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Il Coronavirus ha dato il colpo di grazia al carbone?

Secondo gli esperti, l’uso globale del carbone potrebbe aver già raggiunto il suo picco massimo, dopo più di 200 anni di storia, anche grazie alla crisi causata dal Coronavirus

Il Covid-19 taglierà le emissioni di carbone così tanto quest’anno che l’industria non si riprenderà mai, anche con una continua crescita in India o in altri luoghi. Il crollo del prezzo del gas, la convenienza di solare ed eolico e le preoccupazioni per il clima e la salute hanno invalidato l’industria del carbone permanentemente.

Lo ha affermato Rob Jackson, presidente del Global Carbon Project. In altre parole, grazie alla crisi dovuta alla pandemia, l’uso del carbone potrebbe non raggiungere mai più il picco massimo toccato nel 2013: il settore avrebbe iniziato un lento ed inesorabile declino.

Questo, per fortuna, renderebbe gli scenari climatici peggiori (RCP8.5) meno probabili, presupponendo essi una continua crescita del consumo di carbone fino a fine secolo.

Le cause del tracollo del carbone

La International Energy Agency, nel suo recente rapporto Global Energy Review 2020, ha previsto che la domanda di carbone crollerà quest’anno dell’8%, il più grande tracollo dalla Seconda Guerra Mondiale.

È già crollata dell’8% nel primo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Ciò è stato favorito da prezzi del gas particolarmente bassi, dalla sempre maggiore convenienza delle rinnovabili, da condizioni meteorologiche in Europa particolarmente favorevoli a solare ed eolico, dalla ridotta domanda di energia conseguente a un inverno particolarmente mite in Europa e Stati Uniti e, soprattutto, dal crollo nella domanda di energia elettrica (due terzi del carbone è utilizzato per produrla) seguito al lockdown. L’energia elettrica prodotta da questo combustibile, infatti, presenta costi operativi più alti rispetto a rinnovabili e gas: viene così distribuita per ultima sulla rete. In caso di forte calo della domanda di elettricità, quella restante viene soddisfatta in primis dalle rinnovabili, da ultimo dal carbone.

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Variazione annuale nella domanda di carbone, 1971-2020. Il verde rappresenta il primo trimestre 2020. Fonte: International Energy Agency

Cosa è accaduto in Europa

In Europa le importazioni di carbone termico (da bruciare per produrre energia) sono crollate di almeno due terzi, raggiungendo valori di trent’anni fa. L’Inghilterra non ha bruciato carbone per 35 giorni consecutivi, il periodo ininterrotto più lungo dall’inizio della rivoluzione industriale 230 anni fa. Lo stesso è accaduto per più di due mesi in Portogallo. La Svezia ha chiuso con due anni di anticipo la sua ultima centrale a carbone, inutilizzata anche prima della pandemia, grazie a un inverno particolarmente mite. Lo stesso è accaduto all’ultima centrale a carbone austriaca.

Negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, un nuovo report della US Energy Information Administration prevede che quest’anno nel paese verrà prodotta maggiore elettricità dalle rinnovabili che dal carbone per la prima volta nella storia. Nel primo trimestre 2020 il consumo di carbone negli USA è crollato del 30%, facendo calare la quota di energia elettrica così prodotta a meno del 20%. Gli analisti affermano che tale quota potrebbe crollare fino al 10% in cinque anni, da circa il 24% nel 2019.

In India

In India, il secondo consumatore di carbone al mondo, il governo ha reso prioritaria la più economica energia solare rispetto al carbone in risposta al calo di domanda di energia elettrica durante il lockdown. Per la prima volta in quarant’anni, l’uso del carbone calerà per due anni di seguito, il 2020 e il 2019.

Nella finanza

Anche il mondo della finanza sta voltando le spalle al carbone: il Fondo Sovrano Norvegese ha recentemente disinvestito da diverse compagnie di estrazione e sfruttamento di questo combustibile; pochi giorni fa BNP Paribas ha deciso di anticipare il totale disinvestimento dal carbone al 2030.

Questi segnali sono il risultato delle ampie pressioni dell’opinione pubblica legate ai temi del cambiamento climatico e dell’inquinamento dell’aria: seguono decisioni analoghe di altri giganti della finanza quali BlackRock e JPMorgan Chase. Ma sono anche frutto di convenienza economica: la pandemia ha portato a un calo del 30% del prezzo del carbone termico, rendendo sconveniente il 60% dei progetti di estrazione di carbone. Inoltre, il carbone ha ormai un concorrente più economico e ben migliore dal punto di vista reputazionale: le rinnovabili sono ormai le fonti di energia elettrica più convenienti per due terzi della popolazione mondiale e, uniche previste crescere nel 2020, stanno dimostrando di essere un investimento più sicuro.

