono di ricostruire un quadro nazionale completo.

A colmare almeno in parte questo vuoto temporale interviene l’ARERA, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, che raccoglie informazioni relative a gestori corrispondenti a circa l’80% dei consumi nazionali. E da queste rilevazioni emerge l’aspetto più preoccupante: tra il 2022 e il 2025 le perdite non si sarebbero ridotte. Al contrario, i dati indicherebbero un lieve peggioramento. Anche l’ARERA, peraltro, non dispone ancora di cifre relative all’anno in corso.

L’Italia continua quindi ad affrontare il problema guardando principalmente nello specchietto retrovisore. Senza rilevazioni frequenti, omogenee e tempestive diventa difficile stabilire dove intervenire con maggiore urgenza, individuare i gestori che stanno ottenendo risultati e verificare se la spesa pubblica stia producendo effetti concreti.

Anche sotto questo profilo emerge una responsabilità politica. Non si può governare una risorsa essenziale ricevendo ogni due anni dati che, al momento della pubblicazione, descrivono una situazione già superata. Se l’acqua è davvero una priorità nazionale, il suo monitoraggio non può avere tempi incompatibili con quelli dell’emergenza climatica.

Un problema noto da anni, aggravato dal cambiamento climatico

La responsabilità non può essere attribuita a un solo governo o a una singola amministrazione. È il risultato di decenni durante i quali la manutenzione delle reti è stata troppo spesso rinviata, le competenze sono rimaste frammentate e gli interventi hanno seguito la logica dell’emergenza anziché quella della prevenzione.

La politica conosce da tempo le condizioni degli acquedotti italiani. Conosce le percentuali di dispersione, le differenze tra territori e le difficoltà di numerosi gestori nel sostenere gli investimenti necessari. Ciò che è mancato non è la consapevolezza del problema, ma la capacità di attribuirgli una priorità proporzionata alla sua gravità.

Oggi continuare a rinviare è ancora più pericoloso. Il cambiamento climatico sta rendendo le estati italiane più lunghe, più calde e maggiormente esposte a periodi prolungati senza precipitazioni. La siccità non può più essere considerata un evento eccezionale da affrontare soltanto quando i bacini si svuotano e i Comuni sono costretti a emanare ordinanze.

In questo scenario, disperdere lungo le condotte una quota tanto elevata dell’acqua disponibile non è soltanto un’inefficienza infrastrutturale: è un rischio economico, sociale e ambientale.

La garanzia dell’approvvigionamento idrico dovrebbe diventare una priorità politica nazionale, al pari dell’energia, della sanità e della sicurezza del territorio. Se non si interviene rapidamente, quello che oggi definiamo “problema dell’acqua” rischia di trasformarsi nel “dramma dell’acqua” per decine di province italiane, con limitazioni prolungate, difficoltà per famiglie e imprese, danni all’agricoltura e conflitti sempre più duri tra usi civili, produttivi e ambientali.

Cosa servirebbe davvero

Le tecnologie finanziate dal PNRR — sensori, distrettualizzazione, osservazione satellitare e rilevamento acustico — possono rappresentare uno strumento decisivo. Ma il loro impatto reale potrà essere valutato soltanto quando esisteranno rilevazioni tempestive, possibilmente annuali, estese all’intero Paese e capaci di distinguere le dispersioni fisiche dalle cosiddette perdite apparenti, dovute per esempio a errori di misurazione o contabilizzazione.

Servirebbe soprattutto il passaggio che finora è mancato: legare almeno una parte degli investimenti a obiettivi verificabili, espressi in metri cubi recuperati o in punti percentuali di dispersione ridotta. Ogni gestore dovrebbe avere un traguardo, una scadenza e l’obbligo di rendere pubblici i risultati.

Il 42% non racconta soltanto lo stato di usura degli acquedotti italiani. Racconta anche la difficoltà di conoscere tempestivamente ciò che accade sotto le nostre strade e la fatica con cui la spesa pubblica si traduce in risultati verificabili.

La politica non può continuare ad aspettare l’emergenza estiva per ricordarsi dell’acqua. Il tempo delle diagnosi è finito da anni. Adesso servono responsabilità, scadenze e risultati: perché contare i chilometri di rete sui quali si è intervenuti non basta. Bisogna misurare quanta acqua abbia davvero smesso di perdersi e quanta ne sia stata restituita ai cittadini.

 

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