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La “strategia del tabacco”: la prova generale del negazionismo climatico

Un manipolo di scienziati finanziati dall'industria del tabacco tentò di negare il legame del fumo con il cancro per tenere aperta la "controversia". La storia si ripete oggi con la crisi climatica

Il negazionismo climatico ha origini lontane. La prova generale di quello che sarebbe successo e le strategie da adottare per screditare gli studi scientifici sulle conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale sono avvenute in un momento preciso della storia e hanno toccato uno degli oggetti di consumo più diffusi e letali: la sigaretta.
I parallelismi tra i metodi utilizzati dai negazionisti del riscaldamento globale e del danno del fumo sono notevoli e hanno un intento comune: mantenere viva la controversia diffondendo dubbi e confusione dopo aver raggiunto una parvenza di consenso scientifico.

La strategia del tabacco

L’obiettivo di questa strategia è negare che il tabacco provochi il cancro esibendo fantomatiche prove scientifiche, esattamente come l’ideologia negazionista sui cambiamenti climatici sta facendo da anni rispetto alle responsabilità dell’uomo sull’aumento delle temperature globali a partire dalla rivoluzione industriale. È la strategia del tabacco, cioè la tecnica applicata con successo già a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso per impedire l’adozione di misure restrittive del consumo di tabacco.
Il tema fu affrontato diffusamente nel 2010 grazie all’uscita del libro di saggistica “Mercanti di dubbi. Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale” scritto dagli storici della scienza americana Naomi Oreskes ed Erik M. Conway che hanno trattato anche le stesse dinamiche riguardo la pioggia acida, il DDT e il buco dell’ozono.
Nel saggio leggiamo che Ben Santer – eminente climatologo, tra i bersagli preferiti dei negazionisti, “leggendo il giornale del mattino, s’imbatté in un articolo che descriveva come alcuni scienziati avevano preso parte ad un programma, organizzato dall’industria del tabacco, volto a gettare discredito sulle evidenze scientifiche che collegano il tabacco al cancro. L’idea, spiegava il giornale, era quella di “mantenere aperta la controversia.”
Mantenere aperta la controversia. E’ questo il primo obiettivo dell’ideologia negazionista. Ma torniamo indietro e vediamo l’origine della strategia del tabacco.

1950-1961: arrivano le evidenze scientifiche sui danni da fumo

I primi studi sui danni causati dal tabacco risalgono all’inizio degli anni 50. L’incidenza del cancro al polmone stava vedendo un aumento notevole rispetto soltanto a vent’anni prima. Richard Doll, un giovane epidemiologo inglese, pubblicò uno studio in cui dimostrava come “il rischio di malattia aumenti con la quantità di tabacco fumato”. Altri importanti studi comparvero tra il 1950 e il 1953 ma nel 1954 arrivò quello più importante, curato da Cuyler Hammond e Daniel Horn, due esponenti dell’American Cancer Society. La ricerca si basò su quasi 188.000 uomini tra i 50 e i 69 anni e per la prima volta emerse in modo incontrovertibile: i fumatori presentano un rischio di morte superiore a quello dei non fumatori del 52%. I risultati “preliminari” furono pubblicati in un articolo del 7 agosto 1954 del Journal of American Medical Association.

Crediti Tobacco Endgame

Si tratta di un periodo storico dove la sigaretta era letteralmente sulla bocca di tutti: nei film tutti gli attori fumano e lo fanno in continuazione. Fumano anche i medici e si sprecano annunci e manifesti pubblicitari in cui addirittura si proclama che il fumo fa bene alla salute. A sostenerlo c’è anche il dottor Clarence Cook Little, che dall’ American Cancer Society passa all’improvviso alla direzione del Tobacco Industry Research Committee. Un bel cambio per uno scienziato. Dall’alto della sua posizione e con l’autorevolezza di un medico Little inizia l’opera di istigazione al dubbio e avanza la richiesta di cautela nel prendere sul serio i risultati degli studi scientifici che evidenziavano in modo costante i danni alla salute causati dal fumo. Già nel 1954 partono le prime campagne: 448 organi di stampa, tra cui il New York Times, pubblicano un’inserzione a pagamento in cui si ribadisce che non c’è accordo scientifico unanime sul legame tra il fumo e il cancro al polmone. Si invoca prudenza e, inevitabilmente, si “mantiene aperta la controversia“. Non solo campagne pubblicitarie. Per convincere l’opinione pubblica che i danni del fumo non erano poi così reali e che ci si potesse fare un’opinione personale sul tema, sono stati erogati finanziamenti a Università e ospedali, sono stati istituiti progetti di ricerca e create fondazioni.

