Il clima è già nel conto della spesa: il cibo rincara prima ancora di mancare
In agosto l’indice FAO dei prezzi alimentari ha raggiunto 133,3 punti, il livello più alto dal novembre 2022, anche se le scorte di cereali restano su valori storicamente confortevoli. La FAO avverte che sui mercati sta tornando il “premio per il rischio”: non si paga soltanto ciò che è già diventato scarso, ma la possibilità che caldo, siccità, guerre e rotte commerciali interrotte rendano più difficile produrre e trasportare il cibo nei prossimi mesi. La crisi dei fertilizzanti mostra perché il conto di oggi può arrivare fino al raccolto di domani.
Il cibo può diventare più caro prima ancora di cominciare a mancare. È questo il segnale più importante contenuto nei dati pubblicati il 4 settembre dalla FAO: ad agosto 2026 il suo indice mondiale dei prezzi alimentari ha raggiunto 133,3 punti, l’1,9 per cento in più rispetto a luglio e il 2,5 per cento in più rispetto a un anno prima. È il valore più alto dal novembre 2022.
Non siamo ai livelli della grande impennata del 2022. L’indice rimane infatti inferiore del 16,8 per cento rispetto al massimo raggiunto nel marzo di quell’anno. Ma tutte le categorie considerate — cereali, oli vegetali, carne, latticini e zucchero — sono aumentate nello stesso mese. E soprattutto i prezzi sono saliti mentre la disponibilità complessiva di cereali continua a essere relativamente ampia.
Máximo Torero, economista capo della FAO, ha definito l’aumento di agosto un avvertimento: sui mercati alimentari sta tornando il premio per il rischio. È un’espressione tecnica, ma descrive qualcosa di molto concreto. Chi compra, vende o trasporta materie prime non guarda soltanto a quanto grano, mais o zucchero esiste oggi. Cerca di anticipare ciò che potrebbe accadere domani: un raccolto ridotto dal caldo, una siccità prolungata, un porto bloccato, una nave costretta a cambiare rotta, un fertilizzante che costa il doppio.
Il prezzo incorpora quindi anche l’incertezza. E quell’incertezza, prima o poi, può attraversare l’intera filiera e raggiungere aziende agricole, industrie alimentari e famiglie.
I magazzini non sono vuoti
Il dato apparentemente più rassicurante è anche quello che rende la notizia più interessante. La FAO prevede per il 2026 una produzione mondiale di cereali pari a 2,98 miliardi di tonnellate: il 2 per cento in meno rispetto al 2025 e il calo annuale più forte dal 2018, ma pur sempre il secondo raccolto più abbondante mai registrato.
Le scorte alla fine delle campagne del 2027 sono stimate in 947,2 milioni di tonnellate. Il rapporto tra scorte e utilizzo dovrebbe scendere soltanto dal 31,9 al 31,6 per cento, un livello che la stessa FAO definisce relativamente confortevole in una prospettiva storica.
Non c’è dunque, al momento, una carestia cerealicola mondiale. Eppure il prezzo dei cereali è salito del 2,2 per cento in un solo mese, raggiungendo il livello più alto dal maggio 2024. Il grano è aumentato del 2,6 per cento rispetto a luglio e del 15 per cento rispetto a un anno prima. Il mais è salito del 2,5 per cento.
Il paradosso è soltanto apparente. Le scorte dicono quanta protezione esiste nel sistema; i prezzi dicono quanto il mercato tema che quella protezione possa ridursi o diventare difficile da raggiungere. Il grano fermo in un paese esportatore a causa di porti insicuri o rotte insufficienti non ha lo stesso valore del grano che può essere consegnato puntualmente a chi ne ha bisogno.
Caldo, siccità e guerre non si limitano a sommarsi
La FAO collega il rincaro del grano alle difficoltà della logistica nel Mar Nero, al dollaro più debole e alle prospettive produttive peggiorate in varie aree europee dopo condizioni calde e secche. Per il mais pesano i timori sulle rese negli Stati Uniti, il deterioramento delle colture nell’Unione Europea, la domanda di mangimi e bioetanolo e le interruzioni dei flussi ucraini.
