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Ghiacciai italiani dimezzati dal 1850, alcuni potrebbero scomparire in soli 30 anni

Serve un piano d'azione per contrastare la crisi climatica che sta accelerando la contrazione dei ghiacciai alpini

I ghiacciai italiani sono in sofferenza e, entro fine secolo, potrebbero ricoprire una superficie pari ad un quarto di quella attuale. Lo rivela l’analisi realizzata da Legambiente nell’ambito della campagna Carovana dei ghiacciai, lanciata nella sua prima edizione nell’estate 2020.

La causa principale di questo declino, di cui continuiamo ad avere testimonianze, è il riscaldamento globale. Il confronto, anche solo fotografico, con la situazione passata è impressionante e nel corso dei prossimi decenni la condizione dei ghiacciai italiani tenderà ad aggravarsi sempre di più. Tra soli 15-30 anni, ad esempio, potrebbe scomparire il ghiacciaio della Marmolada, la “Regina delle Dolomiti”.

Durante la campagna, realizzata dal 17 agosto al 4 settembre con il supporto del Comitato Glaciologico Italiano (CGI), è stato valutato il grado di salute di diversi ghiacciai alpini: il Miage in Valle d’Aosta, cinque ghiacciai del Monte Rosa (Indren, Bors, Piode, Sesia-Vigne e Locce) in Piemonte, i ghiacciai dei Forni e della Sforzellina in Lombardia, il Ghiacciaio della Marmolada in Veneto-Trentino Alto Adige, quelli di Fradusta e Travignolo in Trentino Alto Adige, e il Ghiacciaio del Montasio occidentale in Friuli.

Il risultato di questo monitoraggio è sconfortante. I ghiacciai alpini sono in forte sofferenza, alcuni già quasi estinti. Inoltre, spiegano gli esperti nell’analisi, «il progressivo riscaldamento climatico, pur in presenza di fattori favorevoli come ad esempio una limitata esposizione all’irradiazione, nel giro dei prossimi decenni sono destinati a scomparire del tutto, a partire da quelli sotto i 3000 metri».

Nella neve trovati inquinanti, pesticidi e microplastiche

Nei campionamenti effettuati, inoltre, i glaciologi hanno rilevato la presenza diffusa di black carbon, microplastiche, inquinanti atmosferici, pesticidi, ritardanti di fiamma e di ddt accumulato negli anni Settanta. Si tratta di sostanze che viaggiano in atmosfera e precipitano assieme alla neve, che poi si trasforma in ghiaccio.

Il black carbon, in particolare, è il particolato che deriva principalmente dalla combustione di motori diesel di vecchia generazione, dalle attività industriali e dagli incendi boschivi. Una volta che il black carbon si deposita sul manto nevoso, lo rende più scuro, abbassando la capacità di riflettere luce e calore della neve e del ghiaccio. Per questo motivo, viene considerato un acceleratore del cambiamento climatico, oltre a essere dannoso per la salute umana.

Ghiacciai dimezzati dal 1850 e la crisi climatica ne accelera la scomparsa

L’obiettivo della campagna, oltre al monitoraggio della situazione, è anche quello di ribadire l’urgenza di mettere in campo misure e politiche ambiziose sul clima, con lo scopo di arrivare a missioni nette pari a zero al 2040, in coerenza con l’Accordo di Parigi.

Ghiacciai ridotti all’osso, l’allarme dei glaciologi di tutto il mondo in una lettera all’Unfccc

I ghiacciai sono testimoni del clima che cambia e la evidente e veloce contrazione subita nel corso degli ultimi decenni non lasciano ben sperare per il futuro. Dal 1850 ad oggi i ghiacciai italiani si sono ridotti in media di oltre il 50%, ma con punte anche molto più elevate, registrate sulle Alpi Giulie, tra Friuli e Slovenia, dove si arriva ad una riduzione dell’82% della loro superficie e addirittura del 96% del loro volume. E negli ultimi decenni il loro ritiro è diventato ancora più veloce.

La crisi climatica sta mettendo in serio pericolo i nostri ghiacciai: il riscaldamento globale avrà effetti «devastanti e irreversibili sui territori alpini» se non mettiamo in pratica da subito piani di mitigazione e adattamento. Per questo gli esperti, attraverso la campagna Carovana dei Ghiacciai, chiedono al Governo l’approvazione immediata del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, e l’attuazione di «articolati e approfonditi piani di gestione ed adattamento, risultato di politiche e di investimenti che sappiano valorizzare il grande lavoro di studio che si sta producendo sulla montagna al fine di tradurlo in strategie concrete volte ad aumentare la resilienza delle popolazioni e del territorio».

Nell’analisi vengono anche esposte delle proposte per affrontare adeguatamente l’acuirsi dei cambiamenti climatici in montagna. Tra le proposte l’approfondimento delle ricerche, la revisione della delimitazione delle zone a rischio secondo procedure armonizzate e sempre aggiornate, la pianificazione e gestione delle aree di alta quota in funzione dell’adattamento ai cambiamenti climatici e favorire un uso equo ed economico delle risorse
idriche.

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Silvia Turci

Ho conseguito una laurea specialistica in Comunicazione per l’Impresa, i media e le organizzazioni complesse all’Università Cattolica di Milano. Il mio percorso accademico si basa però sullo studio approfondito delle lingue straniere, nello specifico del francese, inglese e russo, culminato con una laurea triennale in Esperto linguistico d’Impresa. Sono arrivata a Meteo Expert (già conosciuto come Centro Epson Meteo dal 1995) nel 2014 e da allora sono entrata in contatto con la meteorologia e le scienze del clima: una continua scoperta che mi ha fatto appassionare ogni giorno di più al mio lavoro.

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