Una campagna pubblicitaria della Camel apparsa nel 1946. Crediti tobacco.stanford.edu

Dopo il suo successo del primo studio Hammond e l’American Cancer Society nel 1959 iniziarono un lungo studio di follow-up a lungo termine più ampio denominato Cancer Prevention Study I (CPS-I). In questo caso 68.000 volontari, in 25 stati, testarono oltre 1 milione di uomini e donne. I dati raccolti da Hammond attraverso questo studio hanno fornito ulteriori prove conclusive sugli effetti dannosi del fumo e hanno contribuito in modo determinante al Surgeon General’s Report on Smoking and Health del 1964 sul fumo e la salute. Questo rapporto ha portato a radicali cambiamenti nella politica sul tabacco negli Stati Uniti e ha svolto un ruolo significativo nel contenere il fumo in tutta la nazione.
Determinante fu anche una lettera inviata al presidente John F. Kennedy nel giugno 1961. I leader dell’American Cancer Society, dell’American Public Health Association e della National Tuberculosis Association esortarono Kennedy a formare una commissione sul fumo per trovare una soluzione a questo problema. Finalmente nel 1964 arriva il primo atto ufficiale da parte delle istituzioni americane, il rapporto Smoking and Health a cura del Chirurgo generale degli Stati Uniti Luther Terry, nel quale viene messo nero su bianco che il fumo provoca il cancro al polmone. In quell’anno il 42% degli adulti fuma abitualmente sigarette. Arriveranno poi negli anni seguenti altri studi scientifici che dimostreranno la dipendenza creata dalla nicotina, il legame del fumo con i tumori di stomaco, pancreas, reni, laringe e vescica, oltre a nuove evidenze circa i danni irreparabili all’apparato cardio-circolatorio.

Crediti University of Alabama

 

Il negazionismo climatico è come un rumore di fondo. Anche dopo decenni di prove ed evidenze scientifiche, stuzzica ego alla ricerca del complotto ad ogni costo ed erge l’opinione personale a giudice supremo. La “strategia del tabacco” ci dimostra che basta un manipolo di scienziati che negano i danni del fumo, così come l’efficacia dei vaccini o il riscaldamento globale, per mantenere viva la “controversia” e farci credere che siano temi sui cui ci si possa fare semplicemente un’opinione. Non esiste più un “è vero che”/ “non è vero che” ma solo una vaga opinabilità. Ciò ha danneggiato negli anni la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica del legame tra cancro e fumo e sta avvenendo la stessa dinamica riguardo alla crisi climatica in atto, spesso vista o come un’esagerazione o come un lontano pericolo che non ci tocca davvero. Abbiamo chiesto a Serena Giacomin, meteorologa presso Meteo Expert e presidente di Italian Climate Network, di aiutarci a comprendere.

La “strategia del tabacco” sembra essere la prova generale di quello che è accaduto negli ultimi anni rispetto alla crisi climatica. Un manipolo di scienziati, finanziati dall’industria del tabacco, gettò discredito sulle evidenze scientifiche che collegavano il tabacco al cancro. L’obiettivo era quello di “mantenere aperta la controversia” lasciando aperta la possibilità di potersi fare un’opinione su questo argomento. Pensi che stia succedendo la stessa cosa anche oggi rispetto al global warming?

Sì e succede perché siamo vulnerabili al dubbio. E il dubbio è il motore del negazionismo, sia per quanto riguarda il riscaldamento globale, sia per i danni che il fumo è in grado di provocare alla nostra salute. Convincere il pubblico che “non esistono solide basi scientifiche” e, di conseguenza, “nessuna prova” è il metodo più efficace per allontanare il nostro pensiero dalla scienza e quindi anche dalla verità. Uno dei motivi per i quali le persone si confondono è che ci sono altre persone riconosciute come “esperti” che disorientano volutamente. In alcuni casi ci sono proprio campagne sovvenzionate con l’intento di seminare il dubbio sul cambiamento climatico (e sul fumo). Questa è, infatti, una vecchia strategia: se la gente si convince che la scienza sia opinabile, sarà molto difficile che sostenga politiche e iniziative (magari faticose) che si appoggiano sulla scienza stessa.

