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La corsa al fossile prosegue anche nell’Artico, finanziata da banche e investitori. «È una bomba climatica», avvertono gli esperti

Nei prossimi 5 anni le compagnie petrolifere e del gas aumenteranno la produzione nell'Artico del 20 per cento, grazie anche alla pioggia di miliardi che arriva da banche e investitori

La crisi climatica avanza, e negli ultimi mesi ha dimostrato di colpire con violenza non solo le aree tropicali e più vulnerabili ma anche le nazioni che forse si sentivano più al sicuro. Incendi, uragani, ondate di caldo record, alluvioni: gravissimi i danni anche negli Stati Uniti e in Europa, accompagnati purtroppo da numerose vittime.

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Mentre dalle strade di tutto il mondo sale con forza il grido di attiviste e attivisti che chiedono azioni concrete e giustizia climatica, sembra crescere ovunque la sensibilità sul tema della crisi climatica e arrivano segnali positivi. Molte grandi aziende annunciano maggiore impegno, i leader politici fanno promesse e stringono accordi.
Ma se si osserva più nel dettaglio come ci stiamo muovendo concretamente per fronteggiare la crisi climatica, la doccia fredda è dietro l’angolo.

Negli ultimi giorni, in effetti, di docce fredde ne sono arrivate diverse.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che rispettando gli impegni presi attualmente riusciremmo a ridurre le emissioni globali solo del 40 per cento entro il 2050, anno in cui sarebbe necessario il raggiungimento della neutralità climatica, ovvero l’azzeramento delle emissioni nette.
Un’analisi del Fondo Monetario Internazionale ha poi acceso i riflettori sul tema dei sussidi ai combustibili fossili, che continuano imperterriti a finanziare la crisi climatica con cifre da capogiro. L’industria dei combustibili fossili riceve sussidi per 11 milioni di dollari al minuto.

Sempre dal mondo dei combustibili fossili arriva purtroppo un’altra pessima notizia. Invece di investire sulle rinnovabili e incamminarsi verso una sempre più urgente transizione energetica, grandi compagnie e finanziatori non solo continuano a puntare sul fossile, ma mirano a espandere sempre di più la propria presenza nell’Artico, un’area in cui le criticità legate alla crisi climatica sono già estreme.

Si è visto infatti che qui le temperature stanno aumentando a ritmi doppi rispetto alla media globale e la fusione dei ghiacci continua ad accelerare, con conseguenze catastrofiche sotto diversi aspetti, dalla biodiversità all’innalzamento del livello del mare, passando anche per l’influenza sulla Corrente del Golfo, un elemento chiave per la regolazione del clima in diverse aree del globo, compresa la nostra.

Unsplash/Anders Jildén

L’allarme stavolta è stato lanciato dalla organizzazione Reclaim Finance, che in un recente report ha fatto luce sulle mire espansionistiche delle compagnie fossili e delle istituzioni bancarie che le finanziano continuando, di fatto, a scommettere sulla crisi climatica pur di fare profitti.

I dati sono preoccupanti: le compagnie petrolifere e del gas aumenteranno la produzione nell’Artico del 20 per cento nei prossimi 5 anni.

A finanziare le trivelle nell’Artico, denuncia l’Ong, centinaia di miliardi di dollari messi a disposizione da banche e investitori, nonostante i numerosi impegni presi, a parole, per limitare il sostegno ai fossili nella regione.

Reclaim Finance ha riportato che tra il 2016 e il 2020 i progetti espansionistici dell’industria fossile nell’Artico hanno beneficiato di prestiti e finanziamenti per 314 miliardi di dollari da parte delle banche commerciali. Al primo posto tra i finanziatori c’è JPMorgan Chase, con 18,6 miliardi di dollari, seguita da Barclays con 13,2 miliardi, da Citigroup con 12,2 miliardi e da BNP Paribas, che ha messo a disposizione 11,8 miliardi di dollari.

Anche gli investitori continuano a puntare sul fossile. Come riferisce Reclaim Finance, a marzo 2021 erano in centinaia a possedere azioni di queste compagnie del fossile, per un controvalore di 272 miliardi di dollari. In testa troviamo il fondo americano BlackRock, quindi Vanguard e Amundi, che è controllata da Crédit Agricole.

«L’Artico è una bomba climatica», afferma una degli autori del rapporto, Alix Mazounie, in una nota. «E la nostra ricerca mostra che l’industria del petrolio e del gas è determinata a farla esplodere, facendo saltare in aria le nostre possibilità di evitare un crollo climatico incontrollato». Ma una parte importante delle responsabilità appartiene alle istituzioni finanziarie, sottolinea, che «finanziano queste aziende facendosi beffe dei propri impegni sul clima».

«In questo momento decisivo per l’azione climatica in vista della COP26», conclude Mazounie, è necessario che le istituzioni finanziarie «mettano fine a tutti i sostegni per l’espansione di gas e petrolio nell’Artico».

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Valeria Capettini

Nata a Milano nel 1991, mi sono laureata in Lettere moderne per poi conseguire una laurea magistrale in Comunicazione. Sono iscritta all'Albo dei Giornalisti della Lombardia. Nel 2016 sono entrata a far parte della squadra di Meteo Expert, allora conosciuto come Centro Epson Meteo: un'esperienza che mi ha insegnato tanto e mi ha permesso di avvicinarmi al mondo della climatologia lavorando fianco a fianco con alcuni dei maggiori esperti italiani in questo settore.

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