ApprofondimentiApprofondimenti MeteoClimaEstero

Quando una previsione muove le flotte: Perù, Cile e Stati Uniti si addestrano contro El Niño

Il 16 settembre, sulla spiaggia di Miramar ad Ancón, a nord di Lima, marine militari, protezione civile e servizi sanitari hanno simulato insieme il soccorso dopo un disastro provocato da El Niño. Non è la novità che sembra: l’assistenza umanitaria fa parte da anni delle esercitazioni navali internazionali. La novità è un’altra, ed è più importante: la pianificazione non risponde più a un rischio generico, ma a una previsione stagionale trasformata in un calendario operativo. Una nave ospedale statunitense è attesa al largo del Perù a febbraio 2027, il mese nel quale si prevede che il fenomeno raggiunga il proprio massimo.

Le immagini arrivate dal Perù non raccontano un’esercitazione militare come le altre. Lo scenario simulato non prevedeva un avversario armato: prevedeva strutture crollate, persone intrappolate e un fiume da attraversare con una corda per mettere in salvo i sopravvissuti.

La dimostrazione si è svolta il 16 settembre sulla spiaggia di Miramar, nel distretto costiero di Ancón, a nord di Lima, ed è stata supervisionata dal ministro della Difesa peruviano Rafael Belaunde Llosa. L’obiettivo dichiarato dal ministero era verificare la capacità di risposta e, soprattutto, il coordinamento fra le unità coinvolte di fronte a un disastro naturale di grande scala.

Hanno partecipato circa trecento persone, con mezzi navali e aerei fra cui la nave B.A.P. Paita, alcune imbarcazioni e un elicottero.

Non è soltanto un fatto militare

Il dettaglio più significativo dell’esercitazione è però quello che quasi tutte le cronache hanno lasciato in secondo piano: accanto al personale delle marine di Perù, Stati Uniti e Cile c’erano l‘Instituto Nacional de Defensa Civil, l’organismo peruviano di protezione civile, e la Dirección de Redes Integradas de Salud di Lima Norte, cioè il sistema sanitario territoriale.

Non si sono addestrati soltanto dei militari a fronteggiare il clima. Si sono addestrati insieme, dentro la stessa catena di comando, tre mondi che nella gestione di un disastro devono operare simultaneamente e che quasi sempre si incontrano per la prima volta a emergenza già iniziata: chi dispone dei mezzi logistici, chi ha la responsabilità civile del soccorso e chi deve curare i feriti.

È una distinzione tutt’altro che formale. Nella risposta a una catastrofe, la parte che più frequentemente non funziona non è la disponibilità di uomini o di elicotteri: è il raccordo fra amministrazioni diverse, con procedure, linguaggi e priorità differenti. Esercitarlo prima è precisamente ciò che spesso manca, oppure rimane discontinuo, anche nei Paesi dotati di strutture di emergenza.

La scala giusta delle cose

Conviene però tenere distinte due grandezze, perché la loro sovrapposizione ha generato qualche imprecisione nella copertura giornalistica.

La dimostrazione di Ancón ha coinvolto circa trecento persone. È un episodio all’interno di un’esercitazione molto più ampia: UNITAS LXVII, ospitata dalla Marina de Guerra del Perù dal 10 al 24 settembre 2026, che riunisce oltre 5.700 partecipanti da 24 Paesi di America, Africa, Asia ed Europa, con 26 unità di superficie, due sottomarini e 21 aeromobili. Il programma comprende una fase amazzonica con operazioni fluviali nella regione di Iquitos e una fase d’alta quota sul lago Titicaca e sulla Laguna de Paca, oltre i 3.000 metri.

UNITAS è l’esercitazione navale multinazionale più longeva del mondo e l’assistenza umanitaria ne è una componente consolidata da tempo. Sarebbe quindi scorretto presentare la giornata di Ancón come un’improvvisa conversione climatica delle marine americane. La novità non è che le forze armate si preparino a intervenire dopo un disastro. È che lo facciano dentro una pianificazione legata a una previsione climatica precisa.

Una previsione entra nel calendario

Lo scenario dell’esercitazione non era un disastro naturale indeterminato. Era un El Niño molto forte, atteso nei mesi successivi.

E il 19 agosto, in una conferenza stampa al Comando Sud degli Stati Uniti a Miami, l’ambasciatore statunitense a Lima Bernie Navarro ha annunciato, accanto al ministro degli Esteri peruviano Carlos Espá, che la nave ospedale USNS Comfort raggiungerà la costa settentrionale del Perù nel febbraio 2027. La motivazione fornita è esplicita: febbraio è il mese nel quale si prevede che il fenomeno raggiunga il proprio massimo.

La Comfort non è un mezzo militare riconvertito per l’occasione. È una nave ospedale della classe Mercy, con mille posti letto e dodici sale operatorie, già impiegata in Perù nel 2018 e nel 2019. Oggi è ormeggiata a Norfolk, in Virginia.

Qui sta il fatto realmente nuovo. Una nave ospedale che lascia un porto dell’Atlantico secondo un calendario costruito su una previsione stagionale non è retorica sulla presa di coscienza climatica: è una finestra probabilistica che si trasforma in una data operativa. Il ministro Espá ha parlato di una tabella di marcia già in preparazione, che comprende attrezzature, competenze tecniche e sorvoli per prevenire, mitigare e rispondere al fenomeno.

Che cosa serve perché una previsione diventi una decisione

Il passaggio da un modello climatico a un’azione concreta non è automatico, e non dipende soltanto dalla qualità della previsione.