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Prospettive per il futuro

Secondo Carlos Fernández Alvarez, analista del carbone dell’International Energy Agency, è proprio sulle rinnovabili che i governi devono puntare per evitare che, con la ripresa, la crescita della domanda di energia venga coperta utilizzando il carbone. Per le sue caratteristiche, infatti, esso è in genere una delle prime fonti che viene sfruttata in caso di aumento della domanda.

L’incognita cinese

Tutto questo, quindi, potrebbe avere vita breve. Il futuro del carbone dipende in gran parte proprio dalle politiche di risposta alla crisi del maggiore consumatore, produttore e finanziatore del carbone al mondo: la Cina.

Già prima della crisi i segnali da parte di questo paese non erano promettenti: nonostante le centrali a carbone in Cina, sovrabbondanti rispetto al fabbisogno, funzionino in media a meno del 50% della loro capacità, molte nuove centrali sono ancora in costruzione (più di quante sono in costruzione in tutto il resto del mondo messo insieme in termini di potenza).

Cattive notizie

Le prime reazioni alla crisi del governo cinese, poi, non sono state quelle auspicate: a febbraio la Direzione Nazionale dell’Energia cinese ha reso più blande le condizioni per l’approvazione di nuove centrali a carbone. Fra i recenti annunci di grandi piani infrastrutturali e altri stimoli all’economia, non vi è menzione ad iniziative che diano la priorità a investimenti verdi, anzi, Pechino ha iniziato ad allentare le restrizioni sull’emissione di inquinanti da parte dell’industria e a tagliare i sussidi per l’energia pulita.

L’Helsinki-based Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) ha pubblicato pochi giorni fa analisi che mostrano come la ripresa in Cina stia venendo trainata dall’industria pesante, ad alta intensità di emissione di gas serra e inquinanti (questi ultimi hanno già superato i livelli dello scorso anno), come la produzione di cemento, carbone e metallo. Questo è accaduto anche dopo la crisi del 2008 e dopo quella legata alla SARS. Il consumo di carbone da parte delle 5 più grandi centrali termoelettriche della Cina orientale, dopo un crollo dell’8% durante il lockdown, ha già superato dell’1% i valori dello scorso anno. La produzione di carbone giornaliera ha superato la media del 2019.

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Persino la International Energy Agency ha affermato che le proiezioni sull’uso mondiale del carbone nel solo 2020 dipendono in larga parte dalle caratteristiche del piano di ripresa varato dal governo cinese. Questo vale, a maggior ragione, anche nel lungo termine.

Qualche speranza?

Nonostante le orribili premesse, le emissioni di gas serra e di inquinanti dipendono non tanto dalla costruzione di nuove centrali quanto dalla quantità di carbone effettivamente bruciata. Se anche il governo decidesse di continuare a puntare sul carbone ordinando un’ulteriore espansione del settore (si attende un nuovo piano quinquennale per l’energia nell’inverno 2021-2022), questo potrebbe non tradursi nei fatti nella crescita dell’utilizzo di questo combustibile auspicata dal governo stesso a causa di limitazioni economiche e finanziarie. Si tratta infatti di un settore già affetto da perdite finanziarie a causa dell’espansione eccessiva della propria capacità (troppe nuove centrali costruite), che lo ha portato al parziale inutilizzo delle proprie centrali citato prima. Come affermato da Alvarez, il Coronavirus ha reso ancora più evidente, con il crollo temporaneo della domanda, il problema della sovracapacità, aggravando ulteriormente il dissesto del settore carbonifero.

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Elisa Terenghi

Nata a Monza nel 1994, mi sono laureata in Fisica del Sistema Terra presso l’Università di Bologna nel marzo 2019, conseguendo anche l’Attestato di formazione di base di Meteorologo del WMO. Durante la tesi magistrale e un successivo periodo come ricercatrice, mi sono dedicata all’analisi dei meccanismi di fusione dei ghiacciai groenlandesi che interagiscono con l’oceano alla testa dei fiordi. Sono poi approdata a Meteo Expert, dove ho l’occasione di approfondire il rapporto fra il cambiamento climatico e la società, occupandomi di rischio climatico per le aziende.

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