Su argomenti come la politica, la letteratura, la musica ci si può fare un’opinione personale, assecondando gusti e inclinazioni. Sul tema della crisi climatica o dei vaccini no. Perché è così difficile da comprendere?

Alcune volte chi nega conosce molto bene la verità. Molto più spesso, invece, le persone “subiscono” le informazioni senza avere competenza o capacità critica al riguardo. Qui entra in gioco la psicologia. Ci sono diverse barriere psicologiche che impediscono alle notizie sul clima di diventare coscienza.
La barriera della distanza, perché gli effetti negativi dei cambiamenti climatici possono spesso sembrare distanti, nello spazio e nel tempo. La barriera della condanna scatenata dal catastrofismo climatico (spesso giustificato dai dati) che può contribuire a sentimenti di disperazione e abbattimento. La barriera della dissonanza, un termine psicologico che indica il conflitto interno che si sperimenta di fronte a informazioni diverse dall’esperienza di vita attuale; questo conflitto è pesante da sopportare, quindi solitamente si tende a risolvere il disagio con semplici auto-giustificazioni capaci di alleviare lo stress psicologico. E la barriera della negazione che, sempre in senso psicologico, significa avere coscienza di un problema, ma vivere come se non l’avessimo: è più facile negare l’esistenza del problema piuttosto che gestire il senso di colpa delle proprie azioni e prendere provvedimenti per cambiare il proprio stile di vita.

La strategia del tabacco si è rivelata piuttosto efficace pur riguardando un tema molto personale: la propria salute. Qualche giorno fa Rob Wijnberg sul The Correspondent ha definito il cambiamento climatico come una “pandemia in slow motion”. Pensi che la tragedia globale del Covid-19 possa cambiare le carte in tavola rispetto al climate change? C’è il pericolo che la crisi climatica passi in secondo piano, ma d’altro canto sta emergendo chiaramente un “bisogno di competenza” e che alla fine “uno non vale uno”.

Difficile dirlo. La comunità sta chiedendo molto alla scienza, sarebbe positivo che a richieste tanto ambizione corrispondesse un paragonabile livello di fiducia. Ma non credo che il mondo scientifico abbia un sufficiente livello di riconoscimento, perché possa davvero avere un peso decisionale.
D’altra parte abbiamo scoperto di essere vulnerabili, noi e il nostro sistema. Forse ci siamo addirittura accorti quanto l’ambiente e la natura possano diventare un rifugio, quando la socialità spinta e i contatti diventano invece una minaccia.
Sicuramente questa è un’ottima occasione per cambiare e per provare a costruire il futuro senza ripercorrere gli errori del passato, anche perché affrontare il cambiamento climatico non significa rinunciare, ma semmai migliorare. In questo senso oggi abbiamo un’opportunità, convinciamoci tutti a non sprecarla e ricordiamoci che volontà e scienza insieme potrebbero fare moltissimo.

Queste tematiche verranno discusse e approfondite anche in un ricco Webinar scientifico a cura di De Agostini Scuola e dell’Istituto Nazionale dei Tumori, in collaborazione con l’Italian Climate Network, Salute Donna Onlus, e con il patrocinio del UNric-Centro Regionale delle Nazioni Unite. Il Webinar gratuito, in programma per venerdì 29 Maggiovedrà la partecipazione di esperti e divulgatori, che approfondiranno il tema dal punto di vista sanitarioambientale e della comunicazione sulle giovani generazioni. Per partecipare clicca QUI.
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Judith Jaquet

Mi sono laureata con lode in Letterature straniere, indirizzo in Scienze della Comunicazione, con una Tesi in Linguistica generale, presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Sono iscritta all'Ordine dei Giornalisti della Lombardia (Albo dei professionisti) dal 2008, dopo aver frequentato il Master in Giornalismo Campus Multimedia dello Iulm. Lavoro nella redazione di Meteo Expert dal 2011 e mi occupo della gestione dei contenuti editoriali sul web e sui social network. Conduco le rubriche di previsioni meteo in onda sui canali Mediaset e sulle principali radio nazionali.

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