Greenpeace: le ondate di calore scaldano i mari italiani fino a 40 metri di profondità
Il Mediterraneo non si scalda più soltanto in superficie. Coralli e gorgonie sotto stress, episodi di sbiancamento e specie tropicali ormai ampiamente diffuse anche nei nostri mari
Il sesto rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia, pubblicato il 28 luglio 2026 e basato sui dati raccolti nel 2025, disegna un quadro chiaro e preoccupante. Le ondate di caldo marine non si fermano più agli strati superficiali: il calore raggiunge ormai i 30-40 metri di profondità, con temperature che in alcuni casi arrivano a 25 °C, esponendo a uno stress intenso gli organismi che vivono sui fondali rocciosi.

Un monitoraggio capillare in 14 aree
Il progetto, nato nel 2019 in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale e l’Università di Urbino, utilizza termometri subacquei e monitoraggi periodici in 14 stazioni lungo le coste italiane. 13 di queste si trovano all’interno di Aree Marine Protette da Miramare a Portofino, dalle Cinque Terre alle Tremiti, da Asinara a Tavolara, da Capo Carbonara a Capo Milazzo e al Plemmirio; l’unica area non protetta è l’Isola d’Elba.

Nel 2025 tutte le stazioni hanno registrato episodi prolungati di elevate temperature, anche in profondità. L’anomalia massima della temperatura superficiale del mare è stata di +3,5 °C sopra la soglia climatologica, rilevata nell’Area Marina Protetta dell’Isola dell’Asinara (Sardegna) tra fine maggio e luglio, durante un’ondata di calore durata 41 giorni. Valori molto elevati sono stati registrati anche a Capo Carbonara e Tavolara (+3,46 °C), Capo Milazzo (+2,94 °C) e Plemmirio (+2,71 °C).
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Il calore accumulato in superficie, grazie al mescolamento della colonna d’acqua provocato dal vento, si trasferisce verso il basso. Diagrammi Hovmöller mostrano chiaramente come le isoterme calde (tra i 22 e i 25 °C) si approfondiscano fino a 30-40 metri in diverse aree, tra cui Capo Milazzo, Capo Carbonara, Plemmirio, Portofino, Isola d’Elba e Isole Tremiti.

Gli effetti sulla vita dei fondali
I monitoraggi biologici del 2025, effettuati in particolare all’Isola d’Elba, all’Asinara e a Torre Guaceto, hanno documentato impatti rilevanti sulle specie più vulnerabili:
• Gorgonia gialla (Eunicella cavolini): necrosi o sbiancamento su una percentuale significativa di colonie (fino al 30-60 % all’Elba)
• Corallo madreporario (Cladocora caespitosa): impatti severi
• Altre gorgonie, come Paramuricea clavata e alghe corallinacee incrostanti mostrano segni di stress
Si moltiplicano le specie termofile e aliene
Parallelamente continua l’avanzata delle specie termofile e aliene. L’alga Caulerpa cylindracea risulta la più abbondante in tutte le aree monitorate. Grazie alla tecnica del DNA ambientale (eDNA) che rileva le tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’acqua, sono state identificate anche specie aliene non sempre visibili con i metodi tradizionali, come Sargassum thunbergii, Spongites yendoi, Griffithsia corallinoides e Phallusia nigra.

Il caso dell’Isola d’Elba
Il caso dell’Isola d’Elba è particolarmente significativo. Essendo l’unica area non protetta della rete di monitoraggio e quella con la serie temporale più lunga (dati dal 2020), mostra un progressivo deterioramento dello stato ecologico delle comunità bentoniche: aumento degli organismi stressati, riduzione del numero di colonie e cambiamenti nella composizione delle comunità, soprattutto a 30 metri di profondità. I risultati suggeriscono un legame diretto con le anomalie termiche persistenti del 2023 e del 2024.

Un Mediterraneo che cambia troppo in fretta
“Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento non riguardano più soltanto la superficie del mare. Oggi osserviamo anomalie termiche che raggiungono gli habitat più profondi e incidono direttamente sulla salute degli ecosistemi marini, anche nelle aree marine protette. Il prezioso lavoro di tutela e conservazione in queste aree da solo non basta a preservare la biodiversità marina: serve anche una drastica riduzione delle emissioni di gas serra” queste le parole di Valentina Di Miccoli, attivista mare di Greenpeace Italia.

I dati del progetto confermano che le Aree Marine Protette aiutano a rafforzare la resilienza degli ecosistemi, ma nessuna zona è al riparo. Il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello globale e il Mediterraneo ha visto in alcune aree oltre 200 giorni di ondate di calore marine. Il 2026 ha già segnato il record assoluto di temperatura per mari e oceani a scala planetaria e con le intense ondate di caldo che stiamo vivendo, la situazione sicuramente si aggraverà.

Il rapporto è dedicato alla memoria di Monica Montefalcone, professoressa di ecologia del DISTAV e figura chiave nella nascita del progetto “Mare Caldo”, scomparsa tragicamente nel maggio 2026 durante un’immersione alle Maldive. Il messaggio di Greenpeace è netto: proteggere le aree marine è fondamentale, ma non sufficiente. Senza un taglio rapido e strutturale delle emissioni di gas serra, il “mare caldo” continuerà a riscrivere, metro dopo metro, la geografia della vita sottomarina del Mediterraneo.