Il trattato ONU sugli oceani entra in vigore, ma l’Italia resta a guardare
Dopo quasi vent’anni di negoziati, il 17 gennaio è entrato ufficialmente in vigore il Trattato globale sugli oceani delle Nazioni Unite. È un passaggio storico per la tutela degli oceani, perché per la prima volta viene introdotto un quadro giuridico vincolante per proteggere e gestire in modo sostenibile l’alto mare e i fondali oceanici internazionali. Eppure, mentre l’accordo diventa operativo, l’Italia resta a guardare.
Il trattato è ufficialmente noto come Accordo sulla biodiversità oltre la giurisdizione nazionale, o BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), e riguarda le aree marine che non appartengono a nessuno Stato, le cosiddette high seas, insieme ai fondali marini internazionali. Queste zone coprono oltre due terzi della superficie degli oceani e rappresentano più del 90% dell’habitat del pianeta in termini di volume. La ragione è semplice: la maggior parte dello spazio vitale sulla Terra è sott’acqua.
Secondo le Nazioni Unite, l’entrata in vigore del trattato colma un vuoto storico nella governance degli oceani. In un contesto segnato da crisi climatica, perdita di biodiversità e inquinamento, il segretario generale dell’ONU António Guterres ha definito l’accordo «uno strumento fondamentale per garantire un oceano resiliente e produttivo per tutte e tutti», invitando i Paesi a procedere rapidamente verso un’attuazione piena e universale.
Il trattato è pensato per garantire che l’alto mare e i fondali internazionali siano gestiti in modo sostenibile a beneficio dell’intera umanità. È anche il primo strumento giuridicamente vincolante in ambito oceanico a prevedere forme di governance inclusiva, con riferimenti espliciti al coinvolgimento delle comunità locali e dei popoli indigeni e all’equilibrio di genere nei processi decisionali. L’obiettivo dichiarato è contribuire in modo concreto alla risposta alla cosiddetta “tripla crisi planetaria”: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento.
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Dal punto di vista giuridico, il BBNJ rafforza l’attuale architettura del diritto del mare, basata sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in vigore dal 1994 e spesso definita la “costituzione degli oceani”. Il nuovo accordo ne specifica e aggiorna l’attuazione, introducendo regole più dettagliate per la gestione della biodiversità marina e allineando la governance oceanica alle sfide attuali, dal clima all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Con l’entrata in vigore, il trattato diventa legalmente vincolante per gli 81 Paesi che lo hanno ratificato finora. Questo significa che quegli Stati si impegnano ad applicarlo a livello nazionale e a rispondere delle attività svolte in alto mare.
Tra i Paesi che hanno già ratificato il trattato figurano grandi economie come Cina, Germania, Giappone, Francia e Brasile. Altri attori rilevanti, però, restano fuori. Gli Stati Uniti hanno firmato l’accordo ma non lo hanno ancora ratificato. L’India ha adottato il trattato, ma la ratifica è ferma in attesa di una legge nazionale. Il Regno Unito ha avviato l’iter legislativo, senza però completarlo. La Russia, invece, non ha né adottato né ratificato l’accordo, sostenendo la necessità di preservare i quadri di governance esistenti e la libertà di navigazione.
In questo scenario, pesa anche l’assenza dell’Italia. Non solo perché il nostro Paese è una potenza marittima nel Mediterraneo, ma anche perché la protezione del mare nazionale è già oggi gravemente insufficiente. Secondo Greenpeace, meno dell’1% dei mari italiani è protetto da misure di conservazione realmente efficaci. «Siamo ancora lontani dall’obiettivo di proteggere almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030», spiega Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. «Le Aree marine protette in Italia sono poche, piccole e coprono una superficie irrisoria di mare».
È in questo contesto che nasce AMPower, il progetto avviato da Greenpeace Italia e Blue Marine Foundation per rafforzare la tutela concreta delle Aree marine protette e dei siti marini della rete Natura 2000. L’iniziativa affianca le AMP nei processi di ampliamento, riorganizzazione e gestione efficace, intervenendo su criticità strutturali come la frammentazione amministrativa, la carenza di fondi e personale, l’insufficienza dei controlli e la pressione crescente dell’overtourism. Particolarmente critica è la situazione dei Siti di interesse comunitario marini, spesso protetti solo sulla carta e vulnerabili ad attività ad alto impatto come la pesca a strascico.
I primi risultati del progetto arrivano da monitoraggi scientifici condotti in Sardegna e in Puglia, che mostrano ecosistemi marini ancora in buone condizioni, come il coralligeno e le praterie di Posidonia oceanica, ma già segnati da pressioni antropiche significative. A Torre Guaceto, il lavoro ha portato alla proposta di una nuova zonizzazione con un aumento delle aree a tutela più rigorosa.
«AMPower vuole garantire una protezione efficace di porzioni di mare più ampie, affidando la gestione dei siti Natura 2000 agli enti delle Aree marine protette limitrofe», spiega Giulia Bernardi, project manager in Italia di Blue Marine Foundation. Il nodo politico, però, resta irrisolto. Ratificare il Trattato globale sugli oceani significa assumersi una responsabilità chiara sulla tutela del mare, dentro e fuori i confini nazionali. Per ora, mentre il trattato entra in vigore, l’Italia resta ferma. E per gli oceani, come per il Mediterraneo, il tempo non è una risorsa infinita.