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Morgan Stanley smette di finanziare le trivellazioni in Artico. Perché è un’ottima notizia

Si tratta della quinta grande banca statunitense che rinuncia a supportare lo sfruttamento petrolifero dell’Artico

In un documento strategico pubblicato pochi giorni fa Morgan Stanley afferma che smetterà di finanziare l’esplorazione dell’Artico per la ricerca di giacimenti di gas e petrolio e il loro sfruttamento. Viene fatto in particolare riferimento alla preservazione del Arctic National Wildlife Refuge, area protetta situata sulle coste settentrionali dell’Alaska.

Con 92 miliardi di dollari prestati all’industria dei combustibili fossili dalla firma dell’Accordo di Parigi, Morgan Stanley è l’undicesima banca al mondo in termini di finanziamenti a questo settore e la quinta negli Stati Uniti.

Si unisce ad altre quattro grandi banche americane che hanno già tagliato i finanziamenti alle trivellazioni di petrolio e gas in Artico – Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Wells Fargo e Citigroup – e a una dozzina di banche internazionali.

 

 

 

 

Fra le grandi banche statunitensi finanziatrici dell’industria del fossile punta ancora sull’Artico solamente la Bank of America, accompagnata purtroppo dall’amministrazione Trump e dallo stato dell’Alaska, che vorrebbe permettere lo sfruttamento dell’Arctic National Wildlife Refuge nonostante l’opposizione di Democratici e attivisti.

petrolio artico
Arctic National Wildlife Refuge. Fonte: environmentamerica.org

Morgan Stanley ha anche deciso di smettere di finanziare centrali a carbone nuove o da potenziare che non dispongano di impianti di cattura del carbonio e nuove miniere di carbone ad uso termico (produzione di elettricità e calore). Lo stesso per le compagnie che gestiscano miniere di carbone e non abbiano “una strategia di diversificazione da porre in atto in tempi ragionevoli”. Viene però permesso il finanziamento del fracking, dell’estrazione in acque profonde e dello sfruttamento delle sabbie bituminose.

Perché trivellare l’Artico non è una buona idea

La trivellazione in Artico presenta diversi problemi che non siamo ancora in grado di affrontare:

  • In caso di sversamenti accidentali in mare, la gestione dell’emergenza in Artico sarebbe ben più complessa che in altre regioni dove questo tipo di disastri sono già accaduti, come nel Golfo del Messico.
    • Sarebbe particolarmente complicato anche solo far sì che i mezzi necessari ad affrontare l’emergenza raggiungano il luogo considerato, date la lontananza dai canali di trasporto e le caratteristiche impervie dell’ambiente artico.
    • Non esistono studi scientifici che descrivano la dispersione del petrolio in presenza di ghiaccio marino. Sarebbe inoltre impossibile fermarne lo spostamento al di sotto dei ghiacci: non si conoscono metodi per farlo e la navigazione stessa sarebbe assai difficoltosa.
    • Il clima del Golfo del Messico fa sì che ivi esistano popolazioni di batteri in grado di pulire le acque. Nei mari freddi e bui dell’Artico, invece, il greggio riversato resterebbe nella sua forma originale molto più a lungo.
sfruttamento artico
Sversamento di greggio da parte della petroliera Exxon Valdez sulle coste dell’Alaska, 1989
  • Nei processi di estrazione del petrolio viene spesso liberato anche gas naturale. Questo viene in genere raccolto ed utilizzato. In Artico non esistono però impianti in grado di liquefarlo (per il trasporto navale) o di trasportarlo in forma gassosa (gasdotti): il metano verrebbe probabilmente bruciato sul posto, così da evitare che questo potente gas serra venga rilasciato direttamente in atmosfera, ma anche producendo sostanze altamente inquinanti e climalteranti come il black carbon. Queste particelle nere, depositandosi, andrebbero ad accelerare la fusione del ghiaccio, in quanto, dato il loro colore, assorbono il calore solare più efficacemente della superficie ghiacciata.
  • Le specie indigene sarebbero ampiamente danneggiate non solo da possibili perdite di greggio, ma anche dalle attività di esplorazione ed estrazione stesse. Il rumore sottomarino da queste provocato, ad esempio, metterebbe in difficoltà le comunicazioni, la riproduzione e l’alimentazione delle balene, specie fondamentali per la salute degli oceani.
  • L’Artico è la regione più sensibile al cambiamento climatico: si sta scaldando più velocemente del resto del pianeta. Questo fragile ambiente avrebbe molte difficoltà ad adattarsi ad ogni alterazione locale, che potrebbe invece, più facilmente, essere amplificata.
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Elisa Terenghi

Nata a Monza nel 1994, mi sono laureata in Fisica del Sistema Terra presso l’Università di Bologna nel marzo 2019, conseguendo anche l’Attestato di formazione di base di Meteorologo del WMO. Durante la tesi magistrale e un successivo periodo come ricercatrice, mi sono dedicata all’analisi dei meccanismi di fusione dei ghiacciai groenlandesi che interagiscono con l’oceano alla testa dei fiordi. Sono poi approdata a Meteo Expert, dove ho l’occasione di approfondire il rapporto fra il cambiamento climatico e la società, occupandomi di rischio climatico per le aziende.

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