Addio al 10% dei coralli duri del Pianeta. Le barriere sono al collasso ma c’è ancora una possibilità per salvarle
La più ampia indagine globale sullo stato di salute delle barriere coralline evidenzia come la finestra temporale per la ripresa dei coralli si stia progressivamente riducendo. Parallelamente, però, emergono esempi incoraggianti della loro resilienza
Un mondo senza coralli rischia di innescare una spirale di declino difficile da arrestare. La più completa valutazione globale mai realizzata sul loro stato di salute pubblicata il 31 agosto dalla Rete globale di monitoraggio delle barriere coralline (GCRMN), conferma che la finestra di tempo per la loro ripresa si sta chiudendo rapidamente. Allo stesso tempo, però, dimostra che un’inversione di rotta è ancora possibile, se si agisce subito.

Oltre 40 anni di studi in 120 Paesi
Il rapporto si basa su oltre quarant’anni di dati: 21,1 milioni di osservazioni raccolte in 36.886 siti di barriera in 120 Paesi e territori. Il quadro che emerge è chiaro: la copertura globale di coralli duri è diminuita di circa il 9,5% rispetto ai livelli storici, principalmente a causa dello stress termico indotto dai cambiamenti climatici. Quest’anno la temperatura media superficiale degli oceani ha toccato il record di 21,1 gradi, mettendo ulteriormente a rischio questi ecosistemi.

Ogni grande ondata di calore marina ha scatenato fenomeni di sbiancamento
Negli ultimi trent’anni ogni grande ondata di calore marina ha scatenato fenomeni di sbiancamento globale. Nel 1998-99 la perdita di coralli fu del 6,5%. Il successivo grande evento arrivò più di 10 anni dopo, nel 2010-2011, con un calo del 9,9%. Tra questi 2 episodi parte delle barriere riuscì a recuperare. I tempi successivamente si sono drasticamente accorciati: nel 2016-2017 un nuovo sbiancamento globale ha causato un calo del 6,6% e nel 2023-2024 un altro evento ha prodotto una perdita dell’8,9%. Oggi le barriere sono fortunate se riescono a guadagnare 5 o 6 anni di tregua tra un’ondata di calore e l’altra. Per molte di quelle colpite nel 2024, l’El Niño in corso potrebbe significare poco più di un anno di respiro prima di un nuovo shock.

“Dopo decenni di studio delle barriere coralline, ciò che mi preoccupa di più non è l’attuale perdita di copertura di coralli duri, bensì il fatto che stiamo progressivamente erodendo le condizioni necessarie al loro recupero. Il cambiamento climatico sta causando ondate di calore marine più frequenti e intense, ma pressioni locali come la scarsa qualità dell’acqua, la pesca eccessiva e lo sviluppo costiero rendono le barriere ancora meno capaci di resistere. Dobbiamo quindi fare due cose contemporaneamente: ridurre le emissioni a livello globale e attuare misure di conservazione basate su evidenze scientifiche a livello locale. Un tempo le barriere coralline avevano decenni per riprendersi dopo gravi eventi di sbiancamento. Oggi, sono fortunate se riescono a guadagnare 5 o 6 anni. E per molte barriere coralline colpite dalle ondate di calore marine senza precedenti del 2024, l’El Niño di quest’anno probabilmente significa che avranno avuto poco più di un anno per iniziare a riprendersi prima di essere colpite di nuovo. Questo sta creando una spirale di declino che diventa sempre più difficile da invertire a ogni evento di sbiancamento” queste le parole di Manuel González Rivero, autore principale del rapporto.

Non tutto, però, è negativo: dopo il terzo grande sbiancamento (2016-2017), la copertura di coralli duri è cresciuta di circa il 6% fino al 2019. Una prova concreta che le barriere mantengono la capacità di riprendersi se viene concesso loro tempo sufficiente tra un evento perturbatore e l’altro.
Le barriere coralline ospitano un quarto di tutta la vita marina
Le barriere coralline, pur rappresentando solo l’1% della superficie oceanica, ospitano un quarto di tutta la vita marina. Circa 500 milioni di persone dipendono direttamente dai servizi ecosistemici che offrono: pesca, protezione delle coste, turismo e sicurezza alimentare. Oggi 104 milioni di persone vivono entro 5 km da una barriera, un aumento del 46% negli ultimi due decenni. Quasi un miliardo di persone le considera parte del proprio patrimonio culturale.

“Le nostre economie dipendono dalla natura e il continuo declino della copertura corallina, evidenziato in questo rapporto, deve scuoterci dalla nostra persistente inerzia. Il monitoraggio a lungo termine del GCRMN non solo tiene traccia dell’andamento delle barriere coralline, ma anche di quello del nostro Pianeta. Mostra quali regioni sono sottoposte alla maggiore pressione, che le azioni intraprese finora non sono state sufficienti e avverte su dove le barriere coralline saranno sempre più minacciate nei prossimi anni. Dobbiamo agire ora per arrestare questo declino e investire in soluzioni che riducano le pressioni e rafforzino la resilienza, mantenendo al contempo il monitoraggio che trasforma le buone intenzioni in politiche efficaci. I 40 anni di dati contenuti in questo rapporto rappresentano un monito perentorio: un’azione ritardata rischia di causare perdite irreversibili, non solo per le barriere coralline, ma anche per le economie e le persone che dipendono da esse” ha dichiarato David Obura, presidente dell’IPBES, l’organismo scientifico intergovernativo indipendente, istituito nel 2012 sotto l’egida delle Nazioni Unite, che funge da massima autorità mondiale per la biodiversità e i servizi ecosistemici.

Il tempo a disposizione non è più misurato in decenni ma in pochi anni
La strada per salvarle è chiara: ridurre rapidamente le emissioni di gas serra e, allo stesso tempo, mitigare le pressioni locali con misure di conservazione basate su evidenze scientifiche. “Sappiamo cosa funziona e dobbiamo crederci. Gli sforzi locali di conservazione, un’efficace gestione marina e l’integrazione delle conoscenze tradizionali con l’innovazione scientifica hanno già dimostrato risultati positivi in molte parti del mondo. La sfida non è più individuare cosa bisogna fare, ma trovare la volontà collettiva per farlo” ha dichiarato Ilana Seid, ambasciatrice dello stato insulare di Palau presso le Nazioni Unite.