Gli eventi meteorologici estremi sono diventati una componente ordinaria della vita quotidiana
Negli ultimi 5 anni, 9 italiani intervistati su 10 hanno vissuto eventi climatici estremi come ondate di calore, piogge intense e siccità. È quanto emerge da un'indagine promossa da WWF e Movimento Laudato Si’
Eventi meteorologici estremi non sono più un’emergenza di confine o di stagione: per una parte sempre più ampia della popolazione italiana sono diventati una componente ordinaria della vita quotidiana. A documentarlo è la ricerca “La crisi climatica è già qui: cosa sta cambiando per te?” promossa da WWF Italia e dal Movimento Laudato Si’ insieme ad altre realtà civiche, con Green&Blue di Repubblica come media partner. Basata su un questionario distribuito dal 5 giugno al 15 settembre 2026, ha raccolto le risposte di 2.423 cittadini e cittadine maggiorenni residenti in tutte le regioni italiane.
Visualizza questo post su Instagram
L’obiettivo dell’indagine, realizzata con il supporto scientifico del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), è indagare come vengono percepiti gli eventi climatici estremi e quali conseguenze hanno sulla vita quotidiana, sulle abitudini e sui costi sostenuti dalle persone. Si tratta di un’indagine partecipata: i risultati descrivono l’esperienza di chi ha scelto di rispondere e non sono estendibili all’intera popolazione ma offrono uno spaccato chiaro e diffuso su tutto il territorio nazionale.

L’89% ha vissuto almeno un evento estremo negli ultimi 5 anni
Il dato centrale è inequivocabile: l’89% degli intervistati dichiara di aver vissuto in prima persona almeno un evento estremo nella propria zona negli ultimi 5 anni. A dominare la scena sono le ondate di calore, indicate come frequenti dal 97%, seguite dalle precipitazioni intense (83%) e dalla siccità (74%). Il 95% ritiene che questi fenomeni siano aumentati nella propria area e il 93% considera necessario rafforzare prevenzione e adattamento.

Le ricadute sulla vita di tutti i giorni
Le ricadute sulla quotidianità sono concrete e multiple. Il 96% ha sofferto il caldo negli spostamenti quotidiani, il 91% ha faticato a lavorare o studiare, il 63% ha avuto problemi respiratori o affaticamento. Più di una persona su due ha sperimentato interruzioni della fornitura energetica o blackout. L’85% segnala un aumento delle spese per il raffrescamento delle abitazioni. Circa una persona su 3 dichiara di aver subito danni materiali o economici diretti, con la fascia più frequente compresa tra 1.000 e 5.000 euro.

La tutela assicurativa risulta fragile: più di un terzo dei rispondenti non ha alcuna copertura contro i danni da eventi estremi. Tra chi ha chiesto un rimborso, meno della metà lo ha ottenuto per intero; il 48% solo in parte. Due persone su tre hanno atteso da uno a sei mesi. Una persona su 2 non è del tutto certa di avere le risorse necessarie per investire in prevenzione.

Risposte individuali, azioni strutturali ancora poco visibili
Se la consapevolezza del rischio è diffusissima, le risposte concrete restano perlopiù individuali. Il 92% ha cambiato l’organizzazione della giornata per evitare le ore più calde, l’88% ha adottato misure per proteggere l’abitazione. Gli interventi più impegnativi sono meno diffusi: circa la metà ha installato o migliorato sistemi di condizionamento o ventilazione, solo il 28% ha messo schermature solari, il 14% ha effettuato nuove piantumazioni. Solo l’11% ha partecipato a reti di aiuto di quartiere o di comunità.

Sul fronte istituzionale, le misure più percepite dai cittadini sono quelle di comunicazione e gestione dell’emergenza: disinfestazioni e allerte via SMS, telefono o media. Molto meno visibili risultano i piani di emergenza locali, il ripristino della natura per prevenire le alluvioni e gli interventi che rendono accessibili le emergenze a chi ha disabilità. Manca ancora un quadro nazionale coordinato, anche a causa dei ritardi nell’attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici.

Un invito a cambiare scala
I risultati della ricerca mostrano con chiarezza che gli eventi estremi non sono più eccezioni, ma parte del tessuto quotidiano di milioni di persone. La percezione del rischio è altissima e le strategie individuali di adattamento si stanno diffondendo, ma restano insufficienti di fronte a costi crescenti e a una tutela ancora fragile. Senza un salto di scala nelle politiche di prevenzione, adattamento e protezione sociale, il rischio è che il peso della crisi climatica continui a gravare in modo sproporzionato sulle famiglie, lasciando indietro chi ha meno risorse per proteggersi.