Richiede tre elementi che devono esistere prima dell’evento. Servono soglie definite in anticipo, cioè valori oltre i quali scatta un’azione stabilita, invece di una valutazione improvvisata quando la crisi è già in corso. Servono responsabilità assegnate, perché una soglia superata deve corrispondere a qualcuno che ha l’autorità e il dovere di agire. E servono risorse già impegnate, perché un piano privo di copertura finanziaria si limita a descrivere ciò che sarebbe opportuno fare.

È l’impianto che nella cooperazione internazionale viene chiamato azione anticipatoria, e che negli ultimi anni ha prodotto risultati misurabili: secondo le valutazioni del Programma alimentare mondiale, in alcuni programmi ogni dollaro investito in interventi attivati prima dell’impatto ha permesso di risparmiarne fra tre e sette in perdite e costi di risposta evitati.

Il Perù dispone inoltre della Commissione multisettoriale incaricata dello Studio nazionale del fenomeno El Niño, ENFEN, che monitora e valuta le condizioni oceaniche e atmosferiche e pubblica comunicati sullo stato del sistema di allerta, con particolare attenzione alla costa peruviana. La distinzione è importante: El Niño costiero e l’El Niño globale non sono lo stesso fenomeno, anche se possono sovrapporsi e amplificarsi. Nel 2026 la stessa ENFEN ha segnalato la possibilità che le due configurazioni coincidano fino all’estate australe del 2027.

Perché proprio il Perù

La scelta del luogo non è casuale e merita una precisazione, perché ridimensiona correttamente l’idea di una svolta globale.

El Niño porta il nome che gli diedero i pescatori peruviani, che avevano osservato la comparsa di una corrente calda in prossimità del Natale e la conseguente riduzione del pescato. Non è un fenomeno che il Perù sta scoprendo ora: è uno dei Paesi che ne possiedono la più lunga memoria istituzionale.

Quella memoria comprende la cicatrice dell’evento del 1997-1998, che in Sudamerica produsse alluvioni, distruzione di infrastrutture e perdite economiche di enorme portata. Un Paese che ha attraversato quell’esperienza non ha bisogno di essere convinto che una previsione stagionale meriti una risposta operativa.

Il che rende la vicenda meno consolante di quanto possa sembrare. Non stiamo osservando i governi che comprendono collettivamente il rischio climatico: stiamo osservando uno dei Paesi nei quali la memoria di El Niño è più lunga e si è trasformata in una capacità istituzionale specifica.

El Niño e la Niña
Rappresentazione schematica della circolazione atmosferica e dello stato dell’Oceano Pacifico tropicale durante El Niño/La Niña. Fonte: WMO

L’assistenza climatica è anche geopolitica

Un ultimo elemento va detto, perché omesso trasformerebbe l’articolo in una favola di cooperazione internazionale.

L’annuncio sulla Comfort è arrivato dal Comando Sud, la struttura militare statunitense responsabile dell’America Latina e dei Caraibi, nel corso di un incontro nel quale si è parlato anche di investimenti statunitensi in progetti minerari e infrastrutturali, e in una fase di rafforzamento della presenza e delle operazioni militari americane nella regione.

Questo non rende meno reale l’assistenza né meno necessari i soccorsi. Significa che la preparazione climatica è entrata a pieno titolo fra gli strumenti della proiezione di influenza: chi arriva prima, con mezzi propri, in un Paese esposto, costruisce un rapporto che non riguarda soltanto l’emergenza.

È una dinamica che l’Europa dovrebbe osservare con attenzione, perché descrive un terreno — quello della presenza logistica e civile-militare anticipata — sul quale oggi appare meno visibile.

E da noi?

L’Italia dispone di un sistema di allerta e di una protezione civile con una reputazione internazionale solida, costruita su decenni di emergenze gestite. Ciò che manca non è la capacità di rispondere: è un meccanismo nazionale generale, finanziato e verificabile, che colleghi sistematicamente determinate soglie previsionali ad azioni, responsabili e risorse stabiliti prima dell’evento.

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato approvato nel dicembre 2023, ma non dispone di un fondo autonomo destinato all’attuazione dell’intero programma. Contiene centinaia di azioni individuate, mentre la loro realizzazione dipende dal reperimento e dal coordinamento di risorse nazionali ed europee.

È esattamente la differenza descritta sopra. Sapere che cosa fare è una condizione necessaria e non sufficiente. Finché non esiste un meccanismo generale che impegni risorse e attivi responsabilità al superamento di soglie definite, la previsione resta un documento e l’intervento continua a dipendere dal ricorso all’emergenza.

Il preavviso è la risorsa più economica che abbiamo

L’esercitazione di Ancón non protegge nessuno da sola. Trecento persone che simulano un soccorso non fermano un’alluvione, e una nave ospedale non impedisce a un fiume di esondare.

Mostra però un principio che vale ben oltre il Perù: investire nella prevenzione e nella resilienza delle infrastrutture costa meno che ricostruire dopo, e il momento in cui quell’investimento è possibile è sempre prima dell’evento, mai durante.

Il Pacifico, in questa occasione, ha concesso mesi di preavviso. Il vero indicatore non sarà quante esercitazioni verranno organizzate nelle prossime settimane, ma quante amministrazioni avranno trasformato quel preavviso in decisioni prese, risorse stanziate e responsabilità assegnate prima che febbraio arrivi.

Perché la domanda non è se ci stiamo preparando. È con quanto anticipo rispetto al momento in cui serviranno i risultati.

Articoli correlati

Back to top button