Lo zucchero è aumentato dell’11,9 per cento in agosto. Alla revisione al ribasso delle rese della barbabietola europea, dopo caldo e siccità, si aggiungono le preoccupazioni per le condizioni meteorologiche in Asia, la minore produzione brasiliana e una decisione commerciale dell’India: l’importazione di zucchero grezzo senza dazi. È un promemoria utile. Non ogni rincaro ha una causa climatica e ricondurre tutto al riscaldamento globale sarebbe scorretto.
Non ogni anomalia meteorologica può essere attribuita al riscaldamento globale. Ma il cambiamento climatico rende più frequenti o intense molte ondate di calore e alcune precipitazioni estreme, modificando il rischio di partenza; guerre, energia, cambi, politiche commerciali e colli di bottiglia logistici possono amplificarlo.
Per questo gli shock non si comportano come voci indipendenti da sommare. Possono moltiplicarsi. Una siccità riduce il raccolto; una guerra rende più costoso il combustibile; una rotta chiusa allunga il viaggio; un governo, temendo la scarsità, limita le esportazioni. Ogni passaggio aumenta il costo e riduce la capacità del sistema di assorbire quello successivo.
L’indice mondiale non è ancora lo scontrino
L’indice FAO misura le quotazioni internazionali di un paniere di materie prime scambiate sui mercati mondiali. Non misura direttamente ciò che una famiglia italiana paga al supermercato.
Tra il prezzo del grano e quello del pane entrano macinazione, energia, lavorazione, imballaggi, trasporti, contratti, salari, tasse e margini commerciali. Contano anche il cambio dell’euro, la durata delle scorte acquistate in precedenza e la concorrenza fra operatori. Alcuni aumenti internazionali vengono assorbiti, altri arrivano sugli scaffali dopo mesi; talvolta il prezzo al dettaglio resta alto anche quando la materia prima ha già cominciato a scendere.
Dire che il prezzo mondiale è aumentato non significa quindi annunciare automaticamente lo stesso rincaro alla cassa. Significa però rilevare una pressione che si sta formando a monte. Ignorarla perché non è ancora visibile nello scontrino sarebbe come ignorare una piena mentre si trova ancora a monte del fiume.
Il passaggio più fragile è sotto terra
La dimostrazione più chiara arriva dai fertilizzanti. Dalla fine di febbraio 2026 lo Stretto di Hormuz è diventato di fatto impraticabile per gran parte del traffico. Secondo l’International Food Policy Research Institute, il Medio Oriente fornisce circa un terzo delle esportazioni mondiali di urea e il prezzo di questo fertilizzante è approssimativamente raddoppiato nelle settimane successive alla chiusura; circa 3,9 milioni di tonnellate di esportazioni sono rimaste sospese, equivalenti al 30 per cento dell’export annuale di fertilizzanti dei Paesi del Golfo.
Non è necessario che manchi il grano oggi perché questo diventi un problema alimentare. Se concimi ed energia costano troppo, gli agricoltori possono ridurne l’impiego. Una concimazione inferiore può diminuire le rese della stagione successiva. E un impianto fermato non riparte premendo un interruttore: l’IFPRI stima normalmente tra cinque e otto settimane, molto di più se sono necessari interventi strutturali.
Nei paesi ricchi l’aumento del costo agricolo rappresenta soltanto una parte del prezzo finale del cibo. Proprio per questo la trasmissione può essere lenta: secondo l’IFPRI, energia e trasporti possono impiegare da tre a sei mesi per comparire nei prezzi al dettaglio e i loro effetti possono durare da dodici a diciotto mesi.
È qui che il premio per il rischio smette di essere un concetto da analisti. Diventa una fattura anticipata per una produzione che potrebbe essere più costosa, una polizza contro una consegna incerta, un margine aggiunto per proteggersi dal prossimo shock.
Le scorte mondiali sono ancora ampie. È una buona notizia e va detta. Ma il rincaro di agosto mostra che l’abbondanza complessiva non basta quando una parte del sistema teme di non poter produrre, acquistare o trasportare con la stessa sicurezza di prima.
Le conseguenze di questa pressione per famiglie, sanità, energia e sicurezza sono approfondite nell’articolo «Il caldo presenta il conto: cibo, bollette, salute e case più esposte».
Il cibo non costa di più soltanto quando manca. Comincia a costare di più quando il mondo teme che possa mancare. E il fertilizzante che oggi non arriva in un campo può diventare il raccolto che domani non verrà prodotto.