Le parole del caldo estremo. Come raccontare le estati del cambiamento climatico
In un clima che rende gli eventi meteorologici estremi più frequenti e intensi, non serve un linguaggio più allarmistico, ma uno più adeguato alla realtà e più utile a interpretare il rischio
Quando una temperatura supera i 40 °C, come dovremmo chiamarla?
In Giappone, dall’estate 2026, la risposta è diventata ufficiale: 酷暑日, “kokushobi”, letteralmente una “giornata di caldo estremo”, è la nuova definizione utilizzata dalla Japan Meteorological Agency per indicare le giornate in cui la temperatura massima raggiunge almeno 40 °C. Il Giappone aveva già una sorta di scala linguistica per il caldo: natsubi indica una giornata con almeno 30 °C, mōshobi una giornata con almeno 35 °C. Ora si aggiunge una nuova soglia, quella dei 40 °C.
La decisione è arrivata dopo una consultazione pubblica condotta dalla stessa agenzia tra febbraio e marzo 2026, alla quale hanno partecipato 478.296 persone. Kokushobi è risultato il termine più votato e la Japan Meteorological Agency ha deciso di adottarlo ufficialmente. La motivazione è significativa: negli ultimi anni le temperature superiori ai 40 °C sono state osservate con una frequenza tale da rendere utile una nuova categoria linguistica.
È un dettaglio linguistico che racconta un cambiamento nella realtà: quando un fenomeno un tempo eccezionale diventa abbastanza frequente da meritare una categoria propria, anche il vocabolario può essere costretto ad aggiornarsi.
Non cadere nella trappola degli allarmismi
La tentazione, quando si parla di eventi estremi, è pensare che il problema sia la mancanza di drammaticità. Se il caldo è più intenso, allora servono espressioni più forti, come “caldo infernale”, “estate rovente”, “temperature bollenti”.
Ma la ricerca sulla comunicazione del rischio suggerisce una conclusione molto più complessa.
Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Weather ha analizzato proprio l’effetto del dare un nome alle ondate di calore. I ricercatori hanno condotto un esperimento preregistrato su 272 adulti anziani in Germania, confrontando la comunicazione di un’ondata di calore nominata con quella di un evento non nominato.
Il risultato è stato controintuitivo: nel gruppo esposto all’ondata di calore nominata, la percezione del rischio e l’intenzione di adottare comportamenti preparatori sono risultate inferiori rispetto al gruppo esposto all’evento senza nome.
Naturalmente, si tratta dei risultati di un singolo esperimento e non permettono di concludere che il naming sia generalmente controproducente. Ma suggeriscono che dare un nome a un evento, da solo, non è una garanzia di una migliore comunicazione del rischio, soprattutto se questa attività non è inserita in un contesto di comunicazione del rischio adeguato.
Il caso di Siviglia e l’ondata di calore Zoe
Il caso di Siviglia spiega bene questo concetto. Nel 2022 Siviglia è diventata la prima città a sperimentare ufficialmente un sistema di naming delle ondate di calore. La prima fu chiamata Zoe.
Questo esperimento aveva un obiettivo preciso: rendere l’evento riconoscibile e favorire una maggiore attenzione ai rischi sanitari associati al caldo. Ma c’è un dettaglio importante: solo il 6% dei 2.022 partecipanti a una successiva ricerca ricordava spontaneamente il nome Zoe. Tra queste persone, tuttavia, lo studio ha rilevato una maggiore adozione di comportamenti di protezione dal caldo.
Si tratta di una delle prime evidenze disponibili e non permette di concludere che il semplice naming sia sufficiente a migliorare la preparazione della popolazione. Gli stessi autori sottolineano il possibile ruolo del nome all’interno di un sistema più ampio di allerta sanitaria e comunicazione del rischio.
Il caso di Siviglia è quindi interessante proprio perché mostra che il nome può essere uno strumento di comunicazione, ma anche in questo caso deve inserirsi all’interno di un sistema più ampio di informazione sul rischio.
Italia e Inghilterra e il bestiario infernale
Il problema è particolarmente interessante in Italia, dove negli ultimi anni alcuni siti hanno contribuito a diffondere nomi come Lucifero, Cerbero e Caronte per indicare le ondate di calore.
Uno studio pubblicato nel 2024 su Meteorological Applications ha confrontato proprio Italia e Inghilterra, coinvolgendo oltre 4.000 persone, con campioni regionalmente rappresentativi, a cui sono state presentate comunicazioni relative a un evento di caldo con un nome mitologico, con un nome non mitologico oppure senza nome.
Il risultato è stato piuttosto netto nel mettere in discussione l’idea che basti un nome per cambiare la risposta delle persone: il naming ha prodotto effetti molto piccoli sulla percezione della gravità e della preoccupazione e addirittura nessun effetto sulle intenzioni comportamentali. In altre parole, non basta rendere un fenomeno più memorabile con un nome mitologico per renderlo automaticamente più comprensibile o più utile dal punto di vista della sicurezza.
La posizione della WMO: meglio il rischio che il sensazionalismo
Non sorprende allora che la World Meteorological Organization sia stata prudente rispetto alla possibilità di introdurre un sistema internazionale per dare nomi alle ondate di calore.
Nel 2022 la WMO ha chiarito di non avere piani immediati per introdurre il naming delle ondate di calore. La priorità indicata dall’organizzazione non è semplicemente trovare un nome più efficace, ma migliorare le previsioni, le allerte e i sistemi di Heat-Health Early Warning, attraverso la collaborazione tra meteorologia, sanità, protezione civile e comunità scientifica.
È un approccio che porta a una questione fondamentale: forse il problema non è tanto come chiamare un fenomeno, quanto come descrivere ciò che quel fenomeno significa per le persone.
Dal tempo meteorologico al rischio
Per molto tempo la meteorologia ha raccontato soprattutto il fenomeno fisico: temperatura, precipitazioni, vento, pressione atmosferica. Ma sapere che domani ci saranno 39 °C non dice necessariamente quanto sarà rischiosa quella giornata se le persone che ricevono questa informazione non vivono in un contesto in cui si è sviluppata una cultura del rischio.
Conta la temperatura, ma anche la durata dell’evento. Conta il valore massimo, ma anche la temperatura notturna. Conta il caldo in sé, ma anche l’umidità, l’esposizione, l’età, le condizioni di salute, il tipo di lavoro, la possibilità di rinfrescarsi. È qui che entra in gioco il concetto di impact-based forecasting, cioè una comunicazione meteorologica che non si limita a descrivere il pericolo atmosferico ma cerca di spiegare anche gli impatti che può produrre.
La WMO sostiene da anni lo sviluppo di sistemi di allerta basati sugli impatti. L’iniziativa Early Warnings for All, per esempio, insiste sulla necessità che le allerte siano comprensibili e traducibili in azioni concrete: sapere che un fenomeno sta arrivando è importante, ma lo è altrettanto sapere cosa può provocare e come comportarsi.
In questa prospettiva, il linguaggio meteorologico del futuro potrebbe non essere necessariamente più drammatico. Potrebbe essere semplicemente più informativo.
Il problema delle parole eccezionali che diventano normali
C’è però un’altra faccia della questione. Se un fenomeno che un tempo era raro diventa più frequente, anche il linguaggio rischia di perdere la capacità di distinguerlo. “Record”, “eccezionale”, “estremo”, “storico”: sono parole che, utilizzate continuamente, possono finire per diventare quasi parte del normale bollettino meteorologico.
Lo stesso vale per alcune espressioni giornalistiche: “bomba d’acqua”, “caldo infernale”, “Italia nella morsa del caldo”. Il rischio è duplice. Da una parte l’iperbole può generare assuefazione: se tutto è “estremo”, nulla appare più realmente “non normale”. Dall’altra, un linguaggio troppo tecnico può fallire nel comunicare ciò che realmente interessa alle persone: che cosa significa questo fenomeno per la mia vita?
È qui che il caso giapponese assume un significato particolare. Kokushobi non è semplicemente una parola più drammatica di “giornata calda”. È una nuova categoria linguistica all’interno della terminologia meteorologica giapponese, costruita intorno ad una informazione precisa: la soglia dei 40 °C.
La metafora dell’onda: quale forma ha oggi il fenomeno che stiamo cercando di chiamare?
Il punto, allora, non è chiedersi se dobbiamo chiamare le prossime ondate di calore con nomi più memorabili, ma se abbiamo ancora le parole giuste per descrivere un sistema meteorologico e climatico che sta cambiando.
Forse dovremmo distinguere meglio tra un evento raro e uno diventato frequente; tra un record locale e un’anomalia estesa; tra una temperatura elevata e una situazione realmente pericolosa per la salute. E soprattutto dovremmo imparare a comunicare non soltanto quanto è estremo un fenomeno, ma quale rischio comporta, per chi e per quanto tempo.
Il Giappone ha scelto di aggiungere una parola al proprio vocabolario meteorologico perché i 40 °C sono diventati abbastanza frequenti da meritare una categoria specifica. La WMO spinge verso sistemi di allerta capaci di tradurre il fenomeno atmosferico in impatto. La ricerca sulla comunicazione mostra invece che aumentare semplicemente la carica emotiva di un messaggio non garantisce una maggiore percezione del rischio.
L’estate 2026 offre però anche un’altra domanda: ha ancora senso parlare di “ondate di calore” quando le fasi di temperature sopra la media diventano molto lunghe e ricorrenti? La metafora dell’onda suggerisce qualcosa che arriva, raggiunge un picco e poi si ritira; ma cosa succede quando tra un episodio e l’altro non c’è un vero ritorno alle condizioni precedenti, o quando le fasi calde finiscono per occupare una parte sempre più ampia della stagione?
Dal punto di vista meteorologico e sanitario, il termine ondata di calore resta corretto: il Ministero della Salute lo utilizza per indicare periodi di temperature elevate e persistenti e ne monitora il rischio attraverso specifici bollettini. La questione è piuttosto se questa definizione sia sufficiente a raccontare l’esperienza concreta del caldo.
Forse non servono nuove parole al posto di quelle che già abbiamo, ma un linguaggio capace di aggiungere informazioni su intensità, durata, continuità e impatto: non solo quando arriva un’ondata, ma quanto dura, quanto brevi sono le pause, quanto rimangono alte le temperature notturne e quale rischio comporta per le persone.
Il vero “nuovo linguaggio del meteo” non è quello che fa più paura, ma quello che ci aiuta a capire meglio cosa sta succedendo, a riconoscere il rischio e ad agire prima che sia troppo tardi. Perché una comunicazione meteorologica per definirsi realmente efficace non dovrebbe limitarsi a descrivere l’estremo ma dovrebbe trasformare la conoscenza del rischio in prevenzione e la prevenzione in azione.