Stati Uniti, l’EPA cancella i limiti alle emissioni delle centrali a carbone e gas: la parabola opposta di due amministrazioni
Con la firma dell'Amministratore Lee Zeldin il 14 settembre, l'Agenzia per la protezione ambientale americana chiude un ciclo di regole iniziato con Obama: dal "Clean Power Plan" al ribaltamento totale sotto Trump

Il 14 settembre 2026, a margine del G20 Energy Abundance Ministerial di Houston, l’Amministratore dell’Environmental Protection Agency (EPA) Lee Zeldin ha firmato la Partial Repeal of the Carbon Pollution Standards for Fossil Fuel-Fired Electric Generating Units: la revoca parziale degli standard che, dal 2024, imponevano alle centrali elettriche alimentate a carbone e gas naturale di ridurre le proprie emissioni climalteranti. Alla firma si è accompagnata una seconda mossa, ancora più radicale nelle intenzioni: una proposta di rescissione della base giuridica stessa, il cosiddetto “finding“, che consente all’EPA di regolamentare i gas serra emessi dalle centrali elettriche ai sensi della Sezione 111 del Clean Air Act. Se dovesse essere finalizzata, questa seconda misura priverebbe non solo l’amministrazione Trump, ma anche quelle future, della possibilità di intervenire per legge sulle emissioni climalteranti del settore elettrico.
Una storia lunga vent’anni
Per capire la portata del provvedimento bisogna fare un passo indietro. Il settore elettrico è, negli Stati Uniti, la seconda fonte di emissioni di gas serra dopo i trasporti, e per decenni è rimasto sostanzialmente privo di limiti federali vincolanti sulla CO2. Il primo vero tentativo di colmare questo vuoto risale all’amministrazione Obama, con il Clean Power Plan: una norma che imponeva tagli consistenti alle emissioni degli impianti a combustibili fossili esistenti e futuri. La Corte Suprema, però, bloccò il piano prima ancora che entrasse in vigore, e nel 2022 lo dichiarò definitivamente incostituzionale.
Fu l’amministrazione Biden, nel 2024, a riprendere in mano il dossier con una nuova regola: gli standard imponevano alle centrali a carbone esistenti di dotarsi di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio entro il 2039, pena la chiusura, mentre le centrali a gas nuove e in costruzione dovevano sottostare a limiti analoghi. Secondo le stime della stessa EPA dell’epoca, la misura avrebbe evitato l’immissione in atmosfera di 1,38 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2047, l’equivalente delle emissioni di oltre 320 milioni di automobili a benzina in un anno, oltre a ridurre in modo significativo altri inquinanti pericolosi per la salute pubblica.
Il dietrofront di Trump
Con l’insediamento della nuova amministrazione Trump, il percorso si è capovolto. Già a marzo 2025 l’EPA aveva annunciato l’intenzione di riconsiderare la regola di Biden, ribattezzata polemicamente “Clean Power Plan 2.0” e accusata di “dare priorità alla chiusura delle centrali elettriche facendo salire i costi per le famiglie americane”. A giugno 2025 è arrivata la proposta formale di abrogazione totale degli standard sui gas serra per le centrali a combustibili fossili, seguita da mesi di consultazione pubblica. La firma del 14 settembre 2026 ne rappresenta l’approdo.
Il ragionamento messo nero su bianco dall’EPA nei documenti pubblicati è duplice: da un lato una lettura restrittiva della Sezione 111 del Clean Air Act, secondo cui la norma non autorizzerebbe l’agenzia a regolare le emissioni dei singoli impianti “in risposta a preoccupazioni climatiche globali”; dall’altro un argomento più politico, ribadito da Zeldin a Houston, secondo cui le emissioni di carbonio da centrali a carbone e gas rappresenterebbero “una quota piccola e in calo” delle emissioni globali. Su questa base, l’agenzia sostiene che la revoca farà risparmiare al settore fino a 310 miliardi di dollari, contribuendo a mantenere basse le bollette elettriche e a garantire quella che Zeldin definisce “potenza di base affidabile”, in un momento di domanda crescente legata a data center, intelligenza artificiale e manifattura avanzata.
È la stessa logica, ricordano i documenti EPA, già applicata a febbraio 2026 al settore dei trasporti, quando l’agenzia ha abrogato gli standard sulle emissioni dei veicoli insieme al principio giuridico, l’endangerment finding, che ne costituiva il fondamento. Le due mosse, trasporti e centrali elettriche, coprono di fatto le due principali fonti di gas serra del Paese.
Le reazioni
Il provvedimento ha acceso lo scontro politico. L’ex Amministratrice EPA sotto Obama, Gina McCarthy, ha definito la mossa “una scelta puramente politica, contraria a decenni di scienza e di analisi regolatoria”. Diverse decine di parlamentari democratici avevano già scritto a Zeldin, nel 2025, contestando la fondatezza tecnica della revoca e ricordando che, secondo i dati della stessa EPA, le centrali elettriche contribuiscono per quasi un quarto delle emissioni climalteranti statunitensi. Di segno opposto la reazione dell’industria del carbone: secondo l’associazione di categoria America’s Power, la revoca “proteggerà l’affidabilità della rete e metterà al riparo i consumatori da aumenti dei costi” in una fase di domanda elettrica in forte crescita.
La misura finale è già attesa da ricorsi legali, mentre resta aperta, con audizione pubblica virtuale ancora da calendarizzare, la partita sulla proposta più ampia: quella che punta a togliere all’EPA, in modo permanente, lo strumento giuridico per tornare a regolamentare le emissioni climalteranti delle centrali elettriche, indipendentemente da chi guiderà l’agenzia in